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I palestinesi in Siria lottano per il pane e l’auto-rappresentanza

22 Dic
Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

di Céline Cantat. Open Democracy 5/12/2014. Traduzione di Claudia Avolio.

In un recente articolo pubblicato da Russia Today e ripostato su siti solidali verso la Palestina, Sharmine Narwani offre una versione della situazione dei palestinesi in Siria considerevolmente diversa da quella descritta da numerosi rifugiati siro-palestinesi.

Nel suo articolo, Narwani descrive la popolazione palestinese come infinitamente grata al regime, che non avrebbe mai fallito nel sostegno alla lotta palestinese. I rifugiati palestinesi in Siria – piuttosto che avere una propria rappresentanza politica e guardare ai propri interessi rispetto alla crisi che colpisce il Paese in cui hanno vissuto per oltre 60 anni – avevano un solo motto politico: “neutralità”. Dichiara inoltre che “ribelli islamici” avrebbero sfidato questa neutralità invadendo quartieri palestinesi e obbligando i rifugiati ad imbracciare le armi.

L’autrice presenta i palestinesi in Siria come un blocco omogeneo, che parla con una sola voce – cioè quella dei loro leader politici, che sono le principali fonti nel suo articolo. Tralascia sia la diversità della comunità politica palestinese che – punto più importante – il modo in cui il regime siriano ha coltivato il conflitto tra le fazioni palestinesi sin dagli anni ’70, per meglio garantire la sua presa egemonica sulla regione.

Nel 1976 Hafez al-Assad disse a Yasser Arafat: “Non c’è alcun popolo palestinese, non c’è alcuna entità palestinese, c’è solo la Siria… Siamo dunque noi – le autorità siriane – ad essere i veri rappresentanti del popolo palestinese”. Kissinger, grande ammiratore di Hafez al-Assad, spiegò che “ad Assad non piaceva il PLO perché uno Stato palestinese indipendente avrebbe sconvolto il suo obiettivo strategico a lungo termine: quello di una Grande Siria”.

Narwani cita diversi rappresentanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale (FPLP-CG) guidato da Ahmad Jibril. Il FPLP-CG è un alleato storico del regime siriano, che lo sostiene in termini materiali e logistici. Nel 1976, quando l’esercito siriano permise alle milizie libanesi cristiane di uccidere migliaia di combattenti del PLO e di civili palestinesi nel corso dell’assedio di Tel al-Zaatar, il FPLP-CG gli rimase leale. In modo simile, nel corso della guerra nel campo degli anni ’80, il FPLP-CG prese le parti del regime siriano del Baath e assassinò numerosi combattenti del PLO in suo nome.

In seguito alla sconfitta della rivoluzione palestinese, il FPLP-CG aiutò il regime siriano arrestando e detenendo combattenti del PLO entrati in Siria. La fazione continua a sostenere il regime siriano ancora oggi, pattugliando i campi palestinesi in Siria e fornendo intelligence riguardo la popolazione locale. L’autrice cita anche As-Sai’qa e Fatah el-Intifada, rispettivamente la branca palestinese del partito siriano Baath e un gruppo di dissidenti rispetto a Fatah di Yasser Arafat incoraggiati dal regime siriano  a formare il proprio gruppo, che lo stesso regime sostiene e controlla da vicino.

Narwani cita poi diversi funzionari dell’Esercito Palestinese di Liberazione (PLA) che secondo dei siro-palestinesi “non ha più nulla a che fare col liberare la Palestina”. Istituitosi in origine in diversi Paesi arabi, si è mobilitato raramente e sempre per ordine del regime siriano per fornire supporto al suo esercito nel corso delle guerre libanesi. Kissinger suggerì che era in pratica “una branca dell’esercito siriano”, che Hafez al-Assad poteva usare per rinforzare il suo ascendente sul Libano e destabilizzare il PLO.

Nel PLA esiste una unità priva di personale sin dal 1983. Quell’anno, mentre i combattimenti imperversavano in Libano, il regime siriano ordinò ai giovani coscritti del PLA di sparare ai combattenti del PLO rifugiatisi nel campo palestinese di Beddawi, nel nord del Paese. I coscritti si rifiutarono: dei soldati siriani gli spararono sul posto, tutti. L’unità resta, ma da allora è rimasta senza personale.

Quando, in seguito agli accordi di Oslo, venne istituita l’Autorità Palestinese, il resto delle branche del PLA nei Paesi arabi si dissolse eccetto in Siria, dove venne posto sotto il diretto comando dell’esercito siriano. Dalla fine della guerra libanese, il PLA non si è mobilitato in alcuna azione per liberare la Palestina.

