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Escalation di attacchi con barili bomba in Siria mentre cala l’attenzione del mondo

10 Nov
Danni collaterali?

Danni collaterali?

di Serene Assir per AFP – 01/11/2014. Traduzione di Claudia Avolio.

Nelle ultime settimane, mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla lotta contro i jihadisti, il regime siriano ha incrementato l’utilizzo di attacchi mortali coi barili bomba, uccidendo civili e seminando distruzione. In meno di due settimane gli aerei da guerra hanno sganciato almeno 401 barili bomba sulle aree controllate dai ribelli in otto province – a riferirlo è l’Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo di monitoraggio.

L’attivista Yassin Abu Raed, dalla città di Anadan nel nord della provincia di Aleppo, ha visto la sua casa venire colpita tre volte dagli attacchi coi barili bomba. L’ultimo attacco l’ha distrutta completamente. “La morte ci circonda e a nessuno importa,” ha detto via Internet all’AFP. “I barili bomba uccidono chi amiamo di più, distruggono case, sogni e ricordi e ci lasciano senza alcuna speranza che le uccisioni possano un giorno fermarsi”.

“Tutto questo e nessuno ha mai sentito parlare di noi, a nessuno dispiace”.

L’Osservatorio – che documenta vittime ed attacchi contando su un’ampia rete di attivisti e medici sparsi nella Siria devastata dalla guerra – ha detto che dal 20 ottobre almeno 232 civili sono stati uccisi negli attacchi aerei del regime, inclusi quelli coi barili bomba. Il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman, ha riferito che il numero di attacchi coi barili bomba è ora “molto più alto” rispetto a qualche settimana fa.

Il regime ha iniziato ad usare i barili bomba verso la fine del 2012, ma ha incrementato gli attacchi quest’anno con un’ondata di raid che solo a febbraio hanno ucciso centinaia di persone. I barili bomba sono di solito formati da grandi fusti di petrolio, bombole di gas o serbatoi d’acqua riempiti di materiale altamente esplosivo e rottami metallici.

I raid contro il campo per rifugiati

Mercoledì 29 ottobre degli elicotteri hanno sganciato quattro barili bomba su un campo di sfollati nella provincia nordoccidentale di Idlib, uccidendo almeno 10 persone e ferendone a decine secondo quanto riferito dall’Osservatorio. Gli attivisti hanno postato riprese video terribili su YouTube che mostrano corpi smembrati e i lamenti delle persone mentre cercano di salvare i sopravvissuti. Gli Stati Uniti hanno denunciato l’attacco come “barbarico”.

Ismail al-Hassan, infermiere volontario in un ospedale da campo nella provincia di Idlib, ha detto via Internet all’AFP che gli operatori sanitari affrontano immense difficoltà nel curare i feriti dopo l’esplosione di un barile bomba. “La maggior parte delle vittime degli attacchi coi barili bomba sono donne e bambini,” ha detto Hassan, aggiungendo che lo staff medico soffre una grave penuria di attrezzature, rendendo difficile curare in modo adeguato i feriti.

Hassan ha anche fatto notare che lui ed i suoi colleghi soffrono di profonde cicatrici psicologiche nel curare le vittime: “Una volta abbiamo dovuto decidere di lasciar morire un bambino: aveva troppe ferite nel corpo, non potevamo salvarlo”. Come molti siriani nelle zone controllate dai ribelli, Hassan prova del risentimento per il fallimento dell’Occidente nell’aiutare a far cadere il regime del presidente Bashar al-Assad.

“Tutti in Siria hanno capito che abbiamo solo Dio dalla nostra parte,” ha detto.

L’attenzione deviata del mondo

A febbraio il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che chiede a tutte le parti coinvolte nel conflitto in Siria di porre fine agli attacchi contro i civili, con un riferimento specifico all’uso di barili bomba. Il governo nega di usare i barili bomba e dice di prendere di mira solo “terroristi”. Human Rights Watch, con sede a New York, ha espresso ripetuti richiami al regime di Damasco per il suo uso “illegale” di barili bomba, affermando che il tipo di arma colpisce in modo particolarmente indiscriminato.

La ricercatrice di HRW, Lama Fakih, ha detto che non c’è stato alcuno sforzo globale per ritenere il governo di Assad responsabile. “Mentre è in atto uno sforzo internazionale per porre fine agli abusi di Daesh (gruppo jihadista), non c’è alcuno sforzo congiunto per fermare gli abusi del governo siriano, compresi gli attacchi contro la popolazione civile,” ha detto.

