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SOS YARMOUK!!!!!!

26 Gen

yarmouk graphicSCRITTO DA MUSAAB BALCHI, tradotto da Fiore Sarti
YARMOUK CAMP, Siria – “Questo grafico fornisce informazioni sulla situazione a Yarmouk, il campo palestinese in Siria. Il grafico di per sé ha numeri e informazioni terrificanti per descrivere che cosa sta succedendo, è un disastro.
Vorrei sottolineare alcuni fatti che non possono essere incluse nel grafico.

Yarmouk è occupato dal fronte Alnusra, che è l’ala militare di Al Qaeda in Siria. Nel sud est di Yarmouk l’ISIS sta cercando di prendere il campo ad Alnusra. In realtà, hanno già preso una parte del territorio Yarmouk.

Nel frattempo, il regime siriano circonda Yarmouk per farlo tornare sotto al suo controllo, e non permette che alcun cibo entri nel campo. Ha lasciato entrare solo un numero limitato di scatole di aiuto, ma per più di un mese non è stato permesso altro. Il regime ha anche tagliato completamente la fornitura di acqua a Yarmouk e fa uso quotidiano di razzi lanciati sul campo.

Alnusra, che si trova all’interno di Yarmouk, aveva già ucciso 3 persone in pubblico con l’accusa di offese a dio. Inoltre, essi sono sospettati fortemente per l’uccisione di oltre 14 attivisti non violenti nel tempo passato.
Una settimana fa, ho parlato con il mio amico dentro Yarmouk. Ha detto che non si può nemmeno dare un’occhiata dalla finestra per paura che qualcuno lo uccida!

Aeham Ahmad il pianista è stato minacciato di taglio delle le dita se continua a fare i suoi spettacoli in pubblico.

La scorsa settimana, 2 persone, uno dei quali un bambino di solo alcuni mesi, sono morti a causa della fame.

Nello stesso periodo sono morti, un anno fa, 150 persone a causa della fame. Ora, la fame è quasi la stessa di quella volta. Inoltre, non ci sono acqua, forniture di medicina, ma solo razzi, scontri, ISIS, e Alqaeda.

Dobbiamo fare qualcosa prima che la fame mortale diventi un fatto concreto! Abbiamo bisogno del vostro aiuto! Io sono pronto a far parte di tutto ciò che si desidera fare a tale proposito. Pronti a lavorare insieme per fare qualcosa! Io non posso fare nulla da solo. Le Persone innocenti stanno chiedendo il nostro aiuto.

NOTA:
Yarmouk Camp è dove ho vissuto fino a giugno 2013, e il luogo da cui sono stato costretto a partire perché sono stato minacciato prima dell’assedio totale. Se non fosse stato per quelle minacce, sarei ancora all’interno del campo, insieme alle migliaia di persone che sono assediate ora.

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I palestinesi in Siria lottano per il pane e l’auto-rappresentanza

22 Dic
Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

di Céline Cantat. Open Democracy 5/12/2014. Traduzione di Claudia Avolio.

In un recente articolo pubblicato da Russia Today e ripostato su siti solidali verso la Palestina, Sharmine Narwani offre una versione della situazione dei palestinesi in Siria considerevolmente diversa da quella descritta da numerosi rifugiati siro-palestinesi.

Nel suo articolo, Narwani descrive la popolazione palestinese come infinitamente grata al regime, che non avrebbe mai fallito nel sostegno alla lotta palestinese. I rifugiati palestinesi in Siria – piuttosto che avere una propria rappresentanza politica e guardare ai propri interessi rispetto alla crisi che colpisce il Paese in cui hanno vissuto per oltre 60 anni – avevano un solo motto politico: “neutralità”. Dichiara inoltre che “ribelli islamici” avrebbero sfidato questa neutralità invadendo quartieri palestinesi e obbligando i rifugiati ad imbracciare le armi.

L’autrice presenta i palestinesi in Siria come un blocco omogeneo, che parla con una sola voce – cioè quella dei loro leader politici, che sono le principali fonti nel suo articolo. Tralascia sia la diversità della comunità politica palestinese che – punto più importante – il modo in cui il regime siriano ha coltivato il conflitto tra le fazioni palestinesi sin dagli anni ’70, per meglio garantire la sua presa egemonica sulla regione.

Nel 1976 Hafez al-Assad disse a Yasser Arafat: “Non c’è alcun popolo palestinese, non c’è alcuna entità palestinese, c’è solo la Siria… Siamo dunque noi – le autorità siriane – ad essere i veri rappresentanti del popolo palestinese”. Kissinger, grande ammiratore di Hafez al-Assad, spiegò che “ad Assad non piaceva il PLO perché uno Stato palestinese indipendente avrebbe sconvolto il suo obiettivo strategico a lungo termine: quello di una Grande Siria”.

Narwani cita diversi rappresentanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale (FPLP-CG) guidato da Ahmad Jibril. Il FPLP-CG è un alleato storico del regime siriano, che lo sostiene in termini materiali e logistici. Nel 1976, quando l’esercito siriano permise alle milizie libanesi cristiane di uccidere migliaia di combattenti del PLO e di civili palestinesi nel corso dell’assedio di Tel al-Zaatar, il FPLP-CG gli rimase leale. In modo simile, nel corso della guerra nel campo degli anni ’80, il FPLP-CG prese le parti del regime siriano del Baath e assassinò numerosi combattenti del PLO in suo nome.

In seguito alla sconfitta della rivoluzione palestinese, il FPLP-CG aiutò il regime siriano arrestando e detenendo combattenti del PLO entrati in Siria. La fazione continua a sostenere il regime siriano ancora oggi, pattugliando i campi palestinesi in Siria e fornendo intelligence riguardo la popolazione locale. L’autrice cita anche As-Sai’qa e Fatah el-Intifada, rispettivamente la branca palestinese del partito siriano Baath e un gruppo di dissidenti rispetto a Fatah di Yasser Arafat incoraggiati dal regime siriano  a formare il proprio gruppo, che lo stesso regime sostiene e controlla da vicino.

Narwani cita poi diversi funzionari dell’Esercito Palestinese di Liberazione (PLA) che secondo dei siro-palestinesi “non ha più nulla a che fare col liberare la Palestina”. Istituitosi in origine in diversi Paesi arabi, si è mobilitato raramente e sempre per ordine del regime siriano per fornire supporto al suo esercito nel corso delle guerre libanesi. Kissinger suggerì che era in pratica “una branca dell’esercito siriano”, che Hafez al-Assad poteva usare per rinforzare il suo ascendente sul Libano e destabilizzare il PLO.

Nel PLA esiste una unità priva di personale sin dal 1983. Quell’anno, mentre i combattimenti imperversavano in Libano, il regime siriano ordinò ai giovani coscritti del PLA di sparare ai combattenti del PLO rifugiatisi nel campo palestinese di Beddawi, nel nord del Paese. I coscritti si rifiutarono: dei soldati siriani gli spararono sul posto, tutti. L’unità resta, ma da allora è rimasta senza personale.

Quando, in seguito agli accordi di Oslo, venne istituita l’Autorità Palestinese, il resto delle branche del PLA nei Paesi arabi si dissolse eccetto in Siria, dove venne posto sotto il diretto comando dell’esercito siriano. Dalla fine della guerra libanese, il PLA non si è mobilitato in alcuna azione per liberare la Palestina.

Ad ogni modo, è stato di recente chiamato a rapporto dal regime siriano perché proteggesse siti strategici. Le unità del PLA sono state poste a Adra, sud di Damasco, per impedire a gruppi armati d’opposizione di avanzare verso la capitale. Altre unità sono state inviate a Harran al-Awamid, dove proteggono un impianto elettrico. I giovani palestinesi obbligati a fare il servizio militare pagano un alto prezzo: i disertori vanno incontro alla morte e a ritorsioni verso le proprie famiglie.

Ancora prima dell’inizio della rivolta in Siria, queste organizzazioni avevano perso gran parte della loro credibilità tra la popolazione palestinese nel Paese. Sin dal 1982, il disimpegno della comunità dalla politica di partito è andata crescendo, allargando la forbice tra leadership politica e rifugiati. Una gran parte dei palestinesi in Siria rese chiaro il proprio malcontento ritirando dalle fazioni palestinesi la propria partecipazione.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash (da non confondersi con il FPLP-CG che se ne distaccò per schierarsi dalla parte siriana nel 1968) aveva storicamente mantenuto una posizione intermedia nel panorama politico palestinese, assicurando un equilibrio tra le fazioni. Ma dopo la morte di Abu Ali Mustafa nel 2001 – successore di George Habbash – il FPLP si era indebolito, anche in seguito agli arresti in Palestina dei due prossimi leader, Ahmad Saadat e Abdelrahim Maluh.

Di conseguenza, negli anni 2000 Maher Taher – nuovo leader del FPLP in Siria – si avvicinò al regime siriano e a Hamas. Il segretario dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, venne allora ospitato e pienamente supportato da Damasco. Maher Taher ha preso le distanze da Hamas solo in seguito al disaccordo tra il partito islamico e Bashar al-Assad, come risultato del sostegno di Hamas verso la rivolta siriana.

Narwani cita Maher Taher come se rappresentasse i palestinesi in Siria. Tuttavia, rifugiati palestinesi arrabbiati lo cacciarono dal cimitero di Yarmouk quando provò a presenziare i funerali dei giovani uccisi dall’esercito israeliano nel Golan il 5 giugno 2011 – giornata che Narwani descrive in modo inaccurato.

La storia iniziò alcuni mesi prima. Attivisti palestinesi, incoraggiati dalle rivolte arabe, si erano rivolti ai rifugiati palestinesi in Egitto, Giordania, Libano e Siria perché organizzassero manifestazioni davanti al confine con Israele nei loro rispettivi Paesi per il 15 maggio – il giorno della commemorazione della Nakba (“catastrofe” in arabo, in riferimento alla creazione dello Stato di Israele e l’esilio di migliaia di palestinesi dalla loro terra natia).

Il regime siriano decise di permettere l’evento, per restaurare la propria immagine di “campione della resistenza contro Israele” e distrarre l’attenzione da ciò che stava avvenendo all’interno della Siria. Ma quando i palestinesi giunsero nel Golan, di cui una parte fu conquistata da Israele nella guerra del 1967, il regime non poteva immaginare la piega che gli eventi avrebbero preso.

Questo tipo di manifestazione si limita di solito a qualche discorso e foto di leader di fazioni e alcuni membri del partito Baath. Stavolta, infiammati dagli eventi in tutto il mondo arabo ed esasperati dalla situazione in Siria, un gruppo di giovani palestinesi attraversò la zona militare siriana puntando al confine israeliano.

In centinaia li seguirono. Raggiunsero l’altro lato, prendendo di sorpresa l’unica pattuglia israeliana sul posto. Furono chiamati rinforzi per il lato israeliano e soldati aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo quattro palestinesi e ferendone altre decine. I leader delle fazioni palestinesi, accompagnati dai loro bodyguard e da alcuni combattenti, non fecero nulla per evitare l’uccisione di civili palestinesi.