Ad ogni modo, è stato di recente chiamato a rapporto dal regime siriano perché proteggesse siti strategici. Le unità del PLA sono state poste a Adra, sud di Damasco, per impedire a gruppi armati d’opposizione di avanzare verso la capitale. Altre unità sono state inviate a Harran al-Awamid, dove proteggono un impianto elettrico. I giovani palestinesi obbligati a fare il servizio militare pagano un alto prezzo: i disertori vanno incontro alla morte e a ritorsioni verso le proprie famiglie.

Ancora prima dell’inizio della rivolta in Siria, queste organizzazioni avevano perso gran parte della loro credibilità tra la popolazione palestinese nel Paese. Sin dal 1982, il disimpegno della comunità dalla politica di partito è andata crescendo, allargando la forbice tra leadership politica e rifugiati. Una gran parte dei palestinesi in Siria rese chiaro il proprio malcontento ritirando dalle fazioni palestinesi la propria partecipazione.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash (da non confondersi con il FPLP-CG che se ne distaccò per schierarsi dalla parte siriana nel 1968) aveva storicamente mantenuto una posizione intermedia nel panorama politico palestinese, assicurando un equilibrio tra le fazioni. Ma dopo la morte di Abu Ali Mustafa nel 2001 – successore di George Habbash – il FPLP si era indebolito, anche in seguito agli arresti in Palestina dei due prossimi leader, Ahmad Saadat e Abdelrahim Maluh.

Di conseguenza, negli anni 2000 Maher Taher – nuovo leader del FPLP in Siria – si avvicinò al regime siriano e a Hamas. Il segretario dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, venne allora ospitato e pienamente supportato da Damasco. Maher Taher ha preso le distanze da Hamas solo in seguito al disaccordo tra il partito islamico e Bashar al-Assad, come risultato del sostegno di Hamas verso la rivolta siriana.

Narwani cita Maher Taher come se rappresentasse i palestinesi in Siria. Tuttavia, rifugiati palestinesi arrabbiati lo cacciarono dal cimitero di Yarmouk quando provò a presenziare i funerali dei giovani uccisi dall’esercito israeliano nel Golan il 5 giugno 2011 – giornata che Narwani descrive in modo inaccurato.

La storia iniziò alcuni mesi prima. Attivisti palestinesi, incoraggiati dalle rivolte arabe, si erano rivolti ai rifugiati palestinesi in Egitto, Giordania, Libano e Siria perché organizzassero manifestazioni davanti al confine con Israele nei loro rispettivi Paesi per il 15 maggio – il giorno della commemorazione della Nakba (“catastrofe” in arabo, in riferimento alla creazione dello Stato di Israele e l’esilio di migliaia di palestinesi dalla loro terra natia).

Il regime siriano decise di permettere l’evento, per restaurare la propria immagine di “campione della resistenza contro Israele” e distrarre l’attenzione da ciò che stava avvenendo all’interno della Siria. Ma quando i palestinesi giunsero nel Golan, di cui una parte fu conquistata da Israele nella guerra del 1967, il regime non poteva immaginare la piega che gli eventi avrebbero preso.

Questo tipo di manifestazione si limita di solito a qualche discorso e foto di leader di fazioni e alcuni membri del partito Baath. Stavolta, infiammati dagli eventi in tutto il mondo arabo ed esasperati dalla situazione in Siria, un gruppo di giovani palestinesi attraversò la zona militare siriana puntando al confine israeliano.

In centinaia li seguirono. Raggiunsero l’altro lato, prendendo di sorpresa l’unica pattuglia israeliana sul posto. Furono chiamati rinforzi per il lato israeliano e soldati aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo quattro palestinesi e ferendone altre decine. I leader delle fazioni palestinesi, accompagnati dai loro bodyguard e da alcuni combattenti, non fecero nulla per evitare l’uccisione di civili palestinesi.

Ciò che davvero sorprese i palestinesi quel giorno non fu il fatto che Israele sparò contro di loro. Fu semmai scoprire che la strada verso il confine e verso la Palestina non era – come il regime aveva sempre dichiarato – cosparsa di mine. L’unico ostacolo tra i rifugiati e la Palestina erano le bugie del regime siriano.

In seguito a questo tragico episodio, delle fazioni palestinesi – in particolare il FPLP-CG – decise di organizzare un evento simile per il 5 giugno, giorno della commemorazione della Naksa (la sconfitta araba del 1967). Questa proposta accese discussioni infervorate nei campi, soprattutto a Yarmouk. I palestinesi si ritrovarono davanti ad una domanda inaspettata e senza precedenti: questo invito poteva condurli alla terra natia o era una trappola che li avrebbe condotti alla morte? Ora sapevano che il confine era aperto dalla parte siriana. Ma l’esperienza del 15 maggio aveva loro anche insegnato che le fazioni palestinesi non li avrebbero difesi.