Gli Stati Uniti ed i loro alleati perlopiù nel Golfo hanno avviato lo scorso mese degli attacchi aerei contro postazioni jihadiste in Siria, ma non si è discusso di estendere gli attacchi contro il regime di Assad. “Sfortunatamente, l’attenzione internazionale è stata deviata dall’avanzata di Daesh in Iraq e Siria,” ha detto Fakih all’AFP. Il direttore dell’Osservatorio Abdel Rahman si è trovato d’accordo con lei.

“Il numero degli attacchi aerei per mano del regime compresi quelli coi barili bomba è pazzesco, e negli ultimi giorni si è verificata una escalation,” ha detto. Ha accusato Damasco di “trarre vantaggio” dal fatto che il mondo è ora concentrato su Daesh per inasprire i suoi attacchi contro le aree dei ribelli. L’opposizione siriana afferma che le critiche internazionali al regime non sono abbastanza. “Gli Stati Uniti criticano il regime, ma non fanno nulla,” ha detto Samir Nashar, membro dell’opposizione nella Coalizione Nazionale, “Intanto, il regime sta avanzando militarmente”.

English article: http://news.yahoo.com/syria-escalates-barrel-bomb-attacks-world-attention-shifts-025623788.html

Piccola guida per i “simpatizzanti di Assad” che si auto-definiscono “pro-palestinesi”

7 Mag

SCRITTO DA NICOLE MAGNOONA GERVITZ, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

– Settembre Nero 1970: Hafez al Assad inviò carri armati in Giordania per sostenere i palestinesi contro l’Hascemita re Hussein. L’OLP vinse il sostegno popolare tra le masse arabe dopo che i regimi furono completamente screditati nel 1967 per mano di Israele. Re Hussein ordinò al suo esercito di attaccare le forze dell’OLP in Giordania a causa della sua politica dichiarata di volerlo rovesciare. Assad si rifiutò di inviare un forte sostegno militare siriano perché temeva un’altra guerra con Israele. Rifiutò di fornire copertura aerea ai carri armati siriani e furono costretti a ritirarsi in seguito al bombardamento da parte dei giordani.

Questo lasciò i palestinesi isolati, abbandonati, e diverse migliaia di loro furono massacrati dall’esercito di Hussein. Solo poche settimane dopo quel Settembre Nero, Hafez al Assad portò a termine il suo colpo di stato militare a Damasco.

 

– 1973: la Siria tentò di riprendere il controllo delle alture del Golan e fu un altro fallimento. Hafez al Assad si trovò a diventare la guardia di sicurezza di Israele per il confine settentrionale. Il colonnello Rafik Halawi, comandante druso della brigata di fanteria che fu distrutto dagli israeliani nel Golan, fu giustiziato sotto gli ordini di Hafez prima della guerra da un funzionario vicino. Il regime siriano sostenne che fu ucciso nella battaglia con Israele, e a chiunque fosse catturato fu imposto di non dire niente, minacciato con torture e prigionia.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

– 1976: Hafez al Assad sostenne i falangisti libanesi fascisti cristiani contro l’alleanza comunista libanese  – OLP, che si era formata in opposizione sia ai falangisti che alla tirannia baathista. L’invasione militare siriana del Libano nel 1976 fu approvata dagli USA. Tuttavia, l’alleanza libanese comunista – OLP spazzò via le forze di occupazione siriane nel giugno dello stesso anno. Due mesi dopo Hafez al Assad spezzò quella resistenza. I falangisti, sostenuti da Hafez al Assad, commisero un massacro di palestinesi nel campo profughi di Tal al Zaatar.

Con la benedizione della Lega Araba il governo siriano decise di allearsi con Israele per impedire la sconfitta dei falangisti. I campi palestinesi di Karantina e Tel al Zaatar furono assediati dall’esercito siriano, e 2.000 palestinesi furono uccisi.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

Una lettera aperta dalla resistenza palestinese fu diffusa quell’estate all’interno dei campi;

“Vengono utilizzate armi siriane – la maggior parte, purtroppo – contro il nostro accampamento, mentre i governanti di Damasco continuano a ripetere che sono qui in Libano per difenderci. Questa è una menzogna assassina, una bugia che ci fa soffrire più di qualunque cosa … Ma noi desideriamo informare che ci batteremo in difesa di questo campo con le nostre mani nude, anche se tutte le nostre munizioni e tutte le nostre armi saranno esaurite, e che stringeremo la cinghia in modo da non lasciarci uccidere dalla fame. Abbiamo deciso di non arrendersi e non ci arrenderemo … “

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni '80.

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni ’80.

– 1980: Nell’ambito della sua repressione feroce contro i dissidenti di sinistra, nel 1980 il regime di Hafez al Assad arrestò centinaia di attivisti sia del Partito d’Azione Comunista che del Partito comunista siriano, nel tentativo di soffocare le ultime voci di dissenso dopo che aveva schiacciato la Fratellanza Musulmana. Restarono i comunisti siriani a lavorare con un gruppo di dissidenti palestinesi, quello fu chiamato “Comitato Popolare Palestinese del campo profughi di Yarmouk”, nel governatorato di Damasco. Fu fondato nel 1983, ma fu costretto a sciogliersi due anni più tardi a causa della campagna di arresti di Hafez al Assad. 200 membri del Partito d’azione comunista furono arrestati dalle forze di sicurezza siriane nel 1986.

– L’OLP cominciò a incrinarsi nel 1983. Il colonnello Saed Abu Musa era rivale di Arafat e guidò una ribellione contro al Fatah nella valle del Bekaa. Abu Musa era stato un soldato professionista nell’esercito giordano prima di entrare nell’OLP.

Il regime siriano lo sostenne, fornendogli armi. Abu Musa e i suoi seguaci cacciarono gli uomini di Arafat da Tripoli, quell’estate. Quando un giornalista del Newsweek chiese a Yasser Arafat un commento riguardo l’ammutinamento, egli rispose: “Non mi chiedere di burattini e cavalli di Troia … Assad vuole la mia pelle. Vuole la resa palestinese, e non voglio dargliela.”

La maggior parte dei rifugiati palestinesi scelsero Arafat contro il fantoccio siriano, ma come conseguenza, Hafez cacciò via gli uomini di Arafat da Tripoli, e la resistenza palestinese fu depotenziata.

– Nella “guerra dei campi”, tra il 1985 e il 1988, Hafez al Assad reclutò il movimento sciita libanese Amal. In quel momento era in conflitto con Hezbollah, ed aprì il fuoco contro i palestinesi e Hezbollah contemporaneamente.

Libano: Tripoli è una città a maggioranza sunnita, con una minoranza alawita che ha fornito sostegno finanziario al governo siriano. Gli alawiti siriani furono posti nel Parlamento libanese interamente per lle pressioni di Damasco. Le leggi sulla naturalizzazione del Libano vennero completamente sovvertite.

I rifugiati palestinesi provenienti dalla Nakba del 1948, e durante il suo sequel nel 1967, che hanno vissuto nei campi profughi, non possono ottenere la cittadinanza libanese, ma agli alawiti siriani è garantito in qualsiasi momento.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

– 2000: Mentre Bashar al Assad elogiava la seconda Intifada, centinaia di palestinesi languivano nelle sue carceri. Attieyeh Dhiab Attieyeh, un palestinese di 30 anni, morì nel carcere di Tadmur all’inizio del 2000, a causa di negligenza medica. Era già molto malato quando fu trasferito a Tadmur nel 1996. Attieyeh era un membro di Fatah, la fazione guidata da Yasser Arafat, e fu arrestato nel 1989 nel sud del Libano prima di essere inviato in Siria.

– 2008: C’è una somiglianza tra il massacro di Hama del 1982 e Piombo fuso.

In entrambi i massacri, i minareti delle moschee sono stati distrutti dalle forze di occupazione, che hanno sostenuto che i minareti venivano utilizzati dai cecchini islamici. Non ci sono prove di ciò in entrambi i casi, ma c’è la prova del disgusto per l’Islam ortodosso espresso da entrambi i regimi.