Ciò che davvero sorprese i palestinesi quel giorno non fu il fatto che Israele sparò contro di loro. Fu semmai scoprire che la strada verso il confine e verso la Palestina non era – come il regime aveva sempre dichiarato – cosparsa di mine. L’unico ostacolo tra i rifugiati e la Palestina erano le bugie del regime siriano.

In seguito a questo tragico episodio, delle fazioni palestinesi – in particolare il FPLP-CG – decise di organizzare un evento simile per il 5 giugno, giorno della commemorazione della Naksa (la sconfitta araba del 1967). Questa proposta accese discussioni infervorate nei campi, soprattutto a Yarmouk. I palestinesi si ritrovarono davanti ad una domanda inaspettata e senza precedenti: questo invito poteva condurli alla terra natia o era una trappola che li avrebbe condotti alla morte? Ora sapevano che il confine era aperto dalla parte siriana. Ma l’esperienza del 15 maggio aveva loro anche insegnato che le fazioni palestinesi non li avrebbero difesi.

La sera del 4 giugno, il regime annunciò ufficialmente che l’evento era stato cancellato. Ma il giorno dopo, pullman allestiti dal regime siriano e dal FPLP-CG erano fermi all’entrata del campo. Gruppi di giovani palestinesi di Yarmouk furono portati come da programma nel Golan. Al loro arrivo, si resero conto con sorpresa che Anwar Raja, a capo delle pubbliche relazioni del FPLP-CG (anch’egli intervistato da Narwani) li stava aspettando con giornalisti e reporter di diversi canali siriani ufficiali. Raja si lanciò in un’arringa riguardante la “vera resistenza”, dicendo che l’unica vera battaglia che invitava a sacrificarsi era la lotta contro Israele. Quel giorni, altri 25 giovani palestinesi furono uccisi e 350 feriti. Né Anwar Raja né i suoi bodyguard si diressero da alcuna parte vicina al confine, né difesero i loro compatrioti palestinesi.

Queste furono le ragioni della rabbia palestinese che li condusse a cacciare Maher Taher dal cimitero quando i funerali si stavano svolgendo. Questa stessa rabbia poi condusse la folla agli uffici del FPLP-CG dove residenti del campo intendevano ritenere responsabili i leader della fazione. Lì trovarono ad aspettarli le mitragliatrici dei combattenti di Ahmad Jibril, colui che diede l’ordine di aprire il fuoco sulla folla, il che risultò nell’uccisione di diversi manifestanti.

Incontrando una tale, sanguinosa repressione, la rabbia dei manifestanti si alimentò ancora di più e, a dispetto dei proiettili del FPLP-CG, iniziarono a invocare “la caduta delle fazioni” (el sha’ab yourid esqat el fasa’il). Appropriandosi dello slogan della rivoluzione araba, la gente di Yarmouk intravvide la possibilità della propria rivolta. Protetto dai suoi bodyguard armati, Ahmad Jibril scappò, lasciando dietro di sé tre dei suoi combattenti che vennero calpestati dalla folla mentre questa si faceva a tutti i costi largo per aprire le porte, giungere agli uffici e darli alle fiamme.

Nei mesi seguenti, il FPLP-CG rafforzò le sue operazioni di sicurezza nei campi. Solo a Yarmouk, oltre 1000 palestinesi furono arrestati ed interrogati dal braccio palestinese dei servizi di sicurezza siriani. Il FPLP-CG iniziò anche ad armare i suoi sostenitori nel campo, nonostante la riluttanza di altre fazioni palestinesi. Non ci volle molto perché milizie del FPLP-CG apparissero nel campo. Sostenevano le operazioni dell’esercito siriano nelle aree confinanti, come Tadamon e Hajr al-Aswad. Fermarono ed uccisero persone che percepivano come nemici. Derubarono anche molti negozi ed abitazioni.

Nel corso dell’estate durante la quale Narwani visitò Yarmouk per la prima volta, diverse bombe caddero sul campo. Nessuno sapeva con certezza da dove provenissero. Ma quando l’aereo militare MiG prese a bombardare il campo il 16 dicembre 2012, prendendo di mira edifici civili come ospedali, scuole e moschee, fu chiaro che erano pilotati e controllati da ufficiali dell’esercito siriano. Questo intenso bombardamento forzò molta della popolazione di Yarmouk a scappare tra il 16 e il 17 dicembre. In seguito a questo esodo di massa di palestinesi, tra cui combattenti del FPLP-CG, gruppi armati entrarono a Yarmouk dalle zone vicine. Non si trovarono neanche a dover combattere: il campo era già mezzo vuoto.

Dopo l’arrivo di gruppi d’opposizione a Yarmouk, il regime siriano stabilì un checkpoint all’entrata del campo, di lì a poco conosciuto in Siria come uno dei più pericolosi di tutto il Paese. Il checkpoint la mattina era aperto e la gente poteva attraversarlo finché uno dei cecchini del regime posizionati lì vicino cominciava a sparare sui passanti. Questo era il segnale che la via non era più sicura. Il checkpoint restava poi chiuso per il resto della giornata.

Quando usavano quest’unico punto di passaggio, le donne erano spesso vessate dai soldati, e molte persone – soprattutto giovani uomini – venivano arrestati. I palestinesi mi hanno detto come, per attraversare il checkpoint dalla rotonda che segna l’inizio del campo, si muovevano in gruppi, in strette file e zigzagando di continuo per evitare di essere colpiti dai cecchini: “Sentivamo la morte avvicinarsi ad ogni passo”. Tuttavia dovevano lasciare il campo in cui il cibo stava diventando sempre più scarso. I soldati avevano limitato la quantità di pane che ogni abitante poteva portare dentro con sé a una sola busta. Le famiglie non erano più in grado di nutrire i propri figli.

Nel luglio 2013, il regime sigillò ermeticamente il campo, su cui venne imposto un inflessibile assedio. Col pretesto di obbligare i combattenti nemici ad uscire, la popolazione venne circondata. La gente fu lasciata senza cibo né medicine e per settimane senza acqua potabile. Decine di persone sono morte per gli effetti dell’assedio – soprattutto bambini, donne ed anziani. A mantenere l’embargo è solo il regime. E solo il regime è responsabile delle morti che ne sono risultate. Malgrado ciò, nel suo articolo Narwani non giudica nulla di tutto questo come da menzionare, nonostante gli echi delle guerre medievali che ce ne giungono e l’ineguagliabile crudeltà che riflette.

Quando descrive le difficoltà incontrate dalle agenzie umanitarie nel tentativo di distribuire aiuti alimentari a Yarmouk, Narwani non fa riferimento al fatto che il campo è sotto assedio. Non spiega che il regime siriano controlla l’entrata principale al campo, la più vicina a Damasco, e che quindi solo il regime può decidere di lasciar passare i convogli umanitari.

Il portavoce dell’UNRWA Chris Gunness nel gennaio 2014 ha spiegato che “quando le autorità siriane hanno finalmente permesso all’UNRWA di distribuire aiuti a Yarmouk, l’hanno obbligata ad usare l’entrata sud. Ciò significa che il convoglio ha dovuto attraversare 20 km in un’area di intenso conflitto armato in cui molti dei gruppi armati d’opposizione – tra cui i gruppi jihadisti più estremisti – avevano una forte presenza”. Gunness ha aggiunto: “Citando preoccupazioni legate alla sicurezza, le autorità siriane non hanno permesso all’UNRWA di passare per l’entrata nord di Yarmouk, che era sotto il controllo del governo ed era considerata molto più accessibile e relativamente meno rischiosa”.

Ci si può legittimamente chiedere quali problemi di sicurezza possano giustificare l’invio di un convoglio umanitario in una zona di intenso conflitto. A meno che, certo, la volontà del regime di distribuire aiuti umanitari agli abitanti assediati ed affamati di Yarmouk fosse in realtà una finta.

I residenti del campo hanno raccontato una storia molto diversa da quella che Narwani ha ottenuto parlando con gli alleati del regime siriano:

“Gli aiuti non sono entrati. Eravamo tutti presenti, gruppi di civili del campo. Quello che è successo è che il regime siriano e la gente di Jibril (Ahmad Jibril del FPLP-CG) hanno iniziato uno scontro per evitare che gli aiuti avessero accesso al campo. Non avevamo né militanti né armi. E la gente  presente, come potete vedere, erano tutti civili, nessuno di noi possiede armi. Quindi hanno iniziato questo scontro prendendo a dire “Ci sono persone dei vostri che ci stanno sparando”. Nessuno di noi stava sparando. Siamo qui solo per prendere gli aiuti per le persone. Insomma hanno dato vita a questo scontro e ci hanno sparato tre missili da un carrarmato – noi non abbiamo carriarmati – tre missili di carrarmato sono stati sparati contro di noi. E gli uomini hanno svolto riprese del luogo in cui il missile del carrarmato è stato sparato. Hanno fatto questo per inasprire l’assedio sul campo. Ed è l’uccisione dei palestinesi e di quest’area”.

Nel tentativo di porre fine a questa carestia organizzata, una delegazione dell’Autorità Palestinese è alla fine entrata a Damasco per negoziare la possibilità di portare cibo nel campo. Il regime siriano ha fatto finta di essere d’accordo di far entrare 2 camion dell’UNRWA, ma questo convoglio irrisorio è stato fermato da un gruppo di shabbiha (civili pagati che operano come paramilitari del regime) prima che potesse raggiungerne i beneficiari. I negoziati si sono trascinati, ma l’Autorità Palestinese non è mai riuscita a garantire sostegno umanitario ai palestinesi di Yarmouk.

I palestinesi di Siria sono stati davvero tirati dentro il conflitto siriano. Sono rimasti vittime delle manovre del regime dittatoriali e dei suoi alleati. Più che mai, si ritrovano ora orfani del mondo arabo, traditi dai loro leader politici, presi nella morsa tra proiettili israeliani, quelli del regime siriano e quelli delle fazioni palestinesi alleate. Questo non può che ricordarci la situazione dei siriani che, dopo oltre tre anni dall’inizio della loro rivolta, si ritrovano presi tra il regime sanguinario e gruppi estremisti ugualmente brutali.

Nel momento in cui ciò viene scritto, i colpevoli sono ancora a piede libero e i loro crimini contro le popolazioni siriana e palestinese in Siria continuano.

Originale in inglese: https://www.opendemocracy.net/arab-awakening/c%C3%A9line-cantat/palestinians-in-syria-struggle-for-bread-and-agency

Le elezioni in Siria sono una crudele farsa

4 Giu

10373986_10152062356141044_4494238078546681565_nSCRITTO DA AMAL HANANO, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Un bambino siriano è turbato dal triste grigio che ritappezza le mura scolastiche. Si sveglia nel mezzo della notte, visita la scuola armato di una torcia elettrica e di un pennarello, e comincia a disegnare.