La sera del 4 giugno, il regime annunciò ufficialmente che l’evento era stato cancellato. Ma il giorno dopo, pullman allestiti dal regime siriano e dal FPLP-CG erano fermi all’entrata del campo. Gruppi di giovani palestinesi di Yarmouk furono portati come da programma nel Golan. Al loro arrivo, si resero conto con sorpresa che Anwar Raja, a capo delle pubbliche relazioni del FPLP-CG (anch’egli intervistato da Narwani) li stava aspettando con giornalisti e reporter di diversi canali siriani ufficiali. Raja si lanciò in un’arringa riguardante la “vera resistenza”, dicendo che l’unica vera battaglia che invitava a sacrificarsi era la lotta contro Israele. Quel giorni, altri 25 giovani palestinesi furono uccisi e 350 feriti. Né Anwar Raja né i suoi bodyguard si diressero da alcuna parte vicina al confine, né difesero i loro compatrioti palestinesi.

Queste furono le ragioni della rabbia palestinese che li condusse a cacciare Maher Taher dal cimitero quando i funerali si stavano svolgendo. Questa stessa rabbia poi condusse la folla agli uffici del FPLP-CG dove residenti del campo intendevano ritenere responsabili i leader della fazione. Lì trovarono ad aspettarli le mitragliatrici dei combattenti di Ahmad Jibril, colui che diede l’ordine di aprire il fuoco sulla folla, il che risultò nell’uccisione di diversi manifestanti.

Incontrando una tale, sanguinosa repressione, la rabbia dei manifestanti si alimentò ancora di più e, a dispetto dei proiettili del FPLP-CG, iniziarono a invocare “la caduta delle fazioni” (el sha’ab yourid esqat el fasa’il). Appropriandosi dello slogan della rivoluzione araba, la gente di Yarmouk intravvide la possibilità della propria rivolta. Protetto dai suoi bodyguard armati, Ahmad Jibril scappò, lasciando dietro di sé tre dei suoi combattenti che vennero calpestati dalla folla mentre questa si faceva a tutti i costi largo per aprire le porte, giungere agli uffici e darli alle fiamme.

Nei mesi seguenti, il FPLP-CG rafforzò le sue operazioni di sicurezza nei campi. Solo a Yarmouk, oltre 1000 palestinesi furono arrestati ed interrogati dal braccio palestinese dei servizi di sicurezza siriani. Il FPLP-CG iniziò anche ad armare i suoi sostenitori nel campo, nonostante la riluttanza di altre fazioni palestinesi. Non ci volle molto perché milizie del FPLP-CG apparissero nel campo. Sostenevano le operazioni dell’esercito siriano nelle aree confinanti, come Tadamon e Hajr al-Aswad. Fermarono ed uccisero persone che percepivano come nemici. Derubarono anche molti negozi ed abitazioni.

Nel corso dell’estate durante la quale Narwani visitò Yarmouk per la prima volta, diverse bombe caddero sul campo. Nessuno sapeva con certezza da dove provenissero. Ma quando l’aereo militare MiG prese a bombardare il campo il 16 dicembre 2012, prendendo di mira edifici civili come ospedali, scuole e moschee, fu chiaro che erano pilotati e controllati da ufficiali dell’esercito siriano. Questo intenso bombardamento forzò molta della popolazione di Yarmouk a scappare tra il 16 e il 17 dicembre. In seguito a questo esodo di massa di palestinesi, tra cui combattenti del FPLP-CG, gruppi armati entrarono a Yarmouk dalle zone vicine. Non si trovarono neanche a dover combattere: il campo era già mezzo vuoto.

Dopo l’arrivo di gruppi d’opposizione a Yarmouk, il regime siriano stabilì un checkpoint all’entrata del campo, di lì a poco conosciuto in Siria come uno dei più pericolosi di tutto il Paese. Il checkpoint la mattina era aperto e la gente poteva attraversarlo finché uno dei cecchini del regime posizionati lì vicino cominciava a sparare sui passanti. Questo era il segnale che la via non era più sicura. Il checkpoint restava poi chiuso per il resto della giornata.

Quando usavano quest’unico punto di passaggio, le donne erano spesso vessate dai soldati, e molte persone – soprattutto giovani uomini – venivano arrestati. I palestinesi mi hanno detto come, per attraversare il checkpoint dalla rotonda che segna l’inizio del campo, si muovevano in gruppi, in strette file e zigzagando di continuo per evitare di essere colpiti dai cecchini: “Sentivamo la morte avvicinarsi ad ogni passo”. Tuttavia dