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Basta con il silenzio – sostenete i rifugiati palestinesi in Yarmouk

27 Gen

Yarmouk refugee campSCRITTO DA Mariam Barghouti, tradotto da Mary Rizzo

Il caso dei rifugiati palestinesi è un argomento prioritario quando si parla della Palestina e della sua liberazione.

Tuttavia, sembra che quando i rifugiati palestinesi sono assediati e macellati in Siria ci sia un silenzio allucinante verso di loro. Il campo profughi di Yarmouk a Damasco è stato sotto assedio per quasi 550 giorni e lo è tutt’ora. Oltre 1.020 palestinesi sono morti nel campo per via della tortura nelle carceri del regime, a causa di esecuzioni e bombardamenti. Ogni morte atroce, e ogni gemito hanno come eco il silenzio. Di quelli che sono morti, oltre 200 sono morti come risultato diretto dell’assedio, e il numero dei morti non dà segno di fermarsi.

Mentre vi è un sentimento lamentoso riguardo ciò che sta accadendo ai profughi palestinesi in Siria; quando veniamo implorati di agire, i nostri difetti sono rivestiti sotto l’emblema della complessità e delle polemiche. Noi troviamo delle guistificazioni per questo assedio grottesco con proclami del tipo “Ma ricorda, il regime ha sostenuto la resistenza palestinese”, o che ci sono “troppi fattori in questo conflitto perché noi prendiamo una vera e propria posizione di parte.” Come il regime fece finta di estendere un braccio ai palestinesi mentre li macellava con l’altra impunemente. Ci sono stati “molti fattori” in tutte le situazioni di oppressione, ma siamo riusciti a prendere posizione contro di loro!

Confondere la situazione per potere giustificare l’oppressione fornisce al regime oppressivo ulteriori opportunità di continuare nei suoi crimini. Mentre tentiamo di razionalizzare le intenzioni di coloro che opprimono i residenti del campo, lo facciamo a scapito delle loro vite.

yarm 2Sembra che quando si parla del diritto di ritorno e dei profughi palestinesi, la maggior parte degli sforzi sono diretti verso un selezionato gruppo privilegiato. Forse è a causa della loro capacità di avere una piattaforma per esprimere le proprie opinioni e richieste. Allo stesso tempo, le voci dei profughi che soffrono dell’oppressione imposta ai campi in Libano o in Siria sono stati quasi silenziati. Questo dovrebbe indurci a riconsiderare il nostro punto di vista, come palestinesi. Per chi stiamo combattendo se mettiamo a tacere coloro dei cui nomi parliamo?

Quando i palestinesi in Siria hanno fatto appello alla comunità internazionale e proposto le loro richieste di porre fine all’assedio e la creazione di un percorso sicuro per uscire, si sono trovati di fronte a un silenzio, che continua ad estendersi oltre un anno e mezzo. Oltre al fallimento della comunità internazionale nel mostrare il sostegno, i palestinesi stessi hanno fallito nel fornire solidarietà per i fratelli che resistono alla crudeltà diffusa dal conflitto in corso.

Accanto al nostro silenzio verso la Siria e Yarmouk, nonostante la lotta e la forza contundente del conflitto, sia siriani che palestinesi all’interno del campo continuano a esprimere la loro solidarietà con le lotte in tutto il mondo e con la Palestina.

C’è una discrepanza tra lamentare una mostruosità ed esprimere sinceramente una solidarietà attiva attraverso il tentativo di mettere pressione sul governo e coloro che sono coinvolti nella distruzione di Yarmouk e altri campi in Siria.

Una volta acclamato come la capitale dei profughi palestinesi, Yarmouk ora è stato mezzo svuotato e assediato, mentre il numero dei suoi abitanti diminuisce di fronte alla morte. Prima del conflitto, Yarmouk aveva una popolazione di più di 1.000.000 persone, di cui 148.500 erano rifugiati palestinesi registrati presso le Nazioni Unite. Oggi, solo 18.000 rimangono nel campo alle prese con l’assedio e l’arduo compito di rimanere in vita.

Sono le nostre carenze, come parte della comunità internazionale, ma più in particolare come palestinesi di cui si parlerà quando questo asseidio macabro sarà finito. Non è il momento di sentirsi impotenti, piuttosto è il momento di prendere una posizione attiva contro l’ennesima ingiustizia commessa contro i palestinesi.

Ragazzi palestinesi in solidarietà con Yarmouk

Ragazzi palestinesi in solidarietà con Yarmouk

Quelli nel campo hanno supplicato per un aiuto i palestinesi al di fuori e la comunità internazionale ad infinitum. Se continuiamo a prolungare il nostro silenzio, stiamo prendendo un ruolo attivo nel sostenere l’assedio; quindi anche noi siamo complici di questa ingiustizia.

E’ di vitale importanza esporre non solo l’assedio, ma i colpevoli responsabili per le mostruosità in corso. Il Fronte Palestinese per la Liberazione della Palestina – Comando Generale e altri hanno assistito il regime Assad, il carnefice primario dell’assedio del campo. Fino ad oggi, molti sforzi per rimuovere l’assedio sono stati ostruiti a causa della nostra incapacità di esprimere il nostro sostegno al popolo del campo e contestualmente la nostra inettitudine di divulgare chi siano i criminali responsabili.

Omettere tali fatti, e ignorare i colpevoli di questo scenario è agire sotto la bandiera della solidarietà attraverso la neutralità. In sostanza, si può rompere il nostro silenzio dell’assedio pur rimanendo complici nel convalidare l’oppressione tirannica sopportata dai palestinesi e dai siriani attraverso la nostra negazione dei perpetratori di questa ingiustizia calamitosa.

Nello stesso modo in cui memorizziamo risoluzioni delle Nazioni Unite per promuovere la causa palestinese, mentre parliamo dei resti delle case dalla Nakba, come ribadiamo storie tramandate dai nostri nonni sul loro esilio e le loro speranze di ritornare, come ululiamo la resistenza e gli sforzi per ricostruire villaggi palestinesi distrutti, dobbiamo chiederci: qual è il punto del lottare se molti di loro ritorneranno solo come fantasmi?

 

Sull’autrice:

Mariam Barghouti è una traduttrice palestinese e giornalista, e una studentessa all’università di Bir Zeit.

Originale: http://mondoweiss.net/2015/01/palestinian-refugees-yarmouk

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SOS YARMOUK!!!!!!

26 Gen

yarmouk graphicSCRITTO DA MUSAAB BALCHI, tradotto da Fiore Sarti
YARMOUK CAMP, Siria – “Questo grafico fornisce informazioni sulla situazione a Yarmouk, il campo palestinese in Siria. Il grafico di per sé ha numeri e informazioni terrificanti per descrivere che cosa sta succedendo, è un disastro.
Vorrei sottolineare alcuni fatti che non possono essere incluse nel grafico.

Yarmouk è occupato dal fronte Alnusra, che è l’ala militare di Al Qaeda in Siria. Nel sud est di Yarmouk l’ISIS sta cercando di prendere il campo ad Alnusra. In realtà, hanno già preso una parte del territorio Yarmouk.

Nel frattempo, il regime siriano circonda Yarmouk per farlo tornare sotto al suo controllo, e non permette che alcun cibo entri nel campo. Ha lasciato entrare solo un numero limitato di scatole di aiuto, ma per più di un mese non è stato permesso altro. Il regime ha anche tagliato completamente la fornitura di acqua a Yarmouk e fa uso quotidiano di razzi lanciati sul campo.

Alnusra, che si trova all’interno di Yarmouk, aveva già ucciso 3 persone in pubblico con l’accusa di offese a dio. Inoltre, essi sono sospettati fortemente per l’uccisione di oltre 14 attivisti non violenti nel tempo passato.
Una settimana fa, ho parlato con il mio amico dentro Yarmouk. Ha detto che non si può nemmeno dare un’occhiata dalla finestra per paura che qualcuno lo uccida!

Aeham Ahmad il pianista è stato minacciato di taglio delle le dita se continua a fare i suoi spettacoli in pubblico.

La scorsa settimana, 2 persone, uno dei quali un bambino di solo alcuni mesi, sono morti a causa della fame.

Nello stesso periodo sono morti, un anno fa, 150 persone a causa della fame. Ora, la fame è quasi la stessa di quella volta. Inoltre, non ci sono acqua, forniture di medicina, ma solo razzi, scontri, ISIS, e Alqaeda.

Dobbiamo fare qualcosa prima che la fame mortale diventi un fatto concreto! Abbiamo bisogno del vostro aiuto! Io sono pronto a far parte di tutto ciò che si desidera fare a tale proposito. Pronti a lavorare insieme per fare qualcosa! Io non posso fare nulla da solo. Le Persone innocenti stanno chiedendo il nostro aiuto.

NOTA:
Yarmouk Camp è dove ho vissuto fino a giugno 2013, e il luogo da cui sono stato costretto a partire perché sono stato minacciato prima dell’assedio totale. Se non fosse stato per quelle minacce, sarei ancora all’interno del campo, insieme alle migliaia di persone che sono assediate ora.

I palestinesi in Siria lottano per il pane e l’auto-rappresentanza

22 Dic
Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

di Céline Cantat. Open Democracy 5/12/2014. Traduzione di Claudia Avolio.

In un recente articolo pubblicato da Russia Today e ripostato su siti solidali verso la Palestina, Sharmine Narwani offre una versione della situazione dei palestinesi in Siria considerevolmente diversa da quella descritta da numerosi rifugiati siro-palestinesi.

Nel suo articolo, Narwani descrive la popolazione palestinese come infinitamente grata al regime, che non avrebbe mai fallito nel sostegno alla lotta palestinese. I rifugiati palestinesi in Siria – piuttosto che avere una propria rappresentanza politica e guardare ai propri interessi rispetto alla crisi che colpisce il Paese in cui hanno vissuto per oltre 60 anni – avevano un solo motto politico: “neutralità”. Dichiara inoltre che “ribelli islamici” avrebbero sfidato questa neutralità invadendo quartieri palestinesi e obbligando i rifugiati ad imbracciare le armi.

L’autrice presenta i palestinesi in Siria come un blocco omogeneo, che parla con una sola voce – cioè quella dei loro leader politici, che sono le principali fonti nel suo articolo. Tralascia sia la diversità della comunità politica palestinese che – punto più importante – il modo in cui il regime siriano ha coltivato il conflitto tra le fazioni palestinesi sin dagli anni ’70, per meglio garantire la sua presa egemonica sulla regione.

Nel 1976 Hafez al-Assad disse a Yasser Arafat: “Non c’è alcun popolo palestinese, non c’è alcuna entità palestinese, c’è solo la Siria… Siamo dunque noi – le autorità siriane – ad essere i veri rappresentanti del popolo palestinese”. Kissinger, grande ammiratore di Hafez al-Assad, spiegò che “ad Assad non piaceva il PLO perché uno Stato palestinese indipendente avrebbe sconvolto il suo obiettivo strategico a lungo termine: quello di una Grande Siria”.