Presto, altri bambini si uniscono a lui con le loro torce e i pennelli.
Insieme, dipingono un murale colorato per coprire i rattoppi.

Un uomo siriano si siede con la sua famiglia in una stanza illuminata da una candela. La loro unica finestra è bloccata da un massiccio muro coperto di slogan politici. Lui decide che ne ha abbastanza. E affronta la parete torreggiante con martello e scaletta, e comincia a sgretolare il cemento. Altri lo raggiungono con scale più grandi e migliori strumenti. Insieme, rovesciano il muro e lasciano che la luce del sole si riversi nelle stanze buie.

Gli scenari metaforici (descritti sopra, ndt) non sono storie ispirate dalla Rivoluzione Siriana, ma piuttosto scene da video ufficiali della campagna elettorale 2014 di Bashar al-Assad. Il tema della campagna è Sawa o “Insieme”. L’ultimo referendum di Assad del 2007, ruotava intorno allo slogan più egocentrico “Noi ti amiamo.”).

Gli slogan della campagna giocano sul concetto di unità in tutti i settori: “Insieme siamo più forti”, “Insieme noi ricostruiremo”, “Insieme noi resisteremo”, “Insieme faremo di nuovo bella la Siria”, “Insieme la Lira siriana diventa più forte”, “Insieme ritornerà la sicurezza” e, naturalmente, “Insieme contro il terrorismo.”

Secondo Assad, le elezioni del 3 giugno sono le prime elezioni della storia moderna della Siria. Quest’anno le persone avrebbero opportunità di scelta tra Assad e una sfilza di candidati a malapena noti, controllati e approvati dal regime affinchè “corrano” contro il presidente che ha ereditato il potere nel 2000 da suo padre Hafez, che governava la Siria dal 1971.

Nel bel mezzo dell’infuriare della violenza, dei continui bombardamenti aerei da parte del regime sulle città siriane, e con quasi la metà dei 24 milioni di abitanti del paese ormai sfollati, il concetto di avere una “possibilità di scelta”, o anche lo svolgimento di elezioni, non è altro che una grezza derisione del paesaggio intriso di sangue e della perdita reale.

La figura del presidente è assente nei video, tranne che in una disincantata apposizione di firma che compare verso la fine dei video. E’ invece un collettivo fotogenico ad agire per conto del leader. Nella creazione di un messaggio politico di buon senso basato sulle persone al posto del dittatore, i video della campagna, prodotti da professionisti, rubano il racconto sovversivo della rivolta che il regime ha schiacciato: i bambini che scrivono sui muri della scuola nel bel mezzo della notte, e i cittadini che, letteralmente, abbattono i muri della paura.

Le stesse azioni che hanno portato alla tortura di massa, alla detenzione, e alla morte.

I video, inoltre, ignorano la realtà attuale, concentrandosi su un futuro idealizzato, senza un piano o una piattaforma politica visibile. Cosa c’è sotto le macchie di vernice grigia sul muro della scuola? Perché c’è una barriera di cemento imponente da abbattere? Perché alzare una bandiera siriana all’interno della Siria è un tale atto di sfida? Perché la Siria ha bisogno di essere ricostruito? Così come l’assenza del volto di Assad nella campagna elettorale, c’è un inquietante senso di amnesia volontaria che non riconosce l’attuale clima disastroso, né il devastante bilancio di morte, di deportazione e di distruzione.

Negli ultimi tre anni ho incontrato e ho letto storie strazianti di prigionieri e  politici siriani. Tra le loro tante brutali esperienze nelle carceri di Assad, c’è l’obbligo di indossare sempre una benda all’interno delle celle affollate. Anche durante il sonno. I prigionieri sono obbligati a non vedere. Una delle ragioni per cui sono stati gettati in carcere, in primo luogo, è perché hanno visto troppo. Vedere troppo e, ancora peggio, protestare contro ciò che si è visto, è un crimine, nella Siria di Assad.

Oggi, la Siria è divisa tra chi non può ancora vedere gli orrori degli ultimi tre anni, e chi non è più disposto a stringere la benda sugli occhi.

Il regime insiste sulla produzione di insultanti revisioni della storia reale, anche sulle bombe a barile lasciate cadere dagli aerei siriani sui quartieri residenziali.

Si insinua che il sangue dei bambini siriani torturati può essere ricoperto, verniciandosi semplicemente sopra, e dimenticarlo. Si dichiara che tutti abbiamo bisogno di lavorare insieme e di ricostruire una nuova Siria sotto il vecchio regime.

La visione della campagna Sawa parla di una Siria che non è per tutti i siriani. E’ l’opposto di “insieme”.

Si tratta di una Siria riservata a coloro che sono disposti a lasciarsi le bende sulle e a tenere la bocca chiusa: questo è il futuro che ci attende fino a quando si continuerà a rispettare i ruoli imposti; disegnare ciò che è permesso disegnare; cantare parole che sono state dettate; ed alzare la bandiera che è stato autorizzato sollevare. Questi sono i siriani che saranno al sicuro e protetti.

Il 3 Giugno 2014 non ci sarà scelta per la maggior parte dei siriani.

Così come non c’era scelta nel 1971, 1978, 1985, 1992, 2000 e 2007.

Un Movimento senza leader, mosso solo dalla volontà del popolo; il coraggio dei bambini che nella notte disegnano sui muri delle loro scuole; il coraggio di intere folle che portano via un muro per far entrare la luce; masse che si arrampicano su per i gradini dei loro monumenti storici alzando una bandiera ribelle che ondeggia su una terra chiamata Siria. Sembra che il presidente della Siria chieda una rivoluzione. Ma quella rivoluzione è già venuta. Tale rivoluzione è stata uccisa.

Nonostante i fatali errori di calcolo della rivolta, l’armeggiare immaturo dell’opposizione politica, i crimini dei ribelli armati, nonostante il costo pagato dal popolo siriano, le chiamate della rivoluzione per la libertà e la dignità sono ancora valide e giuste. Invece, quello che è ingiusto non potrebbe essere prodotto e consumato come se fosse giusto, non importa quanto lo affermi la propaganda.

Se il regime e i suoi sostenitori avessero appena guardato fuori dalle finestre durante quei mesi primaverili ed estivi del 2011, avrebbero visto scene reali di unità e coraggio, invece di sterili riproduzioni.

Folle di giovani siriani determinati che squarciavano i muri dell’oppressione con le loro voci e le bandiere. Avrebbero visto gli attivisti, i giornalisti, i cittadini e i medici combattere con le loro penne, le macchine fotografiche, e i bisturi, per preservare la verità e la memoria di coloro che hanno sacrificato la loro vita per gridarla. Potrebbero vederli ancora oggi. Se avessero riconosciuto le scene che si svolgevano fuori dalle loro mura isolate, forse ci sarebbero oltre 160.000 siriani ancora vivi, e 9 milioni di siriani ancora nelle loro case.

Forse, ci sarebbero elezioni storiche e legittime, il 3 giugno, per la Siria.

Invece, siamo costretti a sciarade propagandistiche come siriani disperati, venduti a false scelte e a sogni di un futuro impossibile.
Il vero messaggio è stato scritto dalla mano invisibile di un tiranno che ricorda alla Siria e al mondo che a vincere sono le regole della brutale oppressione, l’uso illimitato della forza, e la paura.

Il 3 giugno, la metà della Siria voterà ad occhi bendati, e l’altra metà resterà a guardare con gli occhi spalancati.
E tutti noi assistiamo alla lenta morte del nostro paese. Insieme.

ORIGINALE: https://news.vice.com/article/syrias-election-is-a-cruel-farce

SIRIA, Memorie di una camera di tortura

4 Giu

Syria-torture-AFPSCRITTO DA UMBERTO BACCHI, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Dopo la morte di Hamza, Ahmed prese il nocciolo di una delle poche olive che gli erano state date per il pranzo dalla guardia carceraria, e scarabocchiò sul muro.

“In memoria di un padre di tre ragazze, scomparso in questa cella. Voleva vivere”.

Ahmed aveva conosciuto Hamza solo per pochi minuti, ma, dice, lo trovò impossibile da dimenticare. Quella mattina, era appena stato messo in isolamento all’arrivo presso la filiale della sicurezza politica del governo di Damasco.

Ahmed sapeva che è saggio tacere quando si arriva in un nuovo centro di detenzione.

Era stato trasferito ad altri rami della direzione della sicurezza generale del regime dal suo arresto per essere interrogato, e aveva ricevuto la stessa “festa di benvenuto”, come la chiama lui, ovunque.

“I primi due giorni ti picchiano e ti torturano per farti cedere”, dice.

Ma la nuova cella aveva solo pareti, senza gabinetto, di cui lui aveva bisogno.

“Sono stato stupido. Bussai alla porta chiedendo di andare in bagno. La guardia disse: ‘Sì, ti porteremo’. Una volta nel corridoio hanno mi hanno percosso tirando fuori l’inferno da me, dicendomi di farla lì. Non ne fui capace, e mi gettarono di nuovo in isolamento”, ricorda nervosamente, fumando una sigaretta.

Ahmed pensò che fosse finita per quel giorno, ma ben presto si rese conto di essersi sbagliato.

“Ho sentito che percuotevano un altro ragazzo, poi qualcuno gridò: ‘sta morendo’, e la mia porta si aprì di nuovo”.

“Lo gettarono nella mia cella. Era rosso di sangue e indossava solo i boxer e una t -shirt che è stata lacerata”, dice Ahmed.

“‘Mi disse che aveva freddo. Poggiai la sua testa sulla mia gamba, gli diedi la mia camicia e iniziammo a parlare.”

Hamza era un rivenditore di auto dalla città vecchia di Damasco. Era stato arrestato per il suo presunto coinvolgimento nella rivoluzione. “Ha combattuto per il diritto ad una vita migliore”, dice Ahmed.

Hamza gli raccontò delle sue tre figlie. “Ricordo ancora i nomi: Sarah, Fayruz e Afaf”.

Poi afferrò la lunga barba di Ahmed, cresciuta durante la detenzione, e lo pregò di contattare la sua famiglia se mai fosse morto.

“Chiuse gli occhi, ed io pensai che dormiva, mentre la sua mano teneva ancora la mia barba. Poi, improvvisamente, spirò”, dice Ahmed.

“Rimasi scioccato, piangevo”, dice, mentre i suoi occhi si fanno rossi e acquosi, e si accende un’altra sigaretta.

“Ho detto alla guardia che era morto. Rise. ‘E che cosa dobbiamo fare?’ disse. ”

Il corpo di Hamza fu lasciato nella cella di Ahmed per due giorni. Poi le guardie dissero ad Ahmed di portare il corpo fuori dalla cella.

“C’era una fila di loro in attesa, fuori. Cominciarono a colpirmi mentre portavo fuori il corpo di Hamza”.