– Maggio 2011: Rompendo l’assedio (del regime siriano) su Deraa, a pochi palestinesi dal campo di Yarmouk  è stato possibile consegnare alcune forniture mediche di cui si aveva disperatamente bisogno.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

– Nakba Day 2011: Centinaia di palestinesi provenienti dai campi profughi nei dintorni di Damasco furono inviati nella zona demilitarizzata che separa la Siria dalle alture del Golan. La sicurezza dei civili palestinesi non era la priorità. La recinzione fu violata e le forze di occupazione israeliane aprirono il fuoco, e una dozzina di palestinesi furono uccisi. Ci fu un secondo spargimento di sangue a giugno, nel Naksa Day, l’anniversario dello scoppio della guerra del giugno 1967. Un’altra decina di palestinesi furono uccisi. Questi fatti erano senza precedenti,  perché mai prima di allora il governo siriano aveva spinto centinaia di palestinesi sul Golan, in entrambi gli anniversari. Perché nel 2011? Per distogliere l’attenzione dal massacro in corso nelle strade siriane. Uno dei principali rami dell’intelligence siriana si occupa solo di questioni relative alla Palestina. E’ impossibile che l governo siriano non sapesse che una violazione della recinzione del Golan sarebbe costata tante vite palestinesi.

– Autunno 2011: Ghiyath Matar, un giovane di origini palestinesi che viveva nei sobborghi di Daraya di Damasco, utilizzò la strategia di distribuire rose e acqua alle forze di sicurezza alawite inviate dal regime per sparare sui manifestanti.

images (6)Ai primi di settembre del 2011 era morto. Il suo cadavere mutilato fu consegnato alla famiglia quattro giorni dopo il suo arresto. Diversi inviati americani hanno partecipato al suo funerale. Il portavoce del regime di Assad sostenne che una banda armata fu responsabile della tortura e della morte di Ghiyath, e questa è una mezza verità perché, dopo tutto, quella banda armata era inviata dal governo.

– Come risultato della campagna di repressione genocida di Bashar al Assad, Yarmouk è diventata la casa per un milione di profughi siriani sfollati entro la fine del 2011. Quando l’Esercito siriano libero guadagnò terreno nella periferia meridionale di Damasco, l’esercito siriano cominciò a colpire il campo mentre, allo stesso tempo, armava il pro-regime PFLP-GC. Mortai sono stati sparati sul campo da parte delle forze di Assad prima ancora che l’FSA vi mettesse piede.

– Estate 2012: paramilitari alawiti che vivevano a Nisreen, vicino a Yarmouk, aprirono il fuoco su una massiccia manifestazione anti-governativa, uccidendo dieci palestinesi, tra cui un bambino.

– Autunno 2012: L’FSA istituì una linea di alimentazione attraverso Yarmouk, a cui seguì una massiccia punizione collettiva per mano del regime: le forze governative siriane e le milizie alawite circondarono Yarmouk, e nell’ottobre del 2012 gli ingressi al campo furono aperti solo per due o tre giorni alla settimana. I civili portavano il peso della violenza; la fame, la malattia, e i bombardamenti indiscriminati. 

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei "pro-palestinesi" osservavo un totale silenzio.

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei “pro-palestinesi” osservavo un totale silenzio.

– Dicembre 2012: aerei militari del regime siriano bombardano una moschea a Yarmouk, che ospitava rifugiati siriani sfollati. Decine furono uccisi. Il pretesto per una tale atrocità era che l’FSA aveva nascosto alcune armi nel seminterrato della moschea.

– 2013: Khaled Bakrawi. un giovane siro-palestinese organizzatore di comunità e membro fondatore della Fondazione Jafra per il soccorso e lo sviluppo della gioventù, fu arrestato dalle forze di sicurezza statali alawite, nel gennaio del 2013, per il suo ruolo di primo piano nella realizzazione di attività umanitarie e di aiuto a Yarmouk. A settembre i palestinesi di Yarmouk seppero che Khaled fu ucciso sotto tortura in un centro di detenzione a Damasco.

Khaled Bakrawi prese parte alla marcia di giugno nel Golan. Vedendo il leader del FPLP-CG, Ahmad Jibril, condurre il popolo nella zona del cessate il fuoco occupata da Israele, e sapendo cosa stava per accadere, cercò di dissuadere i suoi compagni palestinesi dal seguire gli ordini di Ahmad Jibril, ma inutilmente. Khaled fu costretto a guardare come le forze di sicurezza di Stato alawiti si rilassavano bevendo tè, mentre i soldati di occupazione israeliani scaricavano proiettili verso i suoi fratelli. Khaled prese due proiettili nella gamba.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Il giovane che fu definito eroe per i proiettili sionisti, sarebbe poi svanito nell’oblio dopo il suo assassinio per mano delle forze di sicurezza di Bashar al Assad.