Narwani cita diversi rappresentanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale (FPLP-CG) guidato da Ahmad Jibril. Il FPLP-CG è un alleato storico del regime siriano, che lo sostiene in termini materiali e logistici. Nel 1976, quando l’esercito siriano permise alle milizie libanesi cristiane di uccidere migliaia di combattenti del PLO e di civili palestinesi nel corso dell’assedio di Tel al-Zaatar, il FPLP-CG gli rimase leale. In modo simile, nel corso della guerra nel campo degli anni ’80, il FPLP-CG prese le parti del regime siriano del Baath e assassinò numerosi combattenti del PLO in suo nome.

In seguito alla sconfitta della rivoluzione palestinese, il FPLP-CG aiutò il regime siriano arrestando e detenendo combattenti del PLO entrati in Siria. La fazione continua a sostenere il regime siriano ancora oggi, pattugliando i campi palestinesi in Siria e fornendo intelligence riguardo la popolazione locale. L’autrice cita anche As-Sai’qa e Fatah el-Intifada, rispettivamente la branca palestinese del partito siriano Baath e un gruppo di dissidenti rispetto a Fatah di Yasser Arafat incoraggiati dal regime siriano  a formare il proprio gruppo, che lo stesso regime sostiene e controlla da vicino.

Narwani cita poi diversi funzionari dell’Esercito Palestinese di Liberazione (PLA) che secondo dei siro-palestinesi “non ha più nulla a che fare col liberare la Palestina”. Istituitosi in origine in diversi Paesi arabi, si è mobilitato raramente e sempre per ordine del regime siriano per fornire supporto al suo esercito nel corso delle guerre libanesi. Kissinger suggerì che era in pratica “una branca dell’esercito siriano”, che Hafez al-Assad poteva usare per rinforzare il suo ascendente sul Libano e destabilizzare il PLO.

Nel PLA esiste una unità priva di personale sin dal 1983. Quell’anno, mentre i combattimenti imperversavano in Libano, il regime siriano ordinò ai giovani coscritti del PLA di sparare ai combattenti del PLO rifugiatisi nel campo palestinese di Beddawi, nel nord del Paese. I coscritti si rifiutarono: dei soldati siriani gli spararono sul posto, tutti. L’unità resta, ma da allora è rimasta senza personale.

Quando, in seguito agli accordi di Oslo, venne istituita l’Autorità Palestinese, il resto delle branche del PLA nei Paesi arabi si dissolse eccetto in Siria, dove venne posto sotto il diretto comando dell’esercito siriano. Dalla fine della guerra libanese, il PLA non si è mobilitato in alcuna azione per liberare la Palestina.

Ad ogni modo, è stato di recente chiamato a rapporto dal regime siriano perché proteggesse siti strategici. Le unità del PLA sono state poste a Adra, sud di Damasco, per impedire a gruppi armati d’opposizione di avanzare verso la capitale. Altre unità sono state inviate a Harran al-Awamid, dove proteggono un impianto elettrico. I giovani palestinesi obbligati a fare il servizio militare pagano un alto prezzo: i disertori vanno incontro alla morte e a ritorsioni verso le proprie famiglie.

Ancora prima dell’inizio della rivolta in Siria, queste organizzazioni avevano perso gran parte della loro credibilità tra la popolazione palestinese nel Paese. Sin dal 1982, il disimpegno della comunità dalla politica di partito è andata crescendo, allargando la forbice tra leadership politica e rifugiati. Una gran parte dei palestinesi in Siria rese chiaro il proprio malcontento ritirando dalle fazioni palestinesi la propria partecipazione.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash (da non confondersi con il FPLP-CG che se ne distaccò per schierarsi dalla parte siriana nel 1968) aveva storicamente mantenuto una posizione intermedia nel panorama politico palestinese, assicurando un equilibrio tra le fazioni. Ma dopo la morte di Abu Ali Mustafa nel 2001 – successore di George Habbash – il FPLP si era indebolito, anche in seguito agli arresti in Palestina dei due prossimi leader, Ahmad Saadat e Abdelrahim Maluh.

Di conseguenza, negli anni 2000 Maher Taher – nuovo leader del FPLP in Siria – si avvicinò al regime siriano e a Hamas. Il segretario dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, venne allora ospitato e pienamente supportato da Damasco. Maher Taher ha preso le distanze da Hamas solo in seguito al disaccordo tra il partito islamico e Bashar al-Assad, come risultato del sostegno di Hamas verso la rivolta siriana.

Narwani cita Maher Taher come se rappresentasse i palestinesi in Siria. Tuttavia, rifugiati palestinesi arrabbiati lo cacciarono dal cimitero di Yarmouk quando provò a presenziare i funerali dei giovani uccisi dall’esercito israeliano nel Golan il 5 giugno 2011 – giornata che Narwani descrive in modo inaccurato.

La storia iniziò alcuni mesi prima. Attivisti palestinesi, incoraggiati dalle rivolte arabe, si erano rivolti ai rifugiati palestinesi in Egitto, Giordania, Libano e Siria perché organizzassero manifestazioni davanti al confine con Israele nei loro rispettivi Paesi per il 15 maggio – il giorno della commemorazione della Nakba (“catastrofe” in arabo, in riferimento alla creazione dello Stato di Israele e l’esilio di migliaia di palestinesi dalla loro terra natia).

Il regime siriano decise di permettere l’evento, per restaurare la propria immagine di “campione della resistenza contro Israele” e distrarre l’attenzione da ciò che stava avvenendo all’interno della Siria. Ma quando i palestinesi giunsero nel Golan, di cui una parte fu conquistata da Israele nella guerra del 1967, il regime non poteva immaginare la piega che gli eventi avrebbero preso.

Questo tipo di manifestazione si limita di solito a qualche discorso e foto di leader di fazioni e alcuni membri del partito Baath. Stavolta, infiammati dagli eventi in tutto il mondo arabo ed esasperati dalla situazione in Siria, un gruppo di giovani palestinesi attraversò la zona militare siriana puntando al confine israeliano.

In centinaia li seguirono. Raggiunsero l’altro lato, prendendo di sorpresa l’unica pattuglia israeliana sul posto. Furono chiamati rinforzi per il lato israeliano e soldati aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo quattro palestinesi e ferendone altre decine. I leader delle fazioni palestinesi, accompagnati dai loro bodyguard e da alcuni combattenti, non fecero nulla per evitare l’uccisione di civili palestinesi.

Ciò che davvero sorprese i palestinesi quel giorno non fu il fatto che Israele sparò contro di loro. Fu semmai scoprire che la strada verso il confine e verso la Palestina non era – come il regime aveva sempre dichiarato – cosparsa di mine. L’unico ostacolo tra i rifugiati e la Palestina erano le bugie del regime siriano.

In seguito a questo tragico episodio, delle fazioni palestinesi – in particolare il FPLP-CG – decise di organizzare un evento simile per il 5 giugno, giorno della commemorazione della Naksa (la sconfitta araba del 1967). Questa proposta accese discussioni infervorate nei campi, soprattutto a Yarmouk. I palestinesi si ritrovarono davanti ad una domanda inaspettata e senza precedenti: questo invito poteva condurli alla terra natia o era una trappola che li avrebbe condotti alla morte? Ora sapevano che il confine era aperto dalla parte siriana. Ma l’esperienza del 15 maggio aveva loro anche insegnato che le fazioni palestinesi non li avrebbero difesi.

La sera del 4 giugno, il regime annunciò ufficialmente che l’evento era stato cancellato. Ma il giorno dopo, pullman allestiti dal regime siriano e dal FPLP-CG erano fermi all’entrata del campo. Gruppi di giovani palestinesi di Yarmouk furono portati come da programma nel Golan. Al loro arrivo, si resero conto con sorpresa che Anwar Raja, a capo delle pubbliche relazioni del FPLP-CG (anch’egli intervistato da Narwani) li stava aspettando con giornalisti e reporter di diversi canali siriani ufficiali. Raja si lanciò in un’arringa riguardante la “vera resistenza”, dicendo che l’unica vera battaglia che invitava a sacrificarsi era la lotta contro Israele. Quel giorni, altri 25 giovani palestinesi furono uccisi e 350 feriti. Né Anwar Raja né i suoi bodyguard si diressero da alcuna parte vicina al confine, né difesero i loro compatrioti palestinesi.

Queste furono le ragioni della rabbia palestinese che li condusse a cacciare Maher Taher dal cimitero quando i funerali si stavano svolgendo. Questa stessa rabbia poi condusse la folla agli uffici del FPLP-CG dove residenti del campo intendevano ritenere responsabili i leader della fazione. Lì trovarono ad aspettarli le mitragliatrici dei combattenti di Ahmad Jibril, colui che diede l’ordine di aprire il fuoco sulla folla, il che risultò nell’uccisione di diversi manifestanti.

Incontrando una tale, sanguinosa repressione, la rabbia dei manifestanti si alimentò ancora di più e, a dispetto dei proiettili del FPLP-CG, iniziarono a invocare “la caduta delle fazioni” (el sha’ab yourid esqat el fasa’il). Appropriandosi dello slogan della rivoluzione araba, la gente di Yarmouk intravvide la possibilità della propria rivolta. Protetto dai suoi bodyguard armati, Ahmad Jibril scappò, lasciando dietro di sé tre dei suoi combattenti che vennero calpestati dalla folla mentre questa si faceva a tutti i costi largo per aprire le porte, giungere agli uffici e darli alle fiamme.

Nei mesi seguenti, il FPLP-CG rafforzò le sue operazioni di sicurezza nei campi. Solo a Yarmouk, oltre 1000 palestinesi furono arrestati ed interrogati dal braccio palestinese dei servizi di sicurezza siriani. Il FPLP-CG iniziò anche ad armare i suoi sostenitori nel campo, nonostante la riluttanza di altre fazioni palestinesi. Non ci volle molto perché milizie del FPLP-CG apparissero nel campo. Sostenevano le operazioni dell’esercito siriano nelle aree confinanti, come Tadamon e Hajr al-Aswad. Fermarono ed uccisero persone che percepivano come nemici. Derubarono anche molti negozi ed abitazioni.

Nel corso dell’estate durante la quale Narwani visitò Yarmouk per la prima volta, diverse bombe caddero sul campo. Nessuno sapeva con certezza da dove provenissero. Ma quando l’aereo militare MiG prese a bombardare il campo il 16 dicembre 2012, prendendo di mira edifici civili come ospedali, scuole e moschee, fu chiaro che erano pilotati e controllati da ufficiali dell’esercito siriano. Questo intenso bombardamento forzò molta della popolazione di Yarmouk a scappare tra il 16 e il 17 dicembre. In seguito a questo esodo di massa di palestinesi, tra cui combattenti del FPLP-CG, gruppi armati entrarono a Yarmouk dalle zone vicine. Non si trovarono neanche a dover combattere: il campo era già mezzo vuoto.

Dopo l’arrivo di gruppi d’opposizione a Yarmouk, il regime siriano stabilì un checkpoint all’entrata del campo, di lì a poco conosciuto in Siria come uno dei più pericolosi di tutto il Paese. Il checkpoint la mattina era aperto e la gente poteva attraversarlo finché uno dei cecchini del regime posizionati lì vicino cominciava a sparare sui passanti. Questo era il segnale che la via non era più sicura. Il checkpoint restava poi chiuso per il resto della giornata.