Ahmed chino la testa in giù, portando il suo viso vicino al corpo di Hamza.

“Purtroppo cominciava a decomporsi”, dice Ahmed.

Lasciò cadere a terra il corpo e corse di nuovo nella cella. Le guardie lo seguirono.

“Uno disse: ‘Per farti diventare un uomo forte, ti darò un regalo’ e mi colpì con il taser sulla schiena”, dice Ahmed.

“Non sentii nulla. Nessun dolore. Il dolore era dentro, avevo perso la sensazione del dolore fisico.”

La detenzione

Non c’era altro motivo per cui Hamza fu gettato nella sua cella che il piacere sadico delle guardie e del loro disprezzo per la vita umana, dice Ahmed.

Era la primavera del 2012 e la Siria stava entrando nella violenza che continua ancora oggi.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), nei primi quattro mesi e mezzo del 2014, 847 prigionieri, tra cui 15 minori e sei donne, sono morti di torture, esecuzioni sommarie, e maltrattamenti, nelle carceri siriane e nelle basi militari.

Dall’inizio del conflitto, circa 18.000 persone detenute dal governo sono scomparse, e molti sono considerati morti, secondo il SOHR.

Ahmed ci è passato, ma è sopravvissuto. IBTimes UK lo ha incontrato in un bar vicino a Piazza Taksim, a Istanbul, dove vive come rifugiato.

Nato a Homs, è stato incrociato da un collega attivista e arrestato all’inizio del 2012.

Lui non era un combattente ribelle, ma aveva attivamente sostenuto la rivolta contro il governo di Bashar al-Assad, prendendosi cura della logistica e della ricerca di forniture mediche, cibo e denaro.

Ha detto che il periodo più duro della detenzione sono stati i primi sette giorni in cui “nessuno ti parla, ti picchiano solo”.

Nelle mani dei servizi di sicurezza di Assad, è stato torturato a lungo. E’ rimasto appeso nudo per ore, docce di acqua e poi preso a scosse elettriche diverse volte. Aveva le unghie strappate dal suo piede sinistro e il polpaccio destro infilzato.

Ora ride, mostrando la ricrescita delle unghie nodose: “Questo è nulla in confronto a quello che altre persone hanno subìto.”

Mostra una lunga cicatrice sulla fronte, dicendo che un dentista gli ha chiesto circa $3.000 per risolvere ciò che era rimasto delle sue mascelle e dei denti. La sua vista a volte diventa sfuocata, e improvvisi mal di testa sono compagni quotidiani, dice.

 

La fuga

Dopo cinque mesi a Damasco, un giudice lo trasferì di nuovo a Homs, dove ha affrontato un processo con l’accusa di appartenenza a un gruppo terroristico.

Il figlio istruito di una famiglia benestante, fu più fortunato di tanti altri.

Sua madre aveva perso il marito ed era disposto a cose estreme per salvare il suo unico figlio.Quando seppe che stava per essere trasferito in un carcere militare, raccolse i suoi risparmi, si mise in contatto con le persone giuste, e pagò 8 milioni di sterline siriane (£ 30.000) per corrompere e assicurare la liberazione di Ahmed.

“Mia madre è un eroe. Andò nei luoghi più pericolosi per liberarmi”, dice.

Fu rilasciato per il suo 31° compleanno, nel mese di ottobre 2013. Una settimana più tardi un veicolo militare si fermò davanti alla sua casa.

Sua madre gli disse di non preoccuparsi: avevano pagato e lui era un uomo libero, ora; ma Ahmed era così traumatizzato dalla sua esperienza che il suo corpo tremava alla vista di una divisa. Si nascose in cantina. Era la cosa giusta da fare.

“Volevano riportarmi indietro. Qualcuno aveva fatto il mio nome alla sicurezza aeronautica a Homs”, dice. “Hanno detto loro che ero a Damasco e l’hanno creduto.”

Ad Ahmed restavano due opzioni: unirsi a un gruppo di ribelli o fuggire.

Ha scelto la seconda.

“Quando sono entrato in prigione sapevo chi fossero tutti i soggetti coinvolti nella rivolta a Homs. Quando uscii era diverso. Le cose erano cambiate”, dice.

Ancora più importante però, era per Amhed aiutare la madre, e trovare un lavoro per rimborsarla.

Ha pagato un contrabbandiere che lo ha derubato prima di condurlo attraverso il confine libanese. “Ha detto: ‘dammi tutto quello che hai, o ti consegno ai militari'”, ricorda Ahmed.

Dal Libano ha viaggiato verso la Turchia e poi ad Istanbul.

Mentre parlavamo, i ribelli stavano completando il loro ritiro da Homs, segnando la fine di tre anni di resistenza.

Ahmed è scoraggiato, ma non rassegnato. “Tutto quello che abbiamo cercato di costruire è perso … ma non significa che non possiamo costruire di nuovo”, dice, promettendo di tornare, un giorno.

“Amo il mio paese, ma soprattutto amo la mia città, molto, amo Homs. Quando andavo a scuola incidevo o scarabocchiavo il mio nome in giro per la città. Non avrei mai pensato che lo avrei fatto anche dentro le mura di un carcere, ma ora il mio nome è lì. Sono dappertutto, lì”.

I tentativi di Ahmed per contattare la famiglia di Hamza hanno avuto successo.

I nomi sono stati cambiati per proteggere la loro identità.

 

ORIGINALE: Syria: Memoir of an Assad Torture Chamber

http://www.ibtimes.co.uk/syria-memoir-assad-torture-chamber-1449360

Piccola guida per i “simpatizzanti di Assad” che si auto-definiscono “pro-palestinesi”

7 Mag

SCRITTO DA NICOLE MAGNOONA GERVITZ, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

– Settembre Nero 1970: Hafez al Assad inviò carri armati in Giordania per sostenere i palestinesi contro l’Hascemita re Hussein. L’OLP vinse il sostegno popolare tra le masse arabe dopo che i regimi furono completamente screditati nel 1967 per mano di Israele. Re Hussein ordinò al suo esercito di attaccare le forze dell’OLP in Giordania a causa della sua politica dichiarata di volerlo rovesciare. Assad si rifiutò di inviare un forte sostegno militare siriano perché temeva un’altra guerra con Israele. Rifiutò di fornire copertura aerea ai carri armati siriani e furono costretti a ritirarsi in seguito al bombardamento da parte dei giordani.

Questo lasciò i palestinesi isolati, abbandonati, e diverse migliaia di loro furono massacrati dall’esercito di Hussein. Solo poche settimane dopo quel Settembre Nero, Hafez al Assad portò a termine il suo colpo di stato militare a Damasco.

 

– 1973: la Siria tentò di riprendere il controllo delle alture del Golan e fu un altro fallimento. Hafez al Assad si trovò a diventare la guardia di sicurezza di Israele per il confine settentrionale. Il colonnello Rafik Halawi, comandante druso della brigata di fanteria che fu distrutto dagli israeliani nel Golan, fu giustiziato sotto gli ordini di Hafez prima della guerra da un funzionario vicino. Il regime siriano sostenne che fu ucciso nella battaglia con Israele, e a chiunque fosse catturato fu imposto di non dire niente, minacciato con torture e prigionia.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

– 1976: Hafez al Assad sostenne i falangisti libanesi fascisti cristiani contro l’alleanza comunista libanese  – OLP, che si era formata in opposizione sia ai falangisti che alla tirannia baathista. L’invasione militare siriana del Libano nel 1976 fu approvata dagli USA. Tuttavia, l’alleanza libanese comunista – OLP spazzò via le forze di occupazione siriane nel giugno dello stesso anno. Due mesi dopo Hafez al Assad spezzò quella resistenza. I falangisti, sostenuti da Hafez al Assad, commisero un massacro di palestinesi nel campo profughi di Tal al Zaatar.

Con la benedizione della Lega Araba il governo siriano decise di allearsi con Israele per impedire la sconfitta dei falangisti. I campi palestinesi di Karantina e Tel al Zaatar furono assediati dall’esercito siriano, e 2.000 palestinesi furono uccisi.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

Una lettera aperta dalla resistenza palestinese fu diffusa quell’estate all’interno dei campi;

“Vengono utilizzate armi siriane – la maggior parte, purtroppo – contro il nostro accampamento, mentre i governanti di Damasco continuano a ripetere che sono qui in Libano per difenderci. Questa è una menzogna assassina, una bugia che ci fa soffrire più di qualunque cosa … Ma noi desideriamo informare che ci batteremo in difesa di questo campo con le nostre mani nude, anche se tutte le nostre munizioni e tutte le nostre armi saranno esaurite, e che stringeremo la cinghia in modo da non lasciarci uccidere dalla fame. Abbiamo deciso di non arrendersi e non ci arrenderemo … “

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni '80.

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni ’80.

– 1980: Nell’ambito della sua repressione feroce contro i dissidenti di sinistra, nel 1980 il regime di Hafez al Assad arrestò centinaia di attivisti sia del Partito d’Azione Comunista che del Partito comunista siriano, nel tentativo di soffocare le ultime voci di dissenso dopo che aveva schiacciato la Fratellanza Musulmana. Restarono i comunisti siriani a lavorare con un gruppo di dissidenti palestinesi, quello fu chiamato “Comitato Popolare Palestinese del campo profughi di Yarmouk”, nel governatorato di Damasco. Fu fondato nel 1983, ma fu costretto a sciogliersi due anni più tardi a causa della campagna di arresti di Hafez al Assad. 200 membri del Partito d’azione comunista furono arrestati dalle forze di sicurezza siriane nel 1986.

– L’OLP cominciò a incrinarsi nel 1983. Il colonnello Saed Abu Musa era rivale di Arafat e guidò una ribellione contro al Fatah nella valle del Bekaa. Abu Musa era stato un soldato professionista nell’esercito giordano prima di entrare nell’OLP.

Il regime siriano lo sostenne, fornendogli armi. Abu Musa e i suoi seguaci cacciarono gli uomini di Arafat da Tripoli, quell’estate. Quando un giornalista del Newsweek chiese a Yasser Arafat un commento riguardo l’ammutinamento, egli rispose: “Non mi chiedere di burattini e cavalli di Troia … Assad vuole la mia pelle. Vuole la resa palestinese, e non voglio dargliela.”

La maggior parte dei rifugiati palestinesi scelsero Arafat contro il fantoccio siriano, ma come conseguenza, Hafez cacciò via gli uomini di Arafat da Tripoli, e la resistenza palestinese fu depotenziata.

– Nella “guerra dei campi”, tra il 1985 e il 1988, Hafez al Assad reclutò il movimento sciita libanese Amal. In quel momento era in conflitto con Hezbollah, ed aprì il fuoco contro i palestinesi e Hezbollah contemporaneamente.