– I Palestinesi di Yarmouk sono stai a volte uccisi da altri palestinesi. Il missile russo BM -21 Grad fu utilizzato per attaccare Yarmouk nel luglio del 2013. Due missili grad furono lanciati sulla struttura di panificio di Hamdan il 24 luglio, uccidendo quindici civili. E’ stato riferito sia da Reuters che dal Comitato di Coordinamento campo di Yarmouk che questo attacco è stato effettuato dal FPLP-CG. Quindici palestinesi di Yarmouk morirono di fame tra settembre e dicembre del 2013. Il numero dei profughi palestinesi uccisi dal 2011 in Siria ha raggiunto i 1.597, oltre ad altri 651 dispersi o imprigionati, e i 74 torturati a morte nei centri di detenzione del regime dal 2013.

– L’annichilimento del paese da parte del regime di Assad è positivo per Israele: un despota arabo che schiaccia il suo popolo ha sempre un posto speciale nel cuore sionista. Israele ha sempre fatto affidamento sui despoti arabi corrotti come Bashar al Assad, per reprimere le masse al suo posto; un sentimento anti-iraniano è stato seminato nel mondo arabo a causa della sua colonizzazione della Siria.

E Hezbollah è troppo occupato nell’omicidio di siriani per causare disturbo ad Israele. Ed Israele non è più esposto ad alcuna pressione ad abbandonare le alture del Golan.”

originale: http://wewritewhatwelike.com/2014/05/05/a-guide-for-the-palestinian-or-pro-palestinian-shabiha-sympathizer-in-your-life/

La foto del giorno: “Spero di morire per raggiungere mia madre in Paradiso”

12 Mar

Homs, 12 marzo 2013bimba orfana

Syria: the story behind one of the most shocking images of the war

11 Mar

Why did the bodies of 110 men suddenly wash up in the river running through Aleppo city six weeks ago? A Guardian investigation found out

  • It is already one of the defining images of the Syrian civil war: a line of bodies at neatly spaced intervals lying on a river bed in the heart of Syria’s second city Aleppo. All 110 victims have been shot in the head, their hands bound with plastic ties behind their back. Their brutal execution only became apparent when the winter high waters of the Queiq river, which courses through the no man’s land between the opposition-held east of the city and the regime-held west, subsided in January.

    It’s a picture that begs so many questions: who were these men? How did they die. Why? What does their story tell us about the wretched disintegration of Syria? A Guardian investigation has established a grisly narrative behind the worst – and most visible – massacre to have taken place here. All the men were from neighbourhoods in the eastern rebel-held part of Aleppo. Most were men of working age. Many disappeared at regime checkpoints. They may not be the last to be found. Locals have since dropped a grate from a bridge, directly over an eddy in the river. Corpses were still arriving 10 days after the original discovery on January 29, washed downstream by currents flushed by winter rains

  • Just after dawn on 29 January, a car pulled up outside a school being used as a rebel base in the Aleppo suburb of Bustan al-Qasr with news of the massacre. Since then a painstaking task to identify the victims and establish how they died has been inching forwards. The victims, many without names, were mostly buried within three days — 48 hours longer than social custom dictates, to allow for their families to claim them.

    Ever since, relatives have been arriving to identify the dead from photographs taken by the rescuers. Each family member who has made the journey to a makeshift office, set up inside a childcare centre, brings with them accounts of when they last saw their father, son, cousin, or brother and where he had travelled before he was murdered.

    There are no women on the grisly slideshow of dead men that is replayed in melancholy slow motion every time a relative arrives. Nor are there more than a handful of males aged over 30. Most of the dead dragged from Aleppo’s Queiq River were men of working age.

    Another thread strongly unites the fate of the river massacre victims; each of them had either been in the west of the city, or had been trying to get there. They had to pass though checkpoints run by the Syrian army, or their proxy militia, the Shabiha. The process involved handing over identification papers that detailed in which area of the city the holder of the papers lived.

    In mid-February, the Guardian interviewed 11 family members of massacre victims in the Bustan al-Qasr area, who all confirmed that their dead relatives had vanished in regime areas, or had been trying to reach them. Two other men who had been arrested at regime checkpoints and later freed were also interviewed. Both alleged that mass killings had taken place in the security prisons in which they had been held. They identified the prisons as Air Force intelligence and Military Security — two of the most infamous state security facilities in Syria.