Quando usavano quest’unico punto di passaggio, le donne erano spesso vessate dai soldati, e molte persone – soprattutto giovani uomini – venivano arrestati. I palestinesi mi hanno detto come, per attraversare il checkpoint dalla rotonda che segna l’inizio del campo, si muovevano in gruppi, in strette file e zigzagando di continuo per evitare di essere colpiti dai cecchini: “Sentivamo la morte avvicinarsi ad ogni passo”. Tuttavia dovevano lasciare il campo in cui il cibo stava diventando sempre più scarso. I soldati avevano limitato la quantità di pane che ogni abitante poteva portare dentro con sé a una sola busta. Le famiglie non erano più in grado di nutrire i propri figli.

Nel luglio 2013, il regime sigillò ermeticamente il campo, su cui venne imposto un inflessibile assedio. Col pretesto di obbligare i combattenti nemici ad uscire, la popolazione venne circondata. La gente fu lasciata senza cibo né medicine e per settimane senza acqua potabile. Decine di persone sono morte per gli effetti dell’assedio – soprattutto bambini, donne ed anziani. A mantenere l’embargo è solo il regime. E solo il regime è responsabile delle morti che ne sono risultate. Malgrado ciò, nel suo articolo Narwani non giudica nulla di tutto questo come da menzionare, nonostante gli echi delle guerre medievali che ce ne giungono e l’ineguagliabile crudeltà che riflette.

Quando descrive le difficoltà incontrate dalle agenzie umanitarie nel tentativo di distribuire aiuti alimentari a Yarmouk, Narwani non fa riferimento al fatto che il campo è sotto assedio. Non spiega che il regime siriano controlla l’entrata principale al campo, la più vicina a Damasco, e che quindi solo il regime può decidere di lasciar passare i convogli umanitari.

Il portavoce dell’UNRWA Chris Gunness nel gennaio 2014 ha spiegato che “quando le autorità siriane hanno finalmente permesso all’UNRWA di distribuire aiuti a Yarmouk, l’hanno obbligata ad usare l’entrata sud. Ciò significa che il convoglio ha dovuto attraversare 20 km in un’area di intenso conflitto armato in cui molti dei gruppi armati d’opposizione – tra cui i gruppi jihadisti più estremisti – avevano una forte presenza”. Gunness ha aggiunto: “Citando preoccupazioni legate alla sicurezza, le autorità siriane non hanno permesso all’UNRWA di passare per l’entrata nord di Yarmouk, che era sotto il controllo del governo ed era considerata molto più accessibile e relativamente meno rischiosa”.

Ci si può legittimamente chiedere quali problemi di sicurezza possano giustificare l’invio di un convoglio umanitario in una zona di intenso conflitto. A meno che, certo, la volontà del regime di distribuire aiuti umanitari agli abitanti assediati ed affamati di Yarmouk fosse in realtà una finta.

I residenti del campo hanno raccontato una storia molto diversa da quella che Narwani ha ottenuto parlando con gli alleati del regime siriano:

“Gli aiuti non sono entrati. Eravamo tutti presenti, gruppi di civili del campo. Quello che è successo è che il regime siriano e la gente di Jibril (Ahmad Jibril del FPLP-CG) hanno iniziato uno scontro per evitare che gli aiuti avessero accesso al campo. Non avevamo né militanti né armi. E la gente  presente, come potete vedere, erano tutti civili, nessuno di noi possiede armi. Quindi hanno iniziato questo scontro prendendo a dire “Ci sono persone dei vostri che ci stanno sparando”. Nessuno di noi stava sparando. Siamo qui solo per prendere gli aiuti per le persone. Insomma hanno dato vita a questo scontro e ci hanno sparato tre missili da un carrarmato – noi non abbiamo carriarmati – tre missili di carrarmato sono stati sparati contro di noi. E gli uomini hanno svolto riprese del luogo in cui il missile del carrarmato è stato sparato. Hanno fatto questo per inasprire l’assedio sul campo. Ed è l’uccisione dei palestinesi e di quest’area”.

Nel tentativo di porre fine a questa carestia organizzata, una delegazione dell’Autorità Palestinese è alla fine entrata a Damasco per negoziare la possibilità di portare cibo nel campo. Il regime siriano ha fatto finta di essere d’accordo di far entrare 2 camion dell’UNRWA, ma questo convoglio irrisorio è stato fermato da un gruppo di shabbiha (civili pagati che operano come paramilitari del regime) prima che potesse raggiungerne i beneficiari. I negoziati si sono trascinati, ma l’Autorità Palestinese non è mai riuscita a garantire sostegno umanitario ai palestinesi di Yarmouk.

I palestinesi di Siria sono stati davvero tirati dentro il conflitto siriano. Sono rimasti vittime delle manovre del regime dittatoriali e dei suoi alleati. Più che mai, si ritrovano ora orfani del mondo arabo, traditi dai loro leader politici, presi nella morsa tra proiettili israeliani, quelli del regime siriano e quelli delle fazioni palestinesi alleate. Questo non può che ricordarci la situazione dei siriani che, dopo oltre tre anni dall’inizio della loro rivolta, si ritrovano presi tra il regime sanguinario e gruppi estremisti ugualmente brutali.

Nel momento in cui ciò viene scritto, i colpevoli sono ancora a piede libero e i loro crimini contro le popolazioni siriana e palestinese in Siria continuano.

Originale in inglese: https://www.opendemocracy.net/arab-awakening/c%C3%A9line-cantat/palestinians-in-syria-struggle-for-bread-and-agency

Piccola guida per i “simpatizzanti di Assad” che si auto-definiscono “pro-palestinesi”

7 Mag

SCRITTO DA NICOLE MAGNOONA GERVITZ, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

– Settembre Nero 1970: Hafez al Assad inviò carri armati in Giordania per sostenere i palestinesi contro l’Hascemita re Hussein. L’OLP vinse il sostegno popolare tra le masse arabe dopo che i regimi furono completamente screditati nel 1967 per mano di Israele. Re Hussein ordinò al suo esercito di attaccare le forze dell’OLP in Giordania a causa della sua politica dichiarata di volerlo rovesciare. Assad si rifiutò di inviare un forte sostegno militare siriano perché temeva un’altra guerra con Israele. Rifiutò di fornire copertura aerea ai carri armati siriani e furono costretti a ritirarsi in seguito al bombardamento da parte dei giordani.

Questo lasciò i palestinesi isolati, abbandonati, e diverse migliaia di loro furono massacrati dall’esercito di Hussein. Solo poche settimane dopo quel Settembre Nero, Hafez al Assad portò a termine il suo colpo di stato militare a Damasco.

 

– 1973: la Siria tentò di riprendere il controllo delle alture del Golan e fu un altro fallimento. Hafez al Assad si trovò a diventare la guardia di sicurezza di Israele per il confine settentrionale. Il colonnello Rafik Halawi, comandante druso della brigata di fanteria che fu distrutto dagli israeliani nel Golan, fu giustiziato sotto gli ordini di Hafez prima della guerra da un funzionario vicino. Il regime siriano sostenne che fu ucciso nella battaglia con Israele, e a chiunque fosse catturato fu imposto di non dire niente, minacciato con torture e prigionia.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

– 1976: Hafez al Assad sostenne i falangisti libanesi fascisti cristiani contro l’alleanza comunista libanese  – OLP, che si era formata in opposizione sia ai falangisti che alla tirannia baathista. L’invasione militare siriana del Libano nel 1976 fu approvata dagli USA. Tuttavia, l’alleanza libanese comunista – OLP spazzò via le forze di occupazione siriane nel giugno dello stesso anno. Due mesi dopo Hafez al Assad spezzò quella resistenza. I falangisti, sostenuti da Hafez al Assad, commisero un massacro di palestinesi nel campo profughi di Tal al Zaatar.

Con la benedizione della Lega Araba il governo siriano decise di allearsi con Israele per impedire la sconfitta dei falangisti. I campi palestinesi di Karantina e Tel al Zaatar furono assediati dall’esercito siriano, e 2.000 palestinesi furono uccisi.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

Una lettera aperta dalla resistenza palestinese fu diffusa quell’estate all’interno dei campi;

“Vengono utilizzate armi siriane – la maggior parte, purtroppo – contro il nostro accampamento, mentre i governanti di Damasco continuano a ripetere che sono qui in Libano per difenderci. Questa è una menzogna assassina, una bugia che ci fa soffrire più di qualunque cosa … Ma noi desideriamo informare che ci batteremo in difesa di questo campo con le nostre mani nude, anche se tutte le nostre munizioni e tutte le nostre armi saranno esaurite, e che stringeremo la cinghia in modo da non lasciarci uccidere dalla fame. Abbiamo deciso di non arrendersi e non ci arrenderemo … “

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni '80.

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni ’80.

– 1980: Nell’ambito della sua repressione feroce contro i dissidenti di sinistra, nel 1980 il regime di Hafez al Assad arrestò centinaia di attivisti sia del Partito d’Azione Comunista che del Partito comunista siriano, nel tentativo di soffocare le ultime voci di dissenso dopo che aveva schiacciato la Fratellanza Musulmana. Restarono i comunisti siriani a lavorare con un gruppo di dissidenti palestinesi, quello fu chiamato “Comitato Popolare Palestinese del campo profughi di Yarmouk”, nel governatorato di Damasco. Fu fondato nel 1983, ma fu costretto a sciogliersi due anni più tardi a causa della campagna di arresti di Hafez al Assad. 200 membri del Partito d’azione comunista furono arrestati dalle forze di sicurezza siriane nel 1986.

– L’OLP cominciò a incrinarsi nel 1983. Il colonnello Saed Abu Musa era rivale di Arafat e guidò una ribellione contro al Fatah nella valle del Bekaa. Abu Musa era stato un soldato professionista nell’esercito giordano prima di entrare nell’OLP.

Il regime siriano lo sostenne, fornendogli armi. Abu Musa e i suoi seguaci cacciarono gli uomini di Arafat da Tripoli, quell’estate. Quando un giornalista del Newsweek chiese a Yasser Arafat un commento riguardo l’ammutinamento, egli rispose: “Non mi chiedere di burattini e cavalli di Troia … Assad vuole la mia pelle. Vuole la resa palestinese, e non voglio dargliela.”

La maggior parte dei rifugiati palestinesi scelsero Arafat contro il fantoccio siriano, ma come conseguenza, Hafez cacciò via gli uomini di Arafat da Tripoli, e la resistenza palestinese fu depotenziata.

– Nella “guerra dei campi”, tra il 1985 e il 1988, Hafez al Assad reclutò il movimento sciita libanese Amal. In quel momento era in conflitto con Hezbollah, ed aprì il fuoco contro i palestinesi e Hezbollah contemporaneamente.

Libano: Tripoli è una città a maggioranza sunnita, con una minoranza alawita che ha fornito sostegno finanziario al governo siriano. Gli alawiti siriani furono posti nel Parlamento libanese interamente per lle pressioni di Damasco. Le leggi sulla naturalizzazione del Libano vennero completamente sovvertite.