Libano: Tripoli è una città a maggioranza sunnita, con una minoranza alawita che ha fornito sostegno finanziario al governo siriano. Gli alawiti siriani furono posti nel Parlamento libanese interamente per lle pressioni di Damasco. Le leggi sulla naturalizzazione del Libano vennero completamente sovvertite.

I rifugiati palestinesi provenienti dalla Nakba del 1948, e durante il suo sequel nel 1967, che hanno vissuto nei campi profughi, non possono ottenere la cittadinanza libanese, ma agli alawiti siriani è garantito in qualsiasi momento.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

– 2000: Mentre Bashar al Assad elogiava la seconda Intifada, centinaia di palestinesi languivano nelle sue carceri. Attieyeh Dhiab Attieyeh, un palestinese di 30 anni, morì nel carcere di Tadmur all’inizio del 2000, a causa di negligenza medica. Era già molto malato quando fu trasferito a Tadmur nel 1996. Attieyeh era un membro di Fatah, la fazione guidata da Yasser Arafat, e fu arrestato nel 1989 nel sud del Libano prima di essere inviato in Siria.

– 2008: C’è una somiglianza tra il massacro di Hama del 1982 e Piombo fuso.

In entrambi i massacri, i minareti delle moschee sono stati distrutti dalle forze di occupazione, che hanno sostenuto che i minareti venivano utilizzati dai cecchini islamici. Non ci sono prove di ciò in entrambi i casi, ma c’è la prova del disgusto per l’Islam ortodosso espresso da entrambi i regimi.

– Maggio 2011: Rompendo l’assedio (del regime siriano) su Deraa, a pochi palestinesi dal campo di Yarmouk  è stato possibile consegnare alcune forniture mediche di cui si aveva disperatamente bisogno.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

– Nakba Day 2011: Centinaia di palestinesi provenienti dai campi profughi nei dintorni di Damasco furono inviati nella zona demilitarizzata che separa la Siria dalle alture del Golan. La sicurezza dei civili palestinesi non era la priorità. La recinzione fu violata e le forze di occupazione israeliane aprirono il fuoco, e una dozzina di palestinesi furono uccisi. Ci fu un secondo spargimento di sangue a giugno, nel Naksa Day, l’anniversario dello scoppio della guerra del giugno 1967. Un’altra decina di palestinesi furono uccisi. Questi fatti erano senza precedenti,  perché mai prima di allora il governo siriano aveva spinto centinaia di palestinesi sul Golan, in entrambi gli anniversari. Perché nel 2011? Per distogliere l’attenzione dal massacro in corso nelle strade siriane. Uno dei principali rami dell’intelligence siriana si occupa solo di questioni relative alla Palestina. E’ impossibile che l governo siriano non sapesse che una violazione della recinzione del Golan sarebbe costata tante vite palestinesi.

– Autunno 2011: Ghiyath Matar, un giovane di origini palestinesi che viveva nei sobborghi di Daraya di Damasco, utilizzò la strategia di distribuire rose e acqua alle forze di sicurezza alawite inviate dal regime per sparare sui manifestanti.

images (6)Ai primi di settembre del 2011 era morto. Il suo cadavere mutilato fu consegnato alla famiglia quattro giorni dopo il suo arresto. Diversi inviati americani hanno partecipato al suo funerale. Il portavoce del regime di Assad sostenne che una banda armata fu responsabile della tortura e della morte di Ghiyath, e questa è una mezza verità perché, dopo tutto, quella banda armata era inviata dal governo.

– Come risultato della campagna di repressione genocida di Bashar al Assad, Yarmouk è diventata la casa per un milione di profughi siriani sfollati entro la fine del 2011. Quando l’Esercito siriano libero guadagnò terreno nella periferia meridionale di Damasco, l’esercito siriano cominciò a colpire il campo mentre, allo stesso tempo, armava il pro-regime PFLP-GC. Mortai sono stati sparati sul campo da parte delle forze di Assad prima ancora che l’FSA vi mettesse piede.

– Estate 2012: paramilitari alawiti che vivevano a Nisreen, vicino a Yarmouk, aprirono il fuoco su una massiccia manifestazione anti-governativa, uccidendo dieci palestinesi, tra cui un bambino.

– Autunno 2012: L’FSA istituì una linea di alimentazione attraverso Yarmouk, a cui seguì una massiccia punizione collettiva per mano del regime: le forze governative siriane e le milizie alawite circondarono Yarmouk, e nell’ottobre del 2012 gli ingressi al campo furono aperti solo per due o tre giorni alla settimana. I civili portavano il peso della violenza; la fame, la malattia, e i bombardamenti indiscriminati. 

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei "pro-palestinesi" osservavo un totale silenzio.

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei “pro-palestinesi” osservavo un totale silenzio.

– Dicembre 2012: aerei militari del regime siriano bombardano una moschea a Yarmouk, che ospitava rifugiati siriani sfollati. Decine furono uccisi. Il pretesto per una tale atrocità era che l’FSA aveva nascosto alcune armi nel seminterrato della moschea.

– 2013: Khaled Bakrawi. un giovane siro-palestinese organizzatore di comunità e membro fondatore della Fondazione Jafra per il soccorso e lo sviluppo della gioventù, fu arrestato dalle forze di sicurezza statali alawite, nel gennaio del 2013, per il suo ruolo di primo piano nella realizzazione di attività umanitarie e di aiuto a Yarmouk. A settembre i palestinesi di Yarmouk seppero che Khaled fu ucciso sotto tortura in un centro di detenzione a Damasco.

Khaled Bakrawi prese parte alla marcia di giugno nel Golan. Vedendo il leader del FPLP-CG, Ahmad Jibril, condurre il popolo nella zona del cessate il fuoco occupata da Israele, e sapendo cosa stava per accadere, cercò di dissuadere i suoi compagni palestinesi dal seguire gli ordini di Ahmad Jibril, ma inutilmente. Khaled fu costretto a guardare come le forze di sicurezza di Stato alawiti si rilassavano bevendo tè, mentre i soldati di occupazione israeliani scaricavano proiettili verso i suoi fratelli. Khaled prese due proiettili nella gamba.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Il giovane che fu definito eroe per i proiettili sionisti, sarebbe poi svanito nell’oblio dopo il suo assassinio per mano delle forze di sicurezza di Bashar al Assad.

– I Palestinesi di Yarmouk sono stai a volte uccisi da altri palestinesi. Il missile russo BM -21 Grad fu utilizzato per attaccare Yarmouk nel luglio del 2013. Due missili grad furono lanciati sulla struttura di panificio di Hamdan il 24 luglio, uccidendo quindici civili. E’ stato riferito sia da Reuters che dal Comitato di Coordinamento campo di Yarmouk che questo attacco è stato effettuato dal FPLP-CG. Quindici palestinesi di Yarmouk morirono di fame tra settembre e dicembre del 2013. Il numero dei profughi palestinesi uccisi dal 2011 in Siria ha raggiunto i 1.597, oltre ad altri 651 dispersi o imprigionati, e i 74 torturati a morte nei centri di detenzione del regime dal 2013.

– L’annichilimento del paese da parte del regime di Assad è positivo per Israele: un despota arabo che schiaccia il suo popolo ha sempre un posto speciale nel cuore sionista. Israele ha sempre fatto affidamento sui despoti arabi corrotti come Bashar al Assad, per reprimere le masse al suo posto; un sentimento anti-iraniano è stato seminato nel mondo arabo a causa della sua colonizzazione della Siria.

E Hezbollah è troppo occupato nell’omicidio di siriani per causare disturbo ad Israele. Ed Israele non è più esposto ad alcuna pressione ad abbandonare le alture del Golan.”

originale: http://wewritewhatwelike.com/2014/05/05/a-guide-for-the-palestinian-or-pro-palestinian-shabiha-sympathizer-in-your-life/

‘Siriani, scegliete i vostri Passaporti’

7 Mag

images (7)SCRITTA DA HANNAH LUCINDA SMITH, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Alle 17:00 di un umido pomeriggio, Venerdì, il cancello del confine di Bab Al-Salam è affollato. Decine di civili, molti dei quali donne e bambini, in coda per attraversare il confine con la Turchia, disperati, per poterlo fare in giornata, prima che il passaggio chiuda. Si affollano fino alla finestra dell’ufficio di confine, a spintoni e gridando, con i loro beni più importanti, e stringendo nelle mani i loro passaporti.

Per le persone sfollate della Siria, un passaporto fa la differenza tra esistere ufficialmente o no. Chi ha un passaporto può passare attraverso i valichi di frontiera dei ribelli verso la Turchia, ottenere lo status di residenza una volta entrati, e, se sono fortunati e abili, trovare lavoro o borse di studio. Possono affittare appartamenti, acquistare e guidare auto siriane registrate, e viaggiare liberamente all’interno della Turchia. Coloro che non hanno il passaporto devono attraversare il confine illegalmente, mettersi nelle mani dei passatori e soggiornare in uno dei campi profughi istituiti dal governo turco, o rischiare di essere deportati in Siria.

Di fronte a questa scelta, migliaia di profughi siriani si stanno rivolgendo ai commercianti di passaporti illegali per acquistare i documenti di cui hanno bisogno per vivere una parvenza di vita normale in Turchia. Un passaporto siriano non è mai stato un grande business sul mercato nero, prima della rivolta contro il presidente Bashar Al- ssad, c’erano pochi posti che si potevano raggiungere senza un visto al di fuori del Medio Oriente.

Ma Youssef, un uomo robusto e sorridente di poco più di trent’anni, sostiene che ora sono in vendita fino a 30 passaporti in un mese per siriani disperati, a 1.500 dollari ognuno. Alcuni dei suoi clienti, dice, ha dovuto vendere tutto l’oro di famiglia solo per raccogliere i fondi per acquistare i documenti che permetteranno loro di lasciare il paese in modo sicuro.

Youssef appartiene a una classe di imprenditori criminali che hanno visto un boom delle loro imprese grazie al conflitto siriano. Prima della rivolta era un piccolo falsario di Azaz, si occupava principalmente di falsi matrimonio e certificati di laurea. Non aveva mai imparato a leggere e scrivere, ma aveva occhio per copiare disegni e testi su documenti ufficiali, e le ricompense erano abbastanza decenti da fargli rischiare una condanna a tre anni dal governo siriano per falso.

Quando è iniziato il conflitto, un flusso di giovani ha iniziato a chiedergli di acquistare le carte utili a rinviare il servizio militare. L’obbligo di frequentare per due anni le forze armate, per quasi tutti i giovani uomini in Siria è sempre stato considerato un inconveniente. Gli uomini che andati a studiare all’università potevano rinviare l’arruolamento fino alla laurea, dopo di che erano comunque costretti a trascorrere due anni in un campo militare, dimenticando tutto quello che avevano imparato, prima che potessero iniziare la loro vita. Quando l’esercito ha iniziato a sparare sui manifestanti a Dera’a nel 2011, quello che era stato un inconveniente è diventato una questione di coscienza. Molti giovani siriani temevano di essere chiamati a servire in un esercito che stava uccidendo le persone con cui essi simpatizzavano. Quindi, per uscirne ancora per alcuni mesi, si rivolgevano a uomini come Youssef.