    “If they took you to the park, you were finished,” said one of the men, who had been freed in mid-January. “We all knew that. It is a miracle that I am standing here talking to you.”

    The man, in his early 20s, refused to be identified even back in the relative safety of the east of the city. Nowadays, he spends his mornings on the banks of the river, waiting for more bodies to float down.

    The concrete ledge from where the bodies were recovered is now covered by waters which, on 29 January, had receded leaving the sodden remains exposed, blood oozing from single bullet wounds to each of their shattered skulls.

    Further north, around four kilometres upstream is the park that the man speaks about, a large public space near the Queiq River in west Aleppo. The rebels in the east suspect that the bodies they recovered may have drifted from this point while waters were flowing strongly in the last week of January. Their suspsicions centre on two witnesses who came forward in the days following the massacre.

    One of them, Abdel Rezzaq, 19, arrived at the Revolutionary Security office, run from the abandoned daycare centre, in a muddy narrow lane in the heart of Bustan al-Qasr. Together with his parents, he wrote a hand-written statement alleging that, while inside the Air Force intelligence prison, he had heard the sounds of 30 men being shot dead. We found Abdel Rezzaq, now working as a straight vendor selling coffee in Bustan al-Qasr.

    “I was living in Bustan area (in the west) and I was working as a carpenter,” he said. “I went downtown (in west Aleppo) to buy a falafel sandwich. The military caught and they started beating me all over my body and they were saying that I am with the Free Syria Army. They beat me for 8 days day and night and demanded I confess. They were transferring me from one base to another airforce base.”

    “I was arrested on the 10th of October and stayed (in prison) for about 2.5 months to 3 months.”

    “Before I left the prison, they took 30 people from isolation cells and killed them.”

    Abdel Rezzaq said he was being held in Block 4, within earshot of the solitary confinement cells and the area where he alleges the prisoners were taken, then executed. “They handcuffed them and blindfolded them and they were torturing them till they died.”

    “They poured acid on them. The smell was very strong and we were suffocating from it. Then we heard gunshots. The next day they put me and some of the others in front of men with guns, but they didn’t shoot at us. They freed me later that day.”

    “I heard women screaming. They were pouring alcohol on us and cursing us. Only God got us out of there, no-one gets out alive. And only god knows what happened to the rest of the people who were in there. I will fight for this cause because I want the whole world to see what is happening.”

    The account of the man who refused to be identified matched Abdel Rezzaq, although he claimed he was held in the Military Security prison.

    “I was there for a month,” he said. “Then one night they took us to an area outside, it was near a park and I thought that was it. I was preparing for death through by praying and they started shooting along a wall where they had libed people up. There were about four guys next to me, to my right, and they stopped shooting. I heard one officer say ‘let them go’. And here I am. I will stay waiting for these bodies for the rest of the war. I cannot believe I am here.”

     

    As the scale of the massacre became clear, Mahmoud Rezk and the unit near the frontline that had first been alerted to what had happened, started to receive bereaved family members.

     

    On 10 February, almost two weeks after the bodies were found, two brothers arrived at the centre to look for their father. Less than five minutes later, both stood sobbing tears of unfathomable grief in front of a wall mural of a red Teletubby. “My father was working in the national bank,” wept Mahmoud al-Drubi. He was married to three women. He was staying with one of his wives (in Ashrafiyeh in west Aleppo) and he told her that he is going to work and it has been 22 days since he disappeared. He was working in an unliberated area. The regime did this to him.”

     

    In the same courtyard of incongruous frivolity, Sheikh al-Aurora sits in front of a Minnie Mouse mural and insists that his family will take revenge for the death of his cousin, Mohammed Hamandush. The Sheikh identified himself as a member of the Free Syria Army, but insisted Mohammed, 18, had not been.

     

    “I am one of the resistance fighters in Aleppo,” he said. “I am fighting the terrorist regime. I used to work with Syrian state television and I left the regime two years ago.

     

    “Mohammed was going to the dentist in Jamilia and he was taken by the military. He was arrested because he was young and the military thought he was with the FSA.

     

    “We knew where he was being held and his father went to see him but the military told him that he will be joining the army now. Several days later, his body ended up in the river “This is a dictator’s regime. They took that kid to join the army and then they killed him. This is because he was a Sunni. This war is obvious. This is a message from the Shia regime to the Sunnis.