I rifugiati palestinesi provenienti dalla Nakba del 1948, e durante il suo sequel nel 1967, che hanno vissuto nei campi profughi, non possono ottenere la cittadinanza libanese, ma agli alawiti siriani è garantito in qualsiasi momento.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

– 2000: Mentre Bashar al Assad elogiava la seconda Intifada, centinaia di palestinesi languivano nelle sue carceri. Attieyeh Dhiab Attieyeh, un palestinese di 30 anni, morì nel carcere di Tadmur all’inizio del 2000, a causa di negligenza medica. Era già molto malato quando fu trasferito a Tadmur nel 1996. Attieyeh era un membro di Fatah, la fazione guidata da Yasser Arafat, e fu arrestato nel 1989 nel sud del Libano prima di essere inviato in Siria.

– 2008: C’è una somiglianza tra il massacro di Hama del 1982 e Piombo fuso.

In entrambi i massacri, i minareti delle moschee sono stati distrutti dalle forze di occupazione, che hanno sostenuto che i minareti venivano utilizzati dai cecchini islamici. Non ci sono prove di ciò in entrambi i casi, ma c’è la prova del disgusto per l’Islam ortodosso espresso da entrambi i regimi.

– Maggio 2011: Rompendo l’assedio (del regime siriano) su Deraa, a pochi palestinesi dal campo di Yarmouk  è stato possibile consegnare alcune forniture mediche di cui si aveva disperatamente bisogno.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

– Nakba Day 2011: Centinaia di palestinesi provenienti dai campi profughi nei dintorni di Damasco furono inviati nella zona demilitarizzata che separa la Siria dalle alture del Golan. La sicurezza dei civili palestinesi non era la priorità. La recinzione fu violata e le forze di occupazione israeliane aprirono il fuoco, e una dozzina di palestinesi furono uccisi. Ci fu un secondo spargimento di sangue a giugno, nel Naksa Day, l’anniversario dello scoppio della guerra del giugno 1967. Un’altra decina di palestinesi furono uccisi. Questi fatti erano senza precedenti,  perché mai prima di allora il governo siriano aveva spinto centinaia di palestinesi sul Golan, in entrambi gli anniversari. Perché nel 2011? Per distogliere l’attenzione dal massacro in corso nelle strade siriane. Uno dei principali rami dell’intelligence siriana si occupa solo di questioni relative alla Palestina. E’ impossibile che l governo siriano non sapesse che una violazione della recinzione del Golan sarebbe costata tante vite palestinesi.

– Autunno 2011: Ghiyath Matar, un giovane di origini palestinesi che viveva nei sobborghi di Daraya di Damasco, utilizzò la strategia di distribuire rose e acqua alle forze di sicurezza alawite inviate dal regime per sparare sui manifestanti.

images (6)Ai primi di settembre del 2011 era morto. Il suo cadavere mutilato fu consegnato alla famiglia quattro giorni dopo il suo arresto. Diversi inviati americani hanno partecipato al suo funerale. Il portavoce del regime di Assad sostenne che una banda armata fu responsabile della tortura e della morte di Ghiyath, e questa è una mezza verità perché, dopo tutto, quella banda armata era inviata dal governo.

– Come risultato della campagna di repressione genocida di Bashar al Assad, Yarmouk è diventata la casa per un milione di profughi siriani sfollati entro la fine del 2011. Quando l’Esercito siriano libero guadagnò terreno nella periferia meridionale di Damasco, l’esercito siriano cominciò a colpire il campo mentre, allo stesso tempo, armava il pro-regime PFLP-GC. Mortai sono stati sparati sul campo da parte delle forze di Assad prima ancora che l’FSA vi mettesse piede.

– Estate 2012: paramilitari alawiti che vivevano a Nisreen, vicino a Yarmouk, aprirono il fuoco su una massiccia manifestazione anti-governativa, uccidendo dieci palestinesi, tra cui un bambino.

– Autunno 2012: L’FSA istituì una linea di alimentazione attraverso Yarmouk, a cui seguì una massiccia punizione collettiva per mano del regime: le forze governative siriane e le milizie alawite circondarono Yarmouk, e nell’ottobre del 2012 gli ingressi al campo furono aperti solo per due o tre giorni alla settimana. I civili portavano il peso della violenza; la fame, la malattia, e i bombardamenti indiscriminati. 

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei "pro-palestinesi" osservavo un totale silenzio.

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei “pro-palestinesi” osservavo un totale silenzio.

– Dicembre 2012: aerei militari del regime siriano bombardano una moschea a Yarmouk, che ospitava rifugiati siriani sfollati. Decine furono uccisi. Il pretesto per una tale atrocità era che l’FSA aveva nascosto alcune armi nel seminterrato della moschea.

– 2013: Khaled Bakrawi. un giovane siro-palestinese organizzatore di comunità e membro fondatore della Fondazione Jafra per il soccorso e lo sviluppo della gioventù, fu arrestato dalle forze di sicurezza statali alawite, nel gennaio del 2013, per il suo ruolo di primo piano nella realizzazione di attività umanitarie e di aiuto a Yarmouk. A settembre i palestinesi di Yarmouk seppero che Khaled fu ucciso sotto tortura in un centro di detenzione a Damasco.

Khaled Bakrawi prese parte alla marcia di giugno nel Golan. Vedendo il leader del FPLP-CG, Ahmad Jibril, condurre il popolo nella zona del cessate il fuoco occupata da Israele, e sapendo cosa stava per accadere, cercò di dissuadere i suoi compagni palestinesi dal seguire gli ordini di Ahmad Jibril, ma inutilmente. Khaled fu costretto a guardare come le forze di sicurezza di Stato alawiti si rilassavano bevendo tè, mentre i soldati di occupazione israeliani scaricavano proiettili verso i suoi fratelli. Khaled prese due proiettili nella gamba.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Il giovane che fu definito eroe per i proiettili sionisti, sarebbe poi svanito nell’oblio dopo il suo assassinio per mano delle forze di sicurezza di Bashar al Assad.

– I Palestinesi di Yarmouk sono stai a volte uccisi da altri palestinesi. Il missile russo BM -21 Grad fu utilizzato per attaccare Yarmouk nel luglio del 2013. Due missili grad furono lanciati sulla struttura di panificio di Hamdan il 24 luglio, uccidendo quindici civili. E’ stato riferito sia da Reuters che dal Comitato di Coordinamento campo di Yarmouk che questo attacco è stato effettuato dal FPLP-CG. Quindici palestinesi di Yarmouk morirono di fame tra settembre e dicembre del 2013. Il numero dei profughi palestinesi uccisi dal 2011 in Siria ha raggiunto i 1.597, oltre ad altri 651 dispersi o imprigionati, e i 74 torturati a morte nei centri di detenzione del regime dal 2013.

– L’annichilimento del paese da parte del regime di Assad è positivo per Israele: un despota arabo che schiaccia il suo popolo ha sempre un posto speciale nel cuore sionista. Israele ha sempre fatto affidamento sui despoti arabi corrotti come Bashar al Assad, per reprimere le masse al suo posto; un sentimento anti-iraniano è stato seminato nel mondo arabo a causa della sua colonizzazione della Siria.

E Hezbollah è troppo occupato nell’omicidio di siriani per causare disturbo ad Israele. Ed Israele non è più esposto ad alcuna pressione ad abbandonare le alture del Golan.”

originale: http://wewritewhatwelike.com/2014/05/05/a-guide-for-the-palestinian-or-pro-palestinian-shabiha-sympathizer-in-your-life/

Siria: l’Onu ha esortato a sfidare Assad in materia di aiuti o sono a rischio le vite di centinaia di migliaia di siriani

29 Apr
Palestinesi nel campo profughi assediati aspettano in fila per ottenere un po' di cibo.  L'Onu è rimasto bloccato fuori il campo di Yarmouk (Damasco) per più di 2 settimane.

Palestinesi nel campo profughi assediati aspettano in fila per ottenere un po’ di cibo. L’Onu è rimasto bloccato fuori il campo di Yarmouk (Damasco) per più di 2 settimane.

SCRITTO DA JULIAN BORGER, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Eminenti esperti legali sostengono che l’ONU dovrebbe ignorare il divieto a fornire aiuti direttamente nelle aree fuori dal controllo del regime di Assad.

La vita di centinaia di migliaia di siriani è in gioco a causa della interpretazione delle Nazioni Unite del suo “eccessivamente prudente” mandato per consegnare aiuti umanitari, lo afferma un gruppo di oltre 30 dei maggiori esperti di rivendicazioni legali del mondo.

Una lettera pubblicata sul Guardian martedì, firmata da 35 tra i migliori avvocati e professori di diritto di tutto il mondo, sostiene che le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite hanno il diritto legale di sfidare il rifiuto “arbitrario” del governo siriano, per consentire che aiuti alimentari e forniture mediche raggiungano zone sotto il controllo dei ribelli. L’ONU stima che ora ci sono più di 9 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari, di cui 3,5 milioni sono in zone difficili da raggiungere. Quasi un quarto di milione di loro sono completamente tagliati fuori dalla guerra, e di questi, l’80% è assediato dalle truppe governative.

La lettera (tra i cui firmatari figurano Richard Goldstone, ex procuratore capo per i crimini di guerra del Tribunale dell’Aia per l’ex Jugoslavia; sir Nicolas Bratza, ex presidente della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, e diverse altre autorità mondiali sul diritto internazionale umanitario) sostiene che il permesso dato dai gruppi di opposizione in vista di un efficace controllo del territorio siriano, rappresenta basi legali sufficienti per fornire aiuti a quelle aree.

Inoltre, la lettera dice che in base al diritto umanitario internazionale, le parti di un conflitto possono impedire la consegna di aiuti umanitari per motivi di legge vigenti, o durante un’operazione militare specifica e temporanea, per esempio.
“Ma non possono, comunque, legalmente negare il consenso per indebolire la resistenza al nemico, lasciare morire di fame i civili o proibire l’assistenza medica. Se il consenso viene negato per queste ragioni arbitrarie, l’operazione di soccorso è lecita anche senza consenso”, sostengono gli esperti legali.

“La posta in gioco per correggere questa interpretazione giuridica eccessivamente prudente è elevata: centinaia di migliaia di vite sono in pericolo. Le organizzazioni umanitarie sicuramente dovranno affrontare enormi rischi nello svolgimento delle operazioni di soccorso transfrontaliere e possono rifiutarsi di farlo.”

Secondo alcuni esperti, più di 700.000 persone potrebbero essere aiutate se l’ONU ignorasse i divieti del governo siriano sulla fornitura di assistenza direttamente nelle zone al di fuori del suo controllo. Il governo britannico ha dato il suo sostegno nella notte di lunedì all’argomento giuridico stabilito nella lettera.

“Il Regno Unito riconosce che fornire aiuto umanitario imparziale transfrontaliero senza consenso esplicito del regime non è illegittimo, in circostanze in cui il regime nega arbitrariamente l’accesso umanitario attraverso le frontiere o i valichi su cui non ha alcun controllo, e alla luce del fatto che il regime sta usando la fame come strumento di guerra contro il proprio popolo”, ha detto un portavoce del Foreign Office. “Tali aiuti devono tuttavia soddisfare le esigenze di umanità e imparzialità.”