Come le proteste si trasformarono in un conflitto in piena regola, i clienti di Youssef cambiarono ancora una volta. I civili hanno cominciato a fuggire dalle raffiche di bombardamenti e dal fuoco nelle città, fuggendo prima verso i luoghi sicuri all’interno della Siria. Presto non ci sono più stati posti sicuri. Ogni regione, ogni città e ogni paese è stato inghiottito nella calamità. Quando i ribelli siriani hanno preso il controllo di una serie di valichi di frontiera con la Turchia nel 2012, hanno fornito una via d’uscita a chi aveva documenti. Coloro che ne erano sprovvisti, o che erano stati costretti a lasciarli nelle case da cui fuggivano, hanno iniziato a rivolgersi a uomini come Youssef.

Ora, per come si trascina il conflitto, anche le persone che originariamente hanno lasciato la Siria con documenti validi sono costrettei a pagare i commercianti illegali per rinnovarli. I giovani che non hanno completato il servizio militare hanno validità di soli due anni sui loro passaporti, tanti di coloro che vivono in esilio in Turchia stanno ora contando le settimane fino a quando i loro documenti scadranno, sapendo che sarà improbabile che il regime di Damasco rinnovi i loro documenti ufficialmente, se hanno avuto anche un minimo di coinvolgimento con l’opposizione.

“All’inizio arrangiavo giusto i passaporti scaduti”, spiega Youssef. “Graffiavo la data per sostituirla.”

Poi ha trovato un metodo più affidabile. Ha iniziato a comprare passaporti in bianco e timbri di rinnovo da un funzionario del regime corrotto. Sono indistinguibili da quelli emessi dal regime: Youssef vanta che uno dei suoi clienti è anche riuscito a recarsi in Iran, fedele alleato di Damasco, con uno dei suoi passaport . “Questa attività dipende dalla fiducia, e le persone mandano i loro amici e parenti da me” dice. “La reputazione è tutto, e la mia è buona.”

Più a lungo il conflitto infuria, più la gente comune sarà costretta a fare affari con uomini come Youssef. Egli insiste sul fatto che lui non è un profittatore: “Sto solo cercando di aiutare la gente”, dice. Il governo turco sta prendendo misure concrete per aiutare i siriani su questo lato del confine, e per arginare l’ondata di criminalità, il contrabbando, la contraffazione e il traffico, che si sono imposti lungo il confine come conseguenza del conflitto in Siria. E’ l’emissione di carte d’identità a tutti i siriani in Turchia, se hanno passaporto o no, che consentirebbero loro di rimanere nel paese senza ostacoli e attraversare la frontiera liberamente.

Ma si stima che ci siano oltre un milione di rifugiati siriani in questo paese, e molti di loro nascosti in luoghi di scarsa qualità, in posti di lavoro illegali e sottopagati. Ci vorrà tempo per registrare tutti loro, e fino ad allora l’attività di Youssef continuerà a prosperare.

Originale: http://www.aawsat.net/2014/05/article55331845

I rifugiati di Yarmouk raccontano dei trattamenti brutali per mano dei siriani.

28 Apr
Volontari distribuiscono cibo gratuitamente ai residenti del campo profughi di Yarmouk, Siria.

Voluntari distribuiscono cibo gratuitamente ai residenti del campo profughi di Yarmouk, Siria.

SCRITTO DA MARTIN CHULOV, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Famiglie palestinesi che sono riuscite a fuggire dal campo siriano sono ora in Libano con le storie terribili della loro sofferenza.

Trascinandosi dietro un sacchetto di plastica con i vestiti e gli avanzi di cibo che sono riusciti a salvare, Umm Samir scacciato dalla sua casa in rovina, sta strisciando nel buio prima dell’alba per il suo secondo viaggio di esilio in 68 anni.

Giorni difficili, poiché lei ha fatto il suo percorso dal campo profughi palestinese di Yarmouk di Damasco fino a Beirut, dove ora si confronta con la realtà amara di essere di nuovo diventata una rifugiata, e il sogno di tutta una vita di tornare alla sua città natale è ora più lontano che mai.

“Ho sempre pensato che l’unica volta che avrei dovuto lasciare Yarmouk sarebbe stato per tornare in Palestina”, ha detto da una piccola cantina situata nel campo palestinese di Sabra – Shatila, nel cuore della capitale libanese, dove la famiglia ha cercato riparp tre giorni fa. “Ora mi trovo qui.”

Dall’altra parte della stanza, la figlia di Umm Samir, il genero, e cinque dei suoi 10 bambini, sono accovacciati in silenzio sul pavimento. Il padre dei bambini, Abu Sameer, ingobbito, colpiva l’aria, mentre Umm Samir si sposta velocemente tra rabbia e dolore.

“Non mi aspettavo questo”, ha detto Umm Samir circa l’assedio inesorabile sul campo di Yarmouk, che ha visto molti patire la fame fino al punto di morte. “Non pensavo che il regime siriano avrebbe fatto questo alla nostra gente. Il velo è caduto. Possiamo vedere chiaramente quanto ci hanno sfruttati.”

Negli ultimi quindici giorni, l’assedio di Yarmouk, il campo sostenuto dalla Siria nel corso di quattro decenni, come simbolo del suo (presunto, ndt) impegno per la causa palestinese, ha raggiunto un limite. Molti di quelli che restano sono stati in grado di nutrirsi, oppure hanno dovuto lasciarlo. Altri, come Abu Samir e la sua famiglia, hanno deciso che un suicidio a correre per le frontiere gelosamente custodite del campo era una scommessa migliore che restare in edifici abbandonati e frutteti saccheggiati.

“Abbiamo lasciato il campo a piccoli gruppi, ma cinque dei nostri figli sono ancora lì”, ha detto Abu Samir. ” Era troppo pericoloso portarli con noi. Stavamo morendo”, ha detto della sua decisione di lasciare. “Non avevamo scelta”.

La situazione disperata di coloro che hanno lasciato alle spalle è stata descritta la scorsa settimana dalle Nazioni Unite per il soccorso Works Agency (UNRWA) e dai piani di Observer. Entrambi hanno evidenziato la portata di una catastrofe crudamente in contrasto con una recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che chiedeva che aiuti umanitari fossero consegnati a tutti coloro che sono coinvolti in una guerra implacabile in Siria.

La settimana scorsa, dopo una richiesta del segretario generale Onu Ban Ki-moon, le cose sono cambiate a Yarmouk, pacchi di cibo hanno potuto raggiungere alcuni che li hanno ricevuti per la prima volta in 15 giorni. L’UNRWA ha riferito che i funzionari siriani avevano permesso l’entrata nelcampo di quasi 700 pacchi, ciascuno in grado di alimentare tra le cinque e le otto persone. La consegna facilita una crisi immediata, ma non riesce ad affrontare un deficit di scorte profondo, causato da mesi di ritardo nelle consegne dall’inizio dell’anno.

E i nuovi rifornimenti non hanno raggiunto tutti coloro che ne hanno bisogno. Un residente di Yarmouk, che ha chiesto di non essere nominato, era quasi troppo esausto per farsi sentire su tutta la linea telefonica venerdì. “E’ un incubo”, ha detto. “Da soli quattro mesi abbiamo mangiato solo riso e erba, ravanelli e erbaccia.”

Alla domanda sul perché non avesse cercato di scappare, ha detto: “Se fossimo stati presi, saremmo stati portati dritti al Palestine Branch (divisione dell’Intelligence). Chi va lì dentro non ne esce. E’ così che tante persone sono scomparse”.

Molti degli esuli di Yarmouk dicono che il nome della loro ex casa sarà presto inciso nella infamia nello stesso modo che Sabra – Shatila 32 anni fa, quando più di 1.000 palestinesi furono massacrati da milizie cristiane libanesi che all’epoca erano alleate dell’occupazione israeliana.

I fantasmi del 1982 sono profondamente sinonimo di sofferenza palestinese.

Ma alcuni dei nuovi arrivati dicono che la scala degli orrori attuali a Yarmouk e in altri campi siriani potrebbe presto perfino superare un episodio di tale dolore.

Iran e Siria “fingono di essere contro Israele”, ma questo è solo uno stratagemma, secondo Umm Ibrahim, la matriarca di una famiglia di Yarmouk, arrivata a Sabra – Shatila nelle ultime settimane. “Le alture del Golan sono state in silenzio per quanto tempo?” chiede retoricamente. “La resistenza palestinese le utilizzava per venire attraverso il Libano a combattere Israele, autorizzata ad entrare attraverso la terra siriana. Nemmeno a un uccello è stato permesso di volare attraverso la recinzione di confine.”

Il risentimento ribolle tra le due famiglie dei nuovi rifugiati. “Gli arabi sono nemici più grandi che gli israeliani”, ha detto Umm Samir. “Loro non si comportano così con i loro peggiori nemici.”

Indesiderati in Siria, coloro che fuggono da Yarmouk hanno appena capito che tipo di casa sia il Libano. Ai nuovi arrivi è dato un visto di una settimana, che impone loro di riferire alle autorità o di pagare una multa di $ 200, che pochi tra loro si possono permettere. Mentre l’UNRWA e le altre organizzazioni umanitarie offrono qualche aiuto alimentare e spazio di vita, le condizioni sono molto peggiori qui che in condizionidi pre-guerra in Siria.

“Non si preoccupano minimamente dinoi “, ha detto Umm Samir, che era troppo giovane per ricordare il suo primo viaggio in esilio nel 1948 dalla città palestinese di Safed, in quello che oggi è Israele, e troppo angosciata per voler ricordare il suo secondo viaggio della settimana scorsa. “Ho pensato che se avessi mai lasciato la mia casa ancora una volta prima di morire, sarebbe stato per tornare in Palestina.”

Fuori Sabra-Shatila, nella vicina ambasciata palestinese, l’alto funzionario Qassem Abu Mazen, responsabile per gli arrivi a Yarmouk, ha cercato di minimizzare la portata della crisi. “Le cose sono effettivamente migliorate nelle ultime settimane”, ha detto. “Non sono peggiorate. La leadership palestinese ha deciso di prendere una posizione di neutralità. Questo ci ha portato più vicino al regime siriano, nonostante tutto quello che è successo. E’ stata una decisione difficile, ma ci ha resi meno di parte. Questo è un gioco di scacchi che deve essere giocato da tutti nella regione”, ha detto della guerra siriana.

“Ma c’è una sola mente, l’America. Serve i loro interessi in modo che possano rimanere nella regione.”

Nel campo, i nuovi arrivati non credono assolutamente in tutto questo.

“I nostri cosiddetti leaders hanno le loro ragioni per la loro vicinanza al regime siriano”, ha detto Umm Samir. “E non ha nulla a che fare con noi. Vergogna su di loro e sul loro silenzio.”