     

    “The image of my cousin was horrifying. His face was wrapped with nylon bag and with a tape to make sure he will be dead not only from the bullet but from suffocating. It is heart breaking. Killing Bashar and all of the shabiha won’t be enough revenge.”

     

    Another man, who identified himself as Abu Lutfi, also claimed that his family had tracked down their missing relative, Mohammed Waez to a military prison in West Aleppo “He was a merchant and he was stopped at the checkpoint and was taken.We went to ask about him and the military told us that he was with them and in 10 days he will be released. Instead, 10 days later, we found his body in the river. He was handcuffed and his legs were bound. He was shot in the head.

     

    “I am covering my face because if the regime recognizes my face, I will be dead and every single member of my family will be dead. They will kill us and no one can find us. We are for sure with the revolution. We served the military for 40 years and now this is the army that is attacking and killing us.

     

    “This is a message from the army; every time the FSA will step forward, we will kill more civilians. Now the families of each victim are going to join the FSA.”

  • Another man, Amer al-Ali, from Dar al-Izza, about two kilometres west of Bustan al-Qasr, and a member of the FSA, said his family is now also seeking revenge.“I am working as a fighter in Katibat Majd al-Islam. Two of my cousins, Yassin, 20, and Omar, 14, were tailors. They went missing 5 days before the massacre. I knew the army had a checkpoint in their area and I told them to be careful. They were the main financial supporters to their families. They went to work (in the west) and I saw them on their way to work. It was getting late and their father came to me asking if I saw them and we were searching for them. Several days later, we heard about the massacre and we went to retrieve their bodies.“Their mother asked if she can join the FSA to take revenge and so did their father. They only have two daughters left and now the whole family wants to join a jihad.”
  • grievingRelativesDealing with the dead in Aleppo has a medieavel feel. Bodies dragged from the river in the days and weeks after the massacre were laid on footpaths outside the school yard, a simple plastic sheet covering the grey, shrivelling skin. The few who remained in Bustan al-Qasr walk past heads down, no longer stopping to look as they go about life in a city at war.

     

    Some families asked the rebel unit to bury them on their behalf. Such a plea is highly unusual in this war. Here, like in conflicts elsewhere in the world, the final act of burial is akin to closure for grieving families. But, the request illustrated the depth of Aleppo’s divide and the desperate decisions that some families are being forced to make in order to maintain their incomes in a city where most commerce has ground to a halt. Little works in Aleppo anymore. Electricity has been dwindling for months and is now nearly non-existent. Rubbish is piled in football-field sized festering heaps. Even the flow of running water, potable from the tap, has slowed to a trickle.

     

    All the relatives who requested that the rebels bury their relatives’ remains, without them being present, still worked in the west of the city. Some also lived there. Others had to cross from the east through checkpoints on most days.

     

    “One of the (victims) had a mobile shop and they spoke to his father and then took his son away,” said Rezk. The next day, the father came to the river bank and found his son’s body. He decided to bury his son (in the east) because he was worried of taking his son’s dead body to where he lives. He thought they would kill him.”

     

    Rezk displayed a handwritten note, which was a aimple authorisation from another father to bury his sons in the east.

     

    “He was still working in an unliberated area and he had three sons, two of whom were dead. He didn’t want to talk about it with us. He just signed the note and left and we put them in the martyr’s grave.”

     

    The graveyard Rezk spoke about was a children’s playground. All semblance of fun in this muddy stretch of rusting green swings and slides had long ago been surrendered to the grim reality of dealing with death in a city that no longer functions. Only a corner of the playground — for now — has been commandeered by grave diggers, men who swing shovels over their naked torsoes in the bitter cold and a small digger that scrapes at the soil, ever so gently for such a strong machine.

  • In the days following the massacre, Syrian officials blamed ‘terrorist groups’ for the deaths. State television broadcast a ‘confession’ from an alleged member of Jabhat al-Nusra, the jihadist group that shares the worldview of the late al-Qa’ida leader, Osama bin Laden, which has become increasingly prominent on some of the battlefronts of Syria’s civil war, inclusing Aleppo.

     

    The confession was derided by every one of the 11 people interviewed by the Guardian as well as dozens of others that came and went from the Revolutionary Security centre during the week we were there. Jabhat al-Nusra members are visible on the streets of eastern Aleppo and play prominent roles in distributing food and aid to some communities.