David Miliband, ex ministro degli esteri britannico ora presidente di un gruppo umanitario statunitense, l’International Rescue Committee (IRC), ha dichiarato: “Il principio della sovranità nazionale è stato sviluppato per proteggere le persone e le nazioni da aggressione, ma viene abusato qui in un modo che protegge gli aggressori, non le vittime. L’aspetto morale di intervenire per salvare vite umane è palese. Il caso legale è chiaro.”

La scorsa settimana, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, fece appello al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a fare di più per far valere la propria delibera, concordata nel mese di febbraio, invitando tutte le parti, ma in particolare Damasco, per consentire l’assistenza al disperato bisogno di aiuti. Ma il consiglio è in fase di stallo, con la Russia che rifiuta di fare ulteriore pressione sul regime di Bashar al-Assad, che continua a negare l’autorizzazione per le forniture delle Nazioni Unite ad utilizzare cinque valichi critici sui confini turco, giordano e iracheno che sono sotto il controllo di gruppi ribelli.

Le Agenzie delle Nazioni Unite dicono che stanno operando in una situazione precaria e devono essere estremamente attenti a non mettere in pericolo le consegne sostanziali che stanno già attuando attraverso i canali ufficiali.

Greg Barrow, capo dell’ufficio di Londra del World Food Programme, ha detto: “La cosa importante da riconoscere è che c’è molta attenzione sull’argomento, e il WFP sta lavorando in tutti i governatorati della Siria. Se non negoziamo con cura l’accesso attraverso le frontiere, l’accesso a circa 4 milioni di persone all’interno del paese potrebbe essere compromesso.”
Gruppi di diritti umani e di aiuto ritengono che sul punto raggiunto non dovrebbe più essere consentito al regime di Assad di forzare l’ONU a scegliere tra la fornitura ad aree di governo o dei ribelli. Essi sostengono che c’è anche una zona grigia in cui le agenzie dell’ONU potrebbero, per esempio, consegnare rifornimenti alimentari alla frontiera, alle ONG che operano in aree controllate dai ribelli.

“Con o senza una luce verde da Damasco, è il momento per le Nazioni Unite di fare tutto il possibile per espandere la consegna degli aiuti attraverso le frontiere della Siria. La palese violazione da parte del regime delle leggi e delle richieste del Consiglio di sicurezza non dovrebbe permettere di ostacolare gli aiuti a centinaia di migliaia di persone in disperato bisogno”, ha dichiarato Peggy Hicks, direttore dell’avvocatura globale presso Human Rights Watch, che ha anche chiesto alle Nazioni Unite un approccio più attivo.

Miliband, la cui organizzazione, l’IRC, sta offrendo personale medico e altri aiuti alle zone sotto il controllo dell’opposizione, ha detto: “I funzionari delle Nazioni Unite affrontano dilemmi difficili in cui sono messi al confronto dal governo siriano con ultimatum e minacce. E’ dovere degli Stati membri dell’ONU, in particolare quelli del Consiglio di Sicurezza, di alzarsi in piedi e sostenere i funzionari delle Nazioni Unite per mettere al primo posto le vite dei civili nelle aree controllate dal governo dei ribelli, così come in quelle controllate dal regime”.

Originale: http://www.theguardian.com/world/2014/apr/28/legal-experts-urge-united-nations-ignore-assad-ban-aid-syria-rebels

I rifugiati di Yarmouk raccontano dei trattamenti brutali per mano dei siriani.

28 Apr
Volontari distribuiscono cibo gratuitamente ai residenti del campo profughi di Yarmouk, Siria.

Voluntari distribuiscono cibo gratuitamente ai residenti del campo profughi di Yarmouk, Siria.

SCRITTO DA MARTIN CHULOV, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Famiglie palestinesi che sono riuscite a fuggire dal campo siriano sono ora in Libano con le storie terribili della loro sofferenza.

Trascinandosi dietro un sacchetto di plastica con i vestiti e gli avanzi di cibo che sono riusciti a salvare, Umm Samir scacciato dalla sua casa in rovina, sta strisciando nel buio prima dell’alba per il suo secondo viaggio di esilio in 68 anni.

Giorni difficili, poiché lei ha fatto il suo percorso dal campo profughi palestinese di Yarmouk di Damasco fino a Beirut, dove ora si confronta con la realtà amara di essere di nuovo diventata una rifugiata, e il sogno di tutta una vita di tornare alla sua città natale è ora più lontano che mai.

“Ho sempre pensato che l’unica volta che avrei dovuto lasciare Yarmouk sarebbe stato per tornare in Palestina”, ha detto da una piccola cantina situata nel campo palestinese di Sabra – Shatila, nel cuore della capitale libanese, dove la famiglia ha cercato riparp tre giorni fa. “Ora mi trovo qui.”

Dall’altra parte della stanza, la figlia di Umm Samir, il genero, e cinque dei suoi 10 bambini, sono accovacciati in silenzio sul pavimento. Il padre dei bambini, Abu Sameer, ingobbito, colpiva l’aria, mentre Umm Samir si sposta velocemente tra rabbia e dolore.

“Non mi aspettavo questo”, ha detto Umm Samir circa l’assedio inesorabile sul campo di Yarmouk, che ha visto molti patire la fame fino al punto di morte. “Non pensavo che il regime siriano avrebbe fatto questo alla nostra gente. Il velo è caduto. Possiamo vedere chiaramente quanto ci hanno sfruttati.”

Negli ultimi quindici giorni, l’assedio di Yarmouk, il campo sostenuto dalla Siria nel corso di quattro decenni, come simbolo del suo (presunto, ndt) impegno per la causa palestinese, ha raggiunto un limite. Molti di quelli che restano sono stati in grado di nutrirsi, oppure hanno dovuto lasciarlo. Altri, come Abu Samir e la sua famiglia, hanno deciso che un suicidio a correre per le frontiere gelosamente custodite del campo era una scommessa migliore che restare in edifici abbandonati e frutteti saccheggiati.

“Abbiamo lasciato il campo a piccoli gruppi, ma cinque dei nostri figli sono ancora lì”, ha detto Abu Samir. ” Era troppo pericoloso portarli con noi. Stavamo morendo”, ha detto della sua decisione di lasciare. “Non avevamo scelta”.

La situazione disperata di coloro che hanno lasciato alle spalle è stata descritta la scorsa settimana dalle Nazioni Unite per il soccorso Works Agency (UNRWA) e dai piani di Observer. Entrambi hanno evidenziato la portata di una catastrofe crudamente in contrasto con una recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiedeva che aiuti umanitari fossero consegnati a tutti coloro che sono coinvolti in una guerra implacabile in Siria.

La settimana scorsa, dopo una richiesta del segretario generale Onu Ban Ki-moon, le cose sono cambiate a Yarmouk, pacchi di cibo hanno potuto raggiungere alcuni che li hanno ricevuti per la prima volta in 15 giorni. L’UNRWA ha riferito che i funzionari siriani avevano permesso l’entrata nelcampo di quasi 700 pacchi, ciascuno in grado di alimentare tra le cinque e le otto persone. La consegna facilita una crisi immediata, ma non riesce ad affrontare un deficit di scorte profondo, causato da mesi di ritardo nelle consegne dall’inizio dell’anno.

E i nuovi rifornimenti non hanno raggiunto tutti coloro che ne hanno bisogno. Un residente di Yarmouk, che ha chiesto di non essere nominato, era quasi troppo esausto per farsi sentire su tutta la linea telefonica venerdì. “E’ un incubo”, ha detto. “Da soli quattro mesi abbiamo mangiato solo riso e erba, ravanelli e erbaccia.”

Alla domanda sul perché non avesse cercato di scappare, ha detto: “Se fossimo stati presi, saremmo stati portati dritti al Palestine Branch (divisione dell’Intelligence). Chi va lì dentro non ne esce. E’ così che tante persone sono scomparse”.

Molti degli esuli di Yarmouk dicono che il nome della loro ex casa sarà presto inciso nella infamia nello stesso modo che Sabra – Shatila 32 anni fa, quando più di 1.000 palestinesi furono massacrati da milizie cristiane libanesi che all’epoca erano alleate dell’occupazione israeliana.

I fantasmi del 1982 sono profondamente sinonimo di sofferenza palestinese.

Ma alcuni dei nuovi arrivati dicono che la scala degli orrori attuali a Yarmouk e in altri campi siriani potrebbe presto perfino superare un episodio di tale dolore.

Iran e Siria “fingono di essere contro Israele”, ma questo è solo uno stratagemma, secondo Umm Ibrahim, la matriarca di una famiglia di Yarmouk, arrivata a Sabra – Shatila nelle ultime settimane. “Le alture del Golan sono state in silenzio per quanto tempo?” chiede retoricamente. “La resistenza palestinese le utilizzava per venire attraverso il Libano a combattere Israele, autorizzata ad entrare attraverso la terra siriana. Nemmeno a un uccello è stato permesso di volare attraverso la recinzione di confine.”

Il risentimento ribolle tra le due famiglie dei nuovi rifugiati. “Gli arabi sono nemici più grandi che gli israeliani”, ha detto Umm Samir. “Loro non si comportano così con i loro peggiori nemici.”

Indesiderati in Siria, coloro che fuggono da Yarmouk hanno appena capito che tipo di casa sia il Libano. Ai nuovi arrivi è dato un visto di una settimana, che impone loro di riferire alle autorità o di pagare una multa di $ 200, che pochi tra loro si possono permettere. Mentre l’UNRWA e le altre organizzazioni umanitarie offrono qualche aiuto alimentare e spazio di vita, le condizioni sono molto peggiori qui che in condizionidi pre-guerra in Siria.

“Non si preoccupano minimamente dinoi “, ha detto Umm Samir, che era troppo giovane per ricordare il suo primo viaggio in esilio nel 1948 dalla città palestinese di Safed, in quello che oggi è Israele, e troppo angosciata per voler ricordare il suo secondo viaggio della settimana scorsa. “Ho pensato che se avessi mai lasciato la mia casa ancora una volta prima di morire, sarebbe stato per tornare in Palestina.”

Fuori Sabra-Shatila, nella vicina ambasciata palestinese, l’alto funzionario Qassem Abu Mazen, responsabile per gli arrivi a Yarmouk, ha cercato di minimizzare la portata della crisi. “Le cose sono effettivamente migliorate nelle ultime settimane”, ha detto. “Non sono peggiorate. La leadership palestinese ha deciso di prendere una posizione di neutralità. Questo ci ha portato più vicino al regime siriano, nonostante tutto quello che è successo. E’ stata una decisione difficile, ma ci ha resi meno di parte. Questo è un gioco di scacchi che deve essere giocato da tutti nella regione”, ha detto della guerra siriana.

“Ma c’è una sola mente, l’America. Serve i loro interessi in modo che possano rimanere nella regione.”

Nel campo, i nuovi arrivati non credono assolutamente in tutto questo.

“I nostri cosiddetti leaders hanno le loro ragioni per la loro vicinanza al regime siriano”, ha detto Umm Samir. “E non ha nulla a che fare con noi. Vergogna su di loro e sul loro silenzio.”

ORIGINALE: http://www.theguardian.com/world/2014/apr/27/yarmouk-refugees-brutal-treatment-syrians

Il Palestinianismo come antitesi al Neutralismo

22 Apr
Palestinian students wave Syrian flags during a march in Gaza City.

Palestinian students wave Syrian flags during a march in Gaza City.

DI OMAR CHAABAN per Beyond Compromise. Traduzione di Claudia Avolio.

Essere sempre, sempre, sempre dalla parte degli oppressi.

Questo dovrebbe essere un principio non negoziabile né discutibile che contiene in sé tutto ciò che caratterizza un essere umano con una morale. Non dovrebbero esserci “ma“, “se,”, “e che dire [di questo o quest’altro]”, perché tutte queste espressioni indicano un fallimento nel comprendere cosa significa essere contro la tirannia e l’oppressione. E se lo riconosciamo come un fallimento – e ne vediamo le implicazioni – allora non dovremmo cambiare percorso per convincerci che si tratta solo del risultato di imperativi politici e strategici miseri ed incontrollabili. E lo dico perché questi cosiddetti imperativi politici e strategici non dovrebbero annebbiarci la vista davanti a principi morali fondamentali. In ogni situazione e contesto, questi imperativi non significano nulla nel caso siano assunti a spese della sofferenza di un altro popolo.

Questo è il principio che noi, come palestinesi, abbiamo sempre usato per portare avanti la nostra causa. Noi, come nazione espropriata e andata incontro alla pulizia etnica, non abbiamo mai accettato la narrativa proposta dai sionisti e dai loro sostenitori a Washington e Londra. Abbiamo sempre rifiutato la premessa secondo cui – visto che gli ebrei sono stati vittime di uno dei più efferati genocidi – ciò consenta a un gruppo che appartiene al sionismo politico di chiedere un risarcimento a nostre spese. Abbiamo sempre rifiutato l’idea sionista secondo cui solo attraverso la colonizzazione della Palestina gli ebrei potessero ottenere una sorta di giustizia. Abbiamo rifiutato queste narrative in primo luogo perché al massimo dell’amoralità, e in quanto si basano solo su falsi calcoli politici maturati in Europa.

In secondo luogo, abbiamo sempre rifiutato ogni imposizione di soluzioni dall’esterno. Abbiamo sempre sostenuto di essere i padroni della nostra causa e del nostro destino. E che nessun essere umano può strapparci via questa proprietà.

Con questa conoscenza, e questa idea fondante, i nostri genitori e nonni hanno avviato la rivoluzione palestinese: una rivoluzione il cui nocciolo è credere che la liberazione si possa ottenere solo quando le nostre strategie non siano separate dalla moralità. Abbiamo sostenuto ancora e di nuovo di non poter mai difendere la nostra causa se non possedendo una forte comprensione morale del fatto che – a prescindere dall’opinione internazionale e dalle avversità politiche e militari che possiamo incontrare  – non lasceremo indietro i principi fondamentali che includono il ritorno di tutti i palestinesi alle loro terre senza condizione. La necessità, anche, di non scordare mai il nostro attaccamento alla terra intera della Palestina storica, e l’importanza di perseguire i nostri obiettivi con ogni mezzo necessario, resistenza armata inclusa ma non esclusiva.

Abbiamo inoltre rifiutato la nozione di neutralità. Il mondo ha provato ad imporcela. Hanno detto che – se volevamo andare avanti – la comunità internazionale doveva rimanere neutrale (che abbiamo inteso come: mantenere una facciata di neutralità). Hanno anche detto di non poter essere un arbitro imparziale in un conflitto sanguinoso se avessero preso le parti di un lato piuttosto che dell’altro. Per loro la geopolitca richiede neutralità in un conflitto storico assai complesso. Ma noi abbiamo rifiutato tutte queste dichiarazioni ed argomentazioni, e abbiamo chiesto al mondo di stare dalla nostra parte. Abbiamo sostenuto ancora e ancora che soccombendo alla neutralità si instaura nella mente un falso senso di obiettività che maschera la realtà in cui si sta dalla parte dell’oppressore. Abbiamo detto che essere neutrali significa in effetti chiudere un occhio sull’aggressione, relegandola a un fatto di mero dissenso politico. Abbiamo affermato che nei conflitti sanguinari non c’è neutralità: o stai con l’aggressore o stai con la vittima.

E da questa posizione, il movimento di solidarietà nell’Occidente trae la sua forza. Così quando chiediamo a corporazioni, chiese, istituzioni, università, unioni ed altri di boicottare l’entità sionista e di smetterla di investire in qualunque cosa rafforzi l’occupazione della Palestina, stiamo loro in effetti chiedendo di togliersi questa maschera di neutralità e prendere una posizione politica e scegliere da che parte stare: o sei un sostenitore dell’aggressione sionista o sei un oppositore. Quando camminiamo nelle aule universitarie, negli incontri sindacali, nelle congreghe ecclesiastiche indossando la kefiah palestinese, non stiamo solo annunciando a chi abbiamo davanti che abbiamo preso una posizione politica – e che tale posizione è a sostegno delle aspirazioni del popolo palestinese – ma stiamo anche richiedendogli che prenda una posizione forte anche lui e lo annunci alle altre persone.

Il Palestinianismo è antitetico a ogni nozione di neutralità. I palestinesi non sono mai stati neutrali e non lo saranno mai. L’essenza del Palestinianismo richiede a chi vi converga – e nel farlo si propone come motivante spinta verso il bene – di prendere una posizione decisa contro l’oppressione chiunque e dovunque sia perpetrata. L’essenza del Palestinianismo ci richiede di dare priorità ad imperativi morali al di sopra di ogni considerazione strategica o pragmatica. E l’essenza del Palestinianismo rifiuta la mano tesa di un regime che non esita ad uccidere le persone che dichiara di governare.

Detto questo, non dobbiamo confondere la neutralità esercitata per sopravvivere con la neutralità intesa come strategia preconcetta e sconsiderata per assolverci da ogni responsabilità morale verso il popolo della Siria. Come sta diventando chiaro giorno dopo giorno, la gente di Yarmouk è sempre stata e sarà sempre gente di principio. Il loro aver assunto una posizione neutrale nelle prime fasi della rivoluzione è stato un diretto risultato della loro consapevolezza del fatto che la propria sopravvivenza come popolo spossessato dipende da questo. Sono rimasti neutrali perché sapevano bene che – per le condizioni in cui vivono – sono incapaci di resistere ad una inevitabile punizione collettiva che, come abbiamo visto, ha compreso un deliberato lasciar morire di fame ed il regolare quanto indiscriminato bombardamento di basi civili.

Ora, grazie al meticoloso e quanto mai apprezzato lavoro di attivisti come Nidal Bitari e altri, sappiamo che il campo è in questa sua attuale difficile situazione a causa di un premeditato tentativo – per mano dei “clienti” del regime (FPLP/CG, Fatah El-Intifada e El-Sa’eqa) – di provocare il Libero Esercito Siriano ed altri militanti così da usarlo come pretesto per imporre sul campo politiche descrivibili solo come un genocidio. Abbiamo questa informazione a disposizione, abbiamo i mezzi per diffonderla, e abbiamo l’esperienza storica che ci permette di comprenderla e contestualizzarla. Eppure, continuiamo a nasconderci dietro il velo della neutralità, e così non stiamo solo scordando che significa essere un saldo, perseverante e forte palestinese, ma stiamo anche tradendo i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi e siriani di Yarmouk e in tutta la Siria.

Nell’era dell’informazione, la neutralità è complicità. Gli abitanti di Yarmouk non si sono mai considerati sconnessi dalla rivoluzione, perché sanno bene che Yarmouk – come capitale della rivoluzione palestinese, non può essere in alcun modo separata dalla rivoluzione siriana. Tuttavia, e per loro sfortuna, i loro fratelli e sorelle in Occidente non sembrano essere preparati ad accettare la loro narrativa e continuano a plasmare argomentazioni incomprensibili per giustificare la loro neutralità mal studiata.

English version: http://beyondcompromise.com/2014/04/14/palestinianism-as-the-antithesis-to-neutralism/

L’assedio di Al-Assad … da Tel Zaatar a Yarmouk

3 Apr
profughi siriani massacrati in 1976 in Tel el-Zaatar, con l'aiuto delle forze di Hafez Al-Assad

profughi siriani massacrati in 1976 in Tel el-Zaatar, con l’aiuto delle forze di Hafez Al-Assad

SCRITTO DA MARAH AL-BAQA’I, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

“In Siria siamo al punto di trasferire il sangue da persona a persona, da coloro che sono morti a coloro che ne hanno bisogno, senza neanche prove per vedere se i gruppi sanguigni sono compatibili. Da persona a persona tramite grandi siringhe da 60 millilitri, perché le borse necessarie per la conservazione del sangue non sono più disponibili.” 

Questa era una dichiarazione rilasciata da un centro di statistiche in Siria, e presumibilmente proveniva da una delle infermiere che lavora nel campo profughi di Yarmouk, altrimenti noto come il campo della morte. C’è attualmente un solo ospedale in grado di ricevere i malati e i feriti, la clinica Falasteen. La clinica ha un solo medico di guardia e lui è in realtà uno studente di medicina che deve ancora finire gli studi.

Il regime di Al-Assad ha preso di mira e distrutto tutti gli ospedali e le cliniche del campo profughi di Yarmouk, e la maggior parte dei suoi medici sono stati assassinati o colpiti direttamente per aver accettato di trattare e curare i morenti e i membri feriti dell’opposizione.

Il blocco imposto dal regime di Al- Assad al campo, che va dal lancio di razzi e bombardamenti, pioggia di agenti chimici da aerei e divieto di far entrare cibo e medicine da un intero anno, è diventato un crimine di guerra che minaccia tutti i cittadini, compresi quelli che risiedono nelle loro case.

profughi palestinesi, vittime dei bombardamenti del regime siriano su Yarmouk

profughi palestinesi, vittime dei bombardamenti del regime siriano su Yarmouk

Come è possibile che stiamo discutendo di un campo profughi palestinese che il governo siriano giurò di proteggere? Il governo siriano ha l’obbligo di curare e proteggere questo campo secondo le norme fondamentali del diritto internazionale e secondo un accordo preso con l’UNRWA , l’organizzazione dell’ONU fondata appositamente per far fronte alle esigenze dei profughi palestinesi.

La tregua di Ginevra

La clausola principale della prima conferenza di Ginevra ha chiesto al regime di sollevare l’assedio sui civili e di fare in modo che il cibo e le altre necessità possano essere trasportate. Eppure, non ci sembra che questo abbia avuto un significato circa la pressione internazionale da esercitare sul regime nonostante che questa clausola, sotto il titolo “Responsabilità di proteggere i civili”, sia un principio approvato dall’Assemblea Generale alle Nazioni Unite nel 1995. Entrambi, gli ambasciatori alle Nazioni Unite e i membri della Lega Araba, hanno fallito su questo principio di base, che ora è niente di più di inchiostro su carta, a partire dall’iniziativa di Kofi Anan che portò a Ginevra II.

La conferenza di Ginevra II si è tenuta dopo potenze internazionali mettono grande pressione sull’opposizione siriana a partecipare. Gli Stati Uniti e una serie di potenze europee hanno ritenuto di poter convincere il regime di Al-Assad a rispettare gli inquilini di base della prima conferenza di Ginevra, anche se non ha rispettato dopo la firma.