ORIGINALE: http://www.theguardian.com/world/2014/apr/27/yarmouk-refugees-brutal-treatment-syrians

Il Palestinianismo come antitesi al Neutralismo

22 Apr
Palestinian students wave Syrian flags during a march in Gaza City.

Palestinian students wave Syrian flags during a march in Gaza City.

DI OMAR CHAABAN per Beyond Compromise. Traduzione di Claudia Avolio.

Essere sempre, sempre, sempre dalla parte degli oppressi.

Questo dovrebbe essere un principio non negoziabile né discutibile che contiene in sé tutto ciò che caratterizza un essere umano con una morale. Non dovrebbero esserci “ma“, “se,”, “e che dire [di questo o quest’altro]”, perché tutte queste espressioni indicano un fallimento nel comprendere cosa significa essere contro la tirannia e l’oppressione. E se lo riconosciamo come un fallimento – e ne vediamo le implicazioni – allora non dovremmo cambiare percorso per convincerci che si tratta solo del risultato di imperativi politici e strategici miseri ed incontrollabili. E lo dico perché questi cosiddetti imperativi politici e strategici non dovrebbero annebbiarci la vista davanti a principi morali fondamentali. In ogni situazione e contesto, questi imperativi non significano nulla nel caso siano assunti a spese della sofferenza di un altro popolo.

Questo è il principio che noi, come palestinesi, abbiamo sempre usato per portare avanti la nostra causa. Noi, come nazione espropriata e andata incontro alla pulizia etnica, non abbiamo mai accettato la narrativa proposta dai sionisti e dai loro sostenitori a Washington e Londra. Abbiamo sempre rifiutato la premessa secondo cui – visto che gli ebrei sono stati vittime di uno dei più efferati genocidi – ciò consenta a un gruppo che appartiene al sionismo politico di chiedere un risarcimento a nostre spese. Abbiamo sempre rifiutato l’idea sionista secondo cui solo attraverso la colonizzazione della Palestina gli ebrei potessero ottenere una sorta di giustizia. Abbiamo rifiutato queste narrative in primo luogo perché al massimo dell’amoralità, e in quanto si basano solo su falsi calcoli politici maturati in Europa.

In secondo luogo, abbiamo sempre rifiutato ogni imposizione di soluzioni dall’esterno. Abbiamo sempre sostenuto di essere i padroni della nostra causa e del nostro destino. E che nessun essere umano può strapparci via questa proprietà.

Con questa conoscenza, e questa idea fondante, i nostri genitori e nonni hanno avviato la rivoluzione palestinese: una rivoluzione il cui nocciolo è credere che la liberazione si possa ottenere solo quando le nostre strategie non siano separate dalla moralità. Abbiamo sostenuto ancora e di nuovo di non poter mai difendere la nostra causa se non possedendo una forte comprensione morale del fatto che – a prescindere dall’opinione internazionale e dalle avversità politiche e militari che possiamo incontrare  – non lasceremo indietro i principi fondamentali che includono il ritorno di tutti i palestinesi alle loro terre senza condizione. La necessità, anche, di non scordare mai il nostro attaccamento alla terra intera della Palestina storica, e l’importanza di perseguire i nostri obiettivi con ogni mezzo necessario, resistenza armata inclusa ma non esclusiva.

Abbiamo inoltre rifiutato la nozione di neutralità. Il mondo ha provato ad imporcela. Hanno detto che – se volevamo andare avanti – la comunità internazionale doveva rimanere neutrale (che abbiamo inteso come: mantenere una facciata di neutralità). Hanno anche detto di non poter essere un arbitro imparziale in un conflitto sanguinoso se avessero preso le parti di un lato piuttosto che dell’altro. Per loro la geopolitca richiede neutralità in un conflitto storico assai complesso. Ma noi abbiamo rifiutato tutte queste dichiarazioni ed argomentazioni, e abbiamo chiesto al mondo di stare dalla nostra parte. Abbiamo sostenuto ancora e ancora che soccombendo alla neutralità si instaura nella mente un falso senso di obiettività che maschera la realtà in cui si sta dalla parte dell’oppressore. Abbiamo detto che essere neutrali significa in effetti chiudere un occhio sull’aggressione, relegandola a un fatto di mero dissenso politico. Abbiamo affermato che nei conflitti sanguinari non c’è neutralità: o stai con l’aggressore o stai con la vittima.

E da questa posizione, il movimento di solidarietà nell’Occidente trae la sua forza. Così quando chiediamo a corporazioni, chiese, istituzioni, università, unioni ed altri di boicottare l’entità sionista e di smetterla di investire in qualunque cosa rafforzi l’occupazione della Palestina, stiamo loro in effetti chiedendo di togliersi questa maschera di neutralità e prendere una posizione politica e scegliere da che parte stare: o sei un sostenitore dell’aggressione sionista o sei un oppositore. Quando camminiamo nelle aule universitarie, negli incontri sindacali, nelle congreghe ecclesiastiche indossando la kefiah palestinese, non stiamo solo annunciando a chi abbiamo davanti che abbiamo preso una posizione politica – e che tale posizione è a sostegno delle aspirazioni del popolo palestinese – ma stiamo anche richiedendogli che prenda una posizione forte anche lui e lo annunci alle altre persone.

Il Palestinianismo è antitetico a ogni nozione di neutralità. I palestinesi non sono mai stati neutrali e non lo saranno mai. L’essenza del Palestinianismo richiede a chi vi converga – e nel farlo si propone come motivante spinta verso il bene – di prendere una posizione decisa contro l’oppressione chiunque e dovunque sia perpetrata. L’essenza del Palestinianismo ci richiede di dare priorità ad imperativi morali al di sopra di ogni considerazione strategica o pragmatica. E l’essenza del Palestinianismo rifiuta la mano tesa di un regime che non esita ad uccidere le persone che dichiara di governare.

Detto questo, non dobbiamo confondere la neutralità esercitata per sopravvivere con la neutralità intesa come strategia preconcetta e sconsiderata per assolverci da ogni responsabilità morale verso il popolo della Siria. Come sta diventando chiaro giorno dopo giorno, la gente di Yarmouk è sempre stata e sarà sempre gente di principio. Il loro aver assunto una posizione neutrale nelle prime fasi della rivoluzione è stato un diretto risultato della loro consapevolezza del fatto che la propria sopravvivenza come popolo spossessato dipende da questo. Sono rimasti neutrali perché sapevano bene che – per le condizioni in cui vivono – sono incapaci di resistere ad una inevitabile punizione collettiva che, come abbiamo visto, ha compreso un deliberato lasciar morire di fame ed il regolare quanto indiscriminato bombardamento di basi civili.

Ora, grazie al meticoloso e quanto mai apprezzato lavoro di attivisti come Nidal Bitari e altri, sappiamo che il campo è in questa sua attuale difficile situazione a causa di un premeditato tentativo – per mano dei “clienti” del regime (FPLP/CG, Fatah El-Intifada e El-Sa’eqa) – di provocare il Libero Esercito Siriano ed altri militanti così da usarlo come pretesto per imporre sul campo politiche descrivibili solo come un genocidio. Abbiamo questa informazione a disposizione, abbiamo i mezzi per diffonderla, e abbiamo l’esperienza storica che ci permette di comprenderla e contestualizzarla. Eppure, continuiamo a nasconderci dietro il velo della neutralità, e così non stiamo solo scordando che significa essere un saldo, perseverante e forte palestinese, ma stiamo anche tradendo i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi e siriani di Yarmouk e in tutta la Siria.

Nell’era dell’informazione, la neutralità è complicità. Gli abitanti di Yarmouk non si sono mai considerati sconnessi dalla rivoluzione, perché sanno bene che Yarmouk – come capitale della rivoluzione palestinese, non può essere in alcun modo separata dalla rivoluzione siriana. Tuttavia, e per loro sfortuna, i loro fratelli e sorelle in Occidente non sembrano essere preparati ad accettare la loro narrativa e continuano a plasmare argomentazioni incomprensibili per giustificare la loro neutralità mal studiata.

English version: http://beyondcompromise.com/2014/04/14/palestinianism-as-the-antithesis-to-neutralism/

La Primavera Araba: come mai ci vuole così tanto tempo per la rivoluzione siriana?

9 Apr

binniSCRITTO DA WALEED BUNNI, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

La primavera araba iniziò tre anni fa, quando Mohammad Bouazizi si diede fuoco, a significare con la sua azione che il popolo arabo ne aveva avuto abbastanza di umiliazioni, mortificazione corruzione dei dittatori venuti dopo l’indipendenza.

Lo schiaffo di una poliziotta sul volto di Bouazizi fu il colpo che ruppe la paura e il silenzio.

Le rivoluzioni della libertà iniziarono in Tunisia, si diffusero in Egitto, abbattendo due regimi tirannici in meno di due mesi. I giovani in Libia e in Siria furono ispirati a porre fine al lungo periodo di buio sotto due dei regimi più feroci del mondo.

Anche loro sentivano di poter spezzare le loro catene e camminare verso la libertà.

I libici decisero di protestare pacificamente, come già i tunisini e gli egiziani avevano fatto, ma il dittatore Muammar Gheddafi scatenò l’esercito, e cominciò a uccidere i libici, trasformando la rivolta pacifica in una rivolta armata.

I libici resistettero, mentre il loro tiranno continuò ad ucciderli usando tutte le armi erano a sua disposizione, e stava per vincere, fino a quando la comunità internazionale decise, con il sostegno della Lega Araba, di intervenire dalla parte dell’opposizione.

Con l’intervento internazionale la battaglia terminò a favore dell’opposizione in meno di tre mesi. Il regime di Gheddafi crollò, fu arrestato e poi giustiziato, ponendo fine all’epoca del cosiddetto “Re dei Re”.

L’esperienza libica ha incoraggiato i siriani a rompere la barriera della paura, rafforzata da arresti, torture e uccisioni, nella repressione brutale del governo di una rivolta a Hama nel 1980.

La caduta di Gheddafi ha dato ai siriani la speranza che non avrebbero affrontato il mostro più cattivo da soli, e che la comunità internazionale e i loro amici arabi, all’epoca accanto ai Libici, avrebbero usato la forza per rovesciare un regime che non è meno brutale del loro, e che non li avrebbero lasciati soli nella loro battaglia. Sfortunatamente, non è stato così.

La delusione da parte dei siriani ha approfondito solo loro tragedia, e ha portato a distorsioni della loro rivoluzione. Hanno tollerato tutte le uccisioni, gli arresti e le torture, insistendo sulla natura pacifica della loro rivoluzione, per i primi sei mesi, come il tiranno stesso aveva ammesso. Il regime, tuttavia, li spinse verso la lotta armata fin dal primo giorno, con le forze di sicurezza che arrestavano giovani manifestanti torturandoli brutalmente, insultando il loro onore e quello delle loro famiglie, come anche il loro credo religioso, in un chiaro settarismo.