     

    They are distrusted by some rebel groups who vie with them for fighting honours and subsequent spoils of war. But they are feared by few on the rebel side.

     

    “They’re not good guys,” said Amhed al-Sobhi, a hospital worker. “They don’t think like me, but they behave respectably. They do not kill civilians. You would have to be willfully blind to not know who did this massacre.”

     

    “Jabhat al-Nusra won’t do such a horrible thing,” said Amer al-Ali. “No muslim can do such a thing but this regime can do it. You call us terrorists. come and fight us face to face.

     

    Sheikh Aurora was emphatic: “Jabhat Al-Nusra is more honest and noble than Bashar and his gang. They would not commit such a crime. It was Jabhat al-Nusra who provided people with food, shelter and clothes. Why would they give them with all of these things and then kill them?”

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Messaggio ad assad da parte dei bambini di Douma – video

10 Mar

“Abbiamo freddo… le armi della Cina e della Russia ci uccidono…”

10 marzo 2013

death makes life wissam al jazairi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Opera di Wissam Al Jazairi Death make life

Benvenuto al mondo, benvenuto nella tua tenda da profugo

10 Mar

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Benvenuto al mondo piccolo, ben venuto nell’amore della tua famiglia, benvenuto nell’abbraccio dei tuoi fratellini, benvenuto in un campo profughi che accoglie i siriani al confine.

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Aggiornamento su Omar Al Tellawi

10 Mar

 

10 marzo 2013 Omar Al Tellawi è rimasto ferito oggi a Baba Amr, durante i bombardamenti sulla città vecchia di Homs. Soccorso in un ospedale da campo, il giovane sta ora meglio e ci ha già inviato questa foto, con questo messaggio: “Celebriamo la liberazione di Baba Amr e attendiamo la liberazione della periferia nord”.  Nulla può piegare questi eroi.555025_463919487011306_1528985449_n

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

0 marzo 2013 Omar al Tellawi - Baba Amr

Da oggi sono bambini sfollati – video

10 Mar

602953_548624061849497_2133520309_n10 marzo 2013 – Video toccante che documenta la terribile situazione in cui si trovano alcuni bambini di Homs, dopo che le famiglie, rimaste sfollate, sono giunte in località Baldara Al Kabira.

Guardare con gli occhi e con il cuore…

 

La foto del giorno: ferito l’attivista Omar Al Tellawi

10 Mar

10 marzo 2013 Homs Omar Al tellawiNel 2011 Omar Al Tellawi è stato uno dei primi giovani di Homs a parlare al mondo tramite la rete, per denunciare il dramma che ha colpito i quartieri della città vecchia. Poco più che ventenne, con i suoi reportage dai quartieri bombardati, in particolare Bab Sba’à e Baba Amr, ha permesso a noi siriani all’estero e al mondo intero di conoscere, dall’interno, la realtà, le violenze, la sofferenza causata dal regime contro la popolazione inerme.

Questa mattina Omar è stato colpito durante i bombardamenti sulla città. Non sarebbe in pericolo di vita, ma le sue condizioni sono critiche. Un altro attivista dell’informazione che mette la sua vita a disposizione della verità, rischiando di pagare con la sua stessa vita.

A Omar vanno il nostro pensiero e le nostre preghiere.

Ecco alcuni dei reportage di Omar:

7 marzo 2012, esattamente un anno fa: Omar Al Tellawi, in un video girato a Homs (con i sottotitoli in inglese), denunciava lo stato di desolazione e distruzione della città.

6 marzo 2012, Homs, Omar Al Tellawi raccoglieva la denuncia di alcune donne che hanno subito violenze da parte del regime.

I numeri della tragedia siriana – aggiornamento al 5 marzo 2013

6 Mar

Scuole danneggiateStatistiche della repressione
Persone uccise: +70,797
bambini uccisi: +4,863
Donne uccise: +3,877
Soldati uccisi: +8,171
Oppositori uccisi sotto tortura: +1,550
Persone scomparse: +60,000
Oppositori incarcerati: +200,000
Siriani feriti: +137,000
Siriani rifugiati dal mese di marzo: +975,337
Rifugiati in Turchia: +184,585
Rifugiati in Libano: +327,896
Rifugiati in Giordania: +316,863
Rifugiati in Iraq: +105,326
Rifugiati in Egitto: +20,405