In prima linea delle richieste che l’opposizione posta sul tavolo è stato quello di sollevare l’assedio zone controllate dall’opposizione a Homs. In realtà, il successo dell’opposizione su questo punto è considerato uno dei più grandi innovazioni di Ginevra II.

La conferenza di Ginevra II si è tenuta dopo che le potenze internazionali fecero pressione sull’opposizione siriana a partecipare. Gli Stati Uniti e una serie di potenze europee hanno ritenuto di poter convincere il regime di Al-Assad a rispettare le linee di base della prima conferenza di Ginevra, anche se poi esse non sono state rispettate dopo la firma.

In prima linea delle richieste dell’opposizione c’era quella di sollevare l’assedio dalle zone controllate dall’opposizione a Homs. Il successo dell’opposizione su questo punto è considerato una delle più grandi innovazioni di Ginevra II.

L’inviato speciale per la Siria delle Nazioni Unite e Lega Araba, Lakhdar Brahimi, ha proposto una tregua umanitaria in modo che le forniture potessero raggiungere le persone bloccati nelle zone calde del conflitto nella parte vecchia di Homs, dove hanno bisogno di cibo, vestiti e assistenza medica dopo più di un anno sotto assedio.

Il regime di Al-Assad si affrettò ad accettare questa proposta perché ci vide uno sbocco internazionale, attraverso il quale avrebbe trattato direttamente con le Nazioni Unite, dandosi anche l’occasione perfetta per isolare l’opposizione attraverso un accordo fatto con l’UNRWA.

Il regime accolse la richiesta nei negoziati per il solo scopo di raggiungere i suoi obiettivi. La tregua ha permesso al regime di accedere alle zone di conflitto a Homs, e successivamente di detenere e interrogare i membri dell’opposizione. Alimenti e forniture mediche non sono stati fatti entrare in queste aree di conflitto, e alle Nazioni Unite non è stato concesso l’accesso a queste regioni. Al contrario, il regime è stato ancora in grado di devastare e intimidire i civili inermi.

È in questo modo che il regime ha cercato di sfruttare la posizione dell’opposizione e usarla a suo vantaggio.

Yarmouk tra le fauci della morte

Sotto l’influenza di questa forma di ritorsione arrivò la decisione del regime di sollevare l’assedio fuori dal campo profughi di Yarmouk, in modo da farlo apparire come una continuazione del suo percorso verso una decisione regionale. In realtà, questo passaggio è parte del senso di razzismo selettivo del regime, accompagnato da violenze e abusi orientati verso chi sfugge dal suo assedio. Molti di coloro che sfidano il regime vengono arrestati e interrogati in condizioni che in genere non soddisfano le basi fondamentali dei diritti umani e dei diritti civili in condizioni di guerra.

Il regime di Al-Assad, sostenuto da armati delle milizie palestinesi, ha fornito ai cittadini nelle zone di conflitto solo un temporaneo senso di sicurezza, ed è così che è stato in grado di ottenere il controllo di aree che in precedenza erano al di fuori del suo. Il regime ha poi impedito a cibo e forniture mediche di base di entrare nel campo. I membri delle milizie palestinesi erano dispersi tra i civili a Damasco e nei suoi dintorni, e fu una sorpresa per molti vedere che questi gruppi erano armati con armi sofisticate!

Il regime di Al-Assad, che si accredita come il “difensore di ogni resistenza e dei rivoluzionari”, ha vietato al popolo palestinese di avere qualsiasi tipo di armi sul suolo siriano. Anche un coltello da cucina è visto come un’arma pericolosa in mano a un palestinese.

truppe siriane mentre invadano il libano e mirano ai campi profughi dei palestinesi.

truppe siriane mentre invadano il libano e mirano ai campi profughi dei palestinesi.

 L’eredità del padre

Questo tipo di opportunismo razziale non nasce col regime di Bashar Al-Assad. Questa pesante eredità è stata ereditata dal padrino degli omicidi settari e della punizione collettiva, Hafez Al-Assad, padre dell’attuale presidente. L’assedio corrente sul campo profughi di Yarmouk è una ripetizione storica dell’assedio su Tel El- Zataar a Beirut, in un momento in cui le forze siriane in Libano controllavano in due modi: formalmente, attraverso il governo, e alimentando il conflitto settario.

Alla fine di giugno 1976, le forze siriane si allearono con sette cristiane estremisti del tempo, cooperando nell’imporre un assedio spaventoso sul campo profughi palestinese di Tel El- Zataar. Il blocco durò due mesi e il campo, che era la casa di 20.000 palestinesi e 15.000 libanesi, fu oggetto di violenze e punizioni collettive. A cibo e altri generi di prima necessità fu proibito di entrare nel campo. Circa 5.500 proiettili cadevano sulle teste dei civili, e alla Croce Rossa fu severamente vietato di entrare nell’area.

La notte del 14 agosto 1976, le forze di Hafez Al-Assad presero d’assalto il campo, indebolito dalla fame, dalla paura e dalla fatica, e commisero una delle stragi più atroci, che costò la vita a più di 3.000 palestinesi caduti vittima della violenza sistematica. Queste milizie marciarono sotto le divise del governo siriano commettendo crimini indicibili come il taglio della pancia a donne incinte, massacri di bambini e anziani, così come violenze sessuali e saccheggi.

Durante quello stesso periodo, Jisser Al-Basha e Al-Kalantina, altri due campi palestinesi, furono attaccati dal regime. Il silenzio e la morte colpirono la città e il mondo guardò con orrore le immagini televisive dei media internazionali sulla strage avvenuta per mano di Hafez Al-Assad.

Gli osservatori internazionali documentarono i massacri, tra essi lo storico Israel Shahak, noto per la sua dura critica al governo israeliano e, come tale, è spesso accusato di antisemitismo. Shahak scrisse che le forze siriane eseguirono quel massacro con il pieno sostegno di Israele e di un certo numero di gruppi politici americani.

Sull’orlo della morte

Il 3 marzo 2014, Al -Jazeera ha trasmesso un notiziario in diretta dal campo profughi di Yarmouk. Mostrava una delle scene più traumatiche che mai sia stata visualizzata su uno schermo televisivo: un uomo che urlando chiedeva a Israele di “salvarlo” dalle fauci del regime di Al-Assad.

“Io sono malato! Ho bisogno di medicine … portatemi agli ebrei!”, scongiurava.

Questa lezione di storia dimostra che il figliol prodigo ha ripristinato l’eredità di suo padre tiranno. Questa lezione è stata unica per il popolo siriano, perché proprio il governo del paese sottopone la sua gente alla violenza e all’estremismo.

 

originale: http://www.middleeastmonitor.com/articles/middle-east/10613-al-assads-blockadefrom-tel-zaatar-to-yarmouk

#WithSyria e Banksy: Salvare la Siria attraverso l’Orientalismo

12 Mar

banksydi Hisham Ashkar. Traduzione di Claudia Avolio.

Alla vigilia del terzo anniversario della rivolta siriana, si è formata una coalizione di organizzazioni internazionali, #WithSyria, che invita il mondo a tenere veglie per il 15 marzo. L’obiettivo è quello di “mostrare ai nostri leader che non lasceremo solo il popolo della Siria, che devono agire per porre fine al bagno di sangue e per portare aiuto a tutti quelli che ne hanno bisogno”.

Tra le organizzazioni figurano Amnesty International, Save the Children, Reporters Sans Frontières e la Chiesa Anglicana.

Nel loro sforzo teso alla mobilitazione, hanno reclutato Banksy, e in effetti il famoso artista inglese di graffiti dall’identità sconosciuta non ha mancato di stupirci ancora una volta. Ha prodotto un Banksy originale per la campagna, che Amnesty ha twittato con orgoglio.

Questo nuovo Banksy ci ricorda un vecchio Banksy: Una bambina che col vento perde il suo palloncino a forma di cuore. Sulla scala dietro di lei la scritta “There is always hope”. Il graffito è stato realizzato nel 2007.

Per la campagna #WithSyria alla bambina è stato messo un velo. Be’ certo, è logico! La Siria è un Paese islamico, le donne musulmane sono piene di veli. Così, per essere politicamente corretto, e per tenere in considerazione la sensibilità dei musulmani e non offenderli, la bambina indossa un velo.

Forse Banksy non ci ha pensato molto mentre disegnava. Ma ciò rivela un’insostenibile quantità di ignoranza, stereotipi ed orientalismo, non solo da parte di Banksy, ma anche delle organizzazioni che fanno parte della campagna #WithSyria.

Inoltre, la produzione e l’utilizzo di questo graffito, rivela fino a che punto si estende l’arroganza (conscia o inconscia) della stella dei graffiti acclamata a livello internazionale che gira il mondo per diffondere le sue opere e portare consapevolezza a milioni di persone su questioni di sofferenza ed iniquità – dal muro in Palestina fino a Guantanamo e ai vizi del capitalismo. Ma anche l’arroganza di queste organizzazioni umanitarie che difendono vari tipi di diritti umani. Entrambi – Banksy e le organizzazioni – hanno questo in comune: salvare il mondo attraverso la consapevolezza ed una (limitata o di scarso impatto) azione. E nella loro missione, sono entrambi caduti nella trappola dell’elitarismo e della egocentrica prospettiva del primo mondo rispetto al resto del mondo.

Prima di arrogarsi il compito di salvare la Siria, e promuovere una bambina velata come icona della campagna, almeno avrebbero dovuto sapere che – perfino nelle famiglie conservatrici musulmane – le bambine dell’età della piccola ritratta da Banksy (4-5 anni) non portano il velo. Ed in più, non tutti i musulmani in Siria sono conservatori, e non tutti i siriani sono musulmani.

Non so quanto #WithSyria conosca la Siria.

Sembra che salvare il mondo sia un compito troppo importante per porre cura nei dettagli. Sembra che salvare il mondo condoni gli stereotipi e l’orientalismo (che comunque sono un’altra forma di discriminazione).

Inoltre, un veloce confronto tra le due bambine rivela ulteriori aspetti di questi stereotipi e dell’orientalismo. Mentre in “There is always hope” il vento soffia nei capelli della bambina e le smuove la gonna, in #WithSyria il vento è quasi assente, solo un timido soffio… Perfino il vento è diventato più conservatore.

Le ragazze musulmane non dovrebbero giocare col vento.

Ad ogni modo, quest’approccio di Banksy non è né una novità né una sorpresa. Già un paio di mesi fa ha postato un video sulla Siria (che è il suo primo lavoro sulla Siria, il secondo è la bambina). Il video dal titolo “Rebel Rocket Attack” – parodia di alcuni video caricati dai siriani su YouTube (ha anche usato l’audio di quest’altro video) – mostra dei ribelli che sparano in aria abbattendo Dumbo l’Elefantino, e poi gli festeggiano attorno. Alla fine, un bambino dà un calcio a un ribelle. Questo video ha attratto numerose critiche per il suo spirito naif, la semplificazione e la miopia (si può leggere questo articolo dal titolo “The awkward politics of Banksy’s satirical Syria video”).

Infine, mentre la fama di Banksy è cresciuta, notiamo come il suo lavoro – sia a livello di contenuti sia per come lo ha esposto ed utilizzato – tenda ad essere più mainstream, più riconciliato col Sistema, e privo di profondità, cercando di trarre beneficio dalla sua reputazione.