Gli arrestati venivano rilasciati come combattenti in questo progetto del regime, come io stesso ho visto fare con i miei figli durante i loro 60 giorni di detenzione nell’inchiesta del ramo politico della sicurezza. Il regime voleva trasformare la rivoluzione della libertà e dignità in una guerra settaria. I ribelli hanno cercato quanto più possibile di scongiurarlo.

Tuttavia, con l’indifferenza della comunità internazionale e l’insistenza del regime è stata data alla rivolta una dimensione settaria; con l’inclusione di milizie settarie libanesi e irachene, e con la diffusione di video dell’uccisione di manifestanti tramite tortura, e con l’uso di specifici gruppi siriani utilizzati dai teppisti del regime, con la morte, e liberando migliaia di prigionieri salafiti, il regime ha garantito che quella battaglia non poteva più darsi pacificamente.

Dopo un anno di questa battaglia, il terreno era diventato fertile per gruppi estremisti che seguono l’ideologia di Al-Qaeda, per contrastare l’autorità del Libero Esercito Siriano. Alcuni di questi soldati e comandanti disertati dal regime con un programma patriottico estremista e settario sono stati attratti da questi gruppi, incoraggiati dal sostegno e dalle pratiche fedeltà.

Tutto questo è successo sotto gli occhi delle agenzie di intelligence regionali e internazionali. Ci furono una serie di false promesse di sostegno alle forze patriottiche e democratiche che avrebbero potuto trasformare le cose a favore della rivoluzione, e costringere il regime ad acconsentire ad una soluzione politica che potrebbe avere compiuto ciò che più di 200.000 morti non hanno compiuto.

Diverse centinaia di migliaia di persone hanno sperimentato l’arresto, la tortura, mentre milioni sono sfollati all’interno del paese e fuori.

Tutte queste riflessioni portano a chiedere: è stato progettato che la Siria debba essere il cimitero della primavera araba, temendo la diffusione del movimento di protesta ad altri regimi della regione?

Si è voluto dare un esempio orribile al popolo spingendo i siriani a questo tragico destino? O gli americani e i russi vogliono che la Siria sia un terreno dove ridurre il potere delle milizie di Hezbollah, di Iran e Al Qaeda tutti insieme, mettendoli in una battaglia tra loro e con un unico perdente, il popolo di Siria?

I siriani vinceranno, alla fine, ma il prezzo sarà alto, e non solo per loro.

Ma anche per le parti che stanno lavorando per estendere la crisi a sostegno del tiranno, o che stanno bloccando le possibilità di una soluzione politica che avrebbe messo fine al regime mantenendo l’unità della terra e del popolo.

La primavera araba può essere ritardata di qualche tempo, ma la storia ci insegna che le persone che anelano alla libertà non saranno mai fermate.

In inglese: http://www.english.globalarabnetwork.com/2014040813360/Opinion/the-arab-spring-why-the-syrian-revolution-taking-very-long-time.html

Revolutionary Left Current in Syria: “People’s Liberation Faction” per commemorare il terzo anniversario della rivoluzione siriana

18 Mar

peoples libtradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Cari compagni e militanti e combattenti per la libertà, la giustizia e la democrazia.

La rivoluzione popolare entra nel suo quarto anno di una fase complessa e critica.
Il numero delle vittime e dei feriti ha superato le centinaia di migliaia, mentre milioni sono diventati profughi e sono stati sfollati, e la distruzione prevale nel paese.

Il potere borghese del regime ha riacquistato, aiutato dai suoi alleati, il vantaggio in campo militare, mentre allo stesso tempo l’influenza delle forze fasciste della contro-rivoluzione è aumentata. A livello internazionale, i negoziati sono condotti tra le potenze imperialiste a spese del popolo rivoluzionario siriano, mentre cercano di demolire la fiera esigenze di questa rivoluzione mantenendo il regime di oppressione attraverso i negoziati, lo sfruttamento e la corruzione, modificando lo status solo superficialmente attraverso le  cosiddette “riforme”.

La risposta del regime alle esigenze delle masse pacifiche durante il primo anno della rivoluzione fu sanguinosa e brutale. Questa brutale repressione ha portato importanti sezioni della rivoluzione ad adottare la lotta armata per la difesa di se stessa, delle famiglie  e delle loro città. Questo non è stata una scelta facile, e nemmeno questa strada fu presa facilmente da molti, ma questa forma di lotta di massa è venuta in reazione alla brutalità delle incursioni militari del regime dittatoriale. La lotta armata è diventata uno strumento per la liberazione delle masse e non può essere ignorata.

Le forze controrivoluzionarie, sia locali, regionali o internazionali, hanno attaccato la nostra rivoluzione popolare, al fine di sradicarla o deragliarla dal suo percorso popolare e democratico. Sappiamo che è stata mobilitata tutta l’energia per questo obiettivo.

Questa situazione è stata aggravata dalla mancanza di una chiara visione politica, offuscata da alleanze con diverse forze regionali, e che domina sezioni delle opposizioni. Le varie sezioni della opposizione ufficiale sono influenzate anche dalle tensioni che derivano da conflitti e lotte di diverse agende politiche e militari di potenze regionali e imperialiste che le sponsorizzano.

L’esperienza degli ultimi tre anni della rivoluzione, tuttavia, dimostra che questi poteri regionali e internazionali, nonostante le loro divergenze, senza eccezione alcuna non vogliono la vittoria della rivoluzione. Stanno tutti lavorando per cercare di deragliare e interrompere una rivoluzione radicale popolare, democratica e sociale. Il regime dirigente fascista giustifica l’uccisione delle nostre masse rivoluzionarie in nome della « patria » o « di fronte al rifiuto », mentre le forze controrivoluzionarie fasciste, dall’altra parte, uccidono la nostra gente in nome di « Dio e della religione ».

Entrambi sono due facce della stessa medaglia: la tirannia e lo sfruttamento.

Entrambe le forze controrivoluzionarie non hanno esitato a usare il settarismo, le differenze religiose, etniche e locali, come strumenti ben conosciuti e collaudati atti a distorcere la coscienza popolare, e per cercare di far deragliare la lotta sociale in corso e dividere le masse popolari. L’anima della rivoluzione popolare è tuttavia ancora viva e ha potuto, fino ad ora, evitare di cadere in questa trappola mortale.

La nostra rivoluzione, scoppiata nel contesto delle rivolte dei paesi della nostra regione dal 2010, ha influenzato il corso generale di queste rivoluzioni, e come esse anche la nostra è stata colpita. Queste non sono parole puramente teoriche, ma piuttosto  fatti dimostrati dalla correlazione tra questi processi rivoluzionari in corso nella nostra regione complessivamente. Allo stesso tempo, vediamo che la nostra rivoluzione è parte delle lotte delle masse lavoratrici globali, degli oppressi e degli emarginati in tutto il mondo per la libertà, l’uguaglianza, la giustizia sociale e il socialismo. Lo vediamo nella lotta del popolo palestinese per recuperare tutti i suoi diritti e la sua terra, nella lotta dei contadini senza terra e del lavoro in America Latina, negli scioperi dei minatori in Sud Africa e in altri paesi, nella lotta in Europa contro il neoliberismo e la globalizzazione capitalista, nella lotta degli operai oppressi del sud est asiatico, nella lotta delle donne per i loro diritti e la parità in tutto il mondo.

Pertanto, non vi è dubbio che le nostre lotte sono fuse e unificate contro il sistema capitalistico globale, che si basa sulla esclusione, sul saccheggio e sullo sfruttamento, e in cui i predatori imperialisti hanno lottato per maggiori profitti a scapito di milioni di persone e delle loro sofferenze.

Militanti radicali di sinistra non erano assenti nella rivoluzione in Siria, dal momento in cui è scoppiata, molti di loro erano in realtà fra chi l’ha aperta, come nuovi gruppi o come quadri che hanno lasciato i partiti comunisti ufficiali, i cui leader hanno mostrato la loro sottomissione al regime borghese sanguinario. Ma, purtroppo, molti di loro sono stati falciati dalla repressione, in esilio o per il disgusto verso la lotta armata.

Ma noi, come corrente rivoluzionaria di sinistra, siamo rimasti tenaci alla rivoluzione.

Con le nostre modeste capacità, partecipiamo a tutte le forme di lotta di massa, compresa la lotta armata come individui. Ma è giunto il momento, il particolare momento della rivoluzione, di svolgere il suo ruolo di liberazione  popolare senza rinunciare per un solo momento a tutte le forme di lotta di massa pacifica che ci permettono di confrontarci sia con il regime fascista violento che con le forze controrivoluzionarie reazionarie.

Questa è la strada per la vittoria della rivoluzione popolare, nel radicamento della sua natura democratica e di socialismo dal basso, nella difesa degli interessi immediati e generali delle classi popolari, per garantire l’indipendenza della volontà del popolo da ogni intervento imperialista o regionale da parte di qualsiasi potenza straniera, e nel recupero dei nostri territori occupati del Golan con tutti i mezzi possibili.

A nome delle masse rivoluzionarie, degli operai, degli emarginati e degli oppressi –

A nome della libertà della Siria, dell’uguaglianza e della giustizia sociale che emergono ogni giorno, nonostante il dolore e la distruzione –

Noi, la corrente di sinistra rivoluzionaria in Siria, dichiariamo, in mezzo alla rivoluzione popolare in corso, l’istituzione di una «fazione popolare di liberazione » che sostenga il programma della rivoluzione popolare originale. Sottolineiamo che la sua missione è quella di difendere noi stessi e le masse popolari, la loro libertà per cui abbiamo pagato pesantemente, e per il diritto di liberarsi da ogni tirannia e sfruttamento, di fronte a tutte le forze della contro-rivoluzione, in particolare il regime al potere.

Noi non cerchiamo la morte, ma una vita libera e dignitosa per il popolo, per tutti i popoli. Perché la vita è bella, e vogliamo garantire che le generazioni presenti e future siano privi di tutti i mali, di tutte le persecuzioni, e di ogni violenza.

Nella nostra lotta con le masse lavoratrici per la loro liberazione, chiediamo a tutte le forze di sinistra e socialiste nella regione e nel mondo, di affermare con chiarezza e fermezza la loro solidarietà internazionale, perché il destino della nostra rivoluzione popolare deciderà il destino dei processi rivoluzionari nella regione, ed oltre i suoi confini.

Gloria ai martiri e ai feriti e  libertà per tutti i detenuti
Vittoria per la rivoluzione popolare in corso
Tutto il potere e la ricchezza al popolo

Revolutionary Left Current in Syria – 18 mar 2014


http://syriafreedomforever.wordpress.com/2014/03/17/revolutionary-left-current-in-syria-establishment-of-the-peoples-liberation-faction-to-commemorate-the-third-anniversary-of-the-syrian-revolution/