Text in English http://mostlyoff.wordpress.com/2014/03/07/withsyria-and-banksy-saving-syria-through-orientalism/

Tel Al-Zaatar e Yarmouk – gli assedi dei campi di rifugiati, le somiglianze

11 Mar

Tamim-Al-Barghoutidi Tamim al-Barghouti. Traduzione di Claudia Avolio.

Il campo di rifugiati palestinesi di Yarmouk, Damasco, è sotto assedio da mesi, esposto ad attacchi aerei e via terra. Molti dei rifugiati muoiono di fame e finiscono per mangiare foglie e cactus. La mancanza di acqua pulita causa anche la diffusione di malattie intestinali e cutanee. I neonati e le loro madri, gli anziani, gli ammalati ed i feriti sono morti per via della penuria di medicinali. Il campo è stato bombardato in numerose occasioni e chiunque provi a uscirne viene ucciso. Anche se il regime siriano ha permesso l’ingresso nel campo di alcuni aiuti – in seguito alla pressione dei media stranieri – ha poi di fatto continuato con l’assedio appena la pressione si è allentata o l’attenzione dei media non era più vigile.

I tentativi da parte dei sostenitori del regime di negarne la responsabilità per le condizioni del campo sono penosi. Il campo di Yarmouk è un quartiere di Damasco: la responsabilità legale, etica, locale e regionale del campo resta nelle mani dell’esercito che controlla la città – l’esercito del regime. Anche se i sostenitori del regime sostengono di portare avanti una causa o un diritto, compiere il male è mille volte meglio di sostenere che quel male lo si sta compiendo nel nome di una causa.

Il regime siriano ha una lunga storia legata al far morire di fame i palestinesi – forse più lunga di qualsiasi altro regime arabo. Tre dei quattro Paesi attorno alla Palestina sono stati coinvolti nella morte di palestinesi: il Settembre nero, Sabra e Shatila e l’assedio di Gaza. Ma solo uno dei quattro Paesi è rimasto coinvolto in un bagno di sangue palestinese tre volte: Tel Zaatar, la Guerra dei Campi e ora Yarmouk. In tutt’e tre i casi, la scena è la stessa: il regime siriano usa milizie alleate e ordina loro di circondare il campo.

Nel caso di Tel Al-Zaatar (1976), ha usato le milizie maronite-cristiane libanesi, formate dalla principale milizia cristiana, i Falangisti, così come le forze del Kataeb, i Guardiani dei Cedri e il movimento Marada.

Nella Guerra dei Campi (1985-88), il regime ha reclutato il movimento sciita libanese Amal che a quei tempi era in un conflitto armato con Hezbollah per il controllo su Beirut e sul sud. Hezbollah non ha preso parte alla Guerra dei Campi, ma il movimento Amal ha aperto il fuoco contro i palestinesi e contro Hezbollah nello stesso momento.

Oggi, il regime siriano fa affidamento sul suo stesso esercito e su alcune milizie palestinesi leali al regime come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina / Comando Generale e Fatah al-Intifada.

In tutt’e tre i casi le forniture di acqua ed elettricità sono state tagliate dai campi, privati anche dei beni comuni che una volta esauriti hanno portato la popolazione a morire di fame. In tutt’e tre i casi la fame ha costretto le persone a nutrirsi di foglie e a chiedere una fatwa per poter mangiare cani, gatti ed animali morti. Le donne che si dirigevano ai pozzi funzionanti e alle pompe d’acqua ai margini del campo sono state uccise dai cecchini che lo circondavano.

Stando alle testimonianze di Hussain Ayyad e Maysa Khatib, residenti a Tel Al-Zaatar, le donne cui i cecchini hanno sparato sono cadute nei pozzi e la gente è stata costretta ad utilizzarli anche mentre i corpi delle martiri vi si trovavano dentro. Non sono riusciti a rimuovere i corpi perché i cecchini continuavano a sparargli.

In tutt’e tre i casi, ai media è stato detto che il livello di fame nei campi era una bugia, che i resoconti dei testimoni erano deliranti e che la fame delle vittime era solo un bisogno di stare sotto ai riflettori. In tutt’e tre i casi, le forze che hanno imposto l’assedio ai campi mangiavano e bevevano davanti alle telecamere delle agenzie news intorno al campo, per umiliare ed insultare ancora di più la gente.

Una delle stazioni tv libanesi che sostiene il regime siriano ha mandato in onda un servizio sul campo di Yarmouk, mostrando i soldati che hanno imposto l’assedio mentre mangiavano con uno dei corrispondenti della tv. Nel farlo, negavano il fatto che la gente fosse affamata, ripetendo la scena del latte versato durante gli assedi di Sabra e Shatila e di Burj El-Barajneh negli anni ’80 – il primo imposto dal Libano e supportato da Israele (giugno-settembre 1982), il secondo imposto dal Libano e supportato dalla Siria (1985-88).

In tutt’e tre i casi, il regime siriano ha dichiarato di aver ucciso i palestinesi per le loro opinioni radicali e la loro resistenza, ma non si è mai scontrato con Israele, neppure quando ha bombardato Damasco. In tutt’e tre i casi, umiliare i palestinesi nei media è stata parte essenziale della guerra contro di loro. Non era solo per demoralizzare la gente nei campi e chi li difendeva sotto assedio, ma anche per distorcere l’immagine della Palestina e dei simboli politici e culturali palestinesi. Questo, confondendo l’opinione pubblica siriana e libanese e le reazioni a tali atti, o quantomeno ritardando le loro eventuali azioni per opporsi all’assedio dei campi.

Refugee camp in Damascus, SyriaIl 9 gennaio 2014 il portavoce dell’UNRWA Christopher Gunness ha detto: “La somma sofferenza civile di Yarmouk si fa più profonda, con report di malnutrizione diffusa a macchia d’olio e assenza di assistenza medica, anche per chi ha gravi ferite causate dal conflitto e per le donne partorienti, con conseguenze fatali per alcune di loro”.

Il britannico The Guardian ha riportato le parole dello stesso portavoce a un mese da quell’affermazione, il 9 febbraio 2014, in cui diceva che il dottor Ibrahim Mohammed (UNRWA) ha salvato la vita di un neonato di 14 mesi di nome Khaled, provato da una grave malnutrizione. Il piccolo ha vissuto quasi solo d’acqua per due mesi. Sua madre Noor, 29 anni, ha detto che bollivano l’acqua con spezie per nutrirsi e che una volta finita, hanno iniziato a mangiare l’erba, finché non è finita anche quella.

In un messaggio documentato dall’Euro-Mediterranean Human Rights Network (EMHRN) – un’organizzazione con base a Ginevra che lavora in coordinamento con l’UNRWA per portare cibo nel campo – si parla di una ragazza di 15 anni di nome Heba e del suo piccolo di 5 mesi, che hanno riferito a chi distribuiva il cibo per conto dell’ONU di non aver mangiato per tre giorni e che perciò lei non aveva potuto allattare il suo bambino. Quando i paramedici hanno dato al piccolo dell’acqua, gli ha causato un gonfiore dovuto al fatto che non aveva avuto nulla nello stomaco per giorni. I paramedici erano preoccupati per lui e uno dei dottori della Croce Rossa Internazionale è stato incaricato di curare il piccolo.

Questi esempi di fame sono stati seguiti in passato dall’uccisione di chiunque cercasse di lasciare il campo. Nel caso di Tel Al-Zaatar, per esempio, dopo aver fatto morire di fame il campo per mesi, le milizie Falangiste supportate dal regime siriano, hanno annunciato che avrebbero permesso ai palestinesi di uscire per consentire alla Croce Rossa di trasportarli ai suoi rifugi. Quando i palestinesi hanno iniziato a lasciare il campo, le milizie hanno iniziato ad ucciderli. A riferirlo è Maysa al-Khatib, tra i sopravvissuti del massacro la cui testimonianza – insieme a quella di Hussain Ayyad – è stata pubblicata nell’appendice palestinese del quotidiano libanese Al-Safir il 12 agosto 2013 ed il 15 settembre 2012.

“Un massacro è stato commesso contro ogni giovane uomo e ragazzo sopra i 10 anni che abbia tentato di lasciare il campo, così come contro decine di ragazze, donne e anziani. Una donna con in braccio il suo piccolo di appena due giorni è stata avvicinata da uno degli assassini, che ha preso il bambino e l’ha gettato lontano. Il piccolo è finito tra alcuni alberi e la donna non ha potuto scorgere il punto in cui il corpicino era atterrato. Una giovane donna con le gambe ferite si stava trascinando verso la folla e uno degli assassini ha detto all’altro: “Prendila sotto l’albero di fico e falla contenta”. Lei ha replicato: “La morte è mille volte meglio”. Lui ha detto: “Allora muori,” e le ha sparato.

Mio cugino Ghazi stava portando sulle spalle mia nonna, pensando che così l’avrebbe salvata dalla morte – loro hanno ucciso prima lei e poi lui. Un’anziana donna è scivolata cadendo in un fosso e mentre cercava di uscirne, uno degli assassini ha detto: “Dove vai? Resta dove sei”, e le ha sparato diverse volte alla testa.

Abu Yaseen Freijah, infermiere dell’UNRWA, era vestito con la sua bianca uniforme e portava sua moglie che era stata colpita da uno sparo alla spalla e gli assassini gliel’hanno strappata dalle braccia, hanno legato le sue gambe a due auto e le hanno messe in moto in due diverse direzioni.

Mio cugino Ali, 17 anni, mite ed innocuo, è stato legato al cofano di un’auto che è partita a tutta velocità sull’asfalto. Abu Akram, il famoso venditore di tessuti, ha cercato di fermare gli assassini che stavano prendendo suo figlio, dando loro tutti i soldi che aveva, ma loro hanno ucciso il ragazzo davanti ai suoi occhi e poi hanno sparato anche a lui, prendendo i soldi.”

Ad oggi, quelli che hanno commesso il massacro di Tel Al-Zaatar e hanno fatto morire la gente di fame nella Guerra dei Campi non sono stati puniti ed alcuni sono anche diventati ministri e capi di organi rappresentativi in Libano e leader in Siria. Queste tragedie si stanno ripetendo nel campo di Yarmouk. Anche se l’inizio delle tragedie in atto a Yarmouk è simile agli inizi delle tragedie a Tel Al-Zaatar, dobbiamo tutti agire perché non finiscano nello stesso modo.

Tamim Al Barghouti è un poeta palestinese ed un politologo. Al Barghouti proviene da una famiglia di letterati. Suo padre è il poeta palestinese Mourid Barghouti, e sua madre la scrittrice e studiosa egiziana Radwa Ashour. Questo articolo è stato pubblicato in arabo sul quotidiano Shorouk, il 25 febbraio 2014.

http://palestinianpundit.blogspot.se/2014/02/tel-al-zaatar-and-yarmouk-refugee-camp.html?showComment=1393665781150 in inglese

http://wewritewhatwelike.com/2014/03/11/tel-al-zaatar-et-yarmouk-sieges-des-camps-de-refugies-les-similitudes/ in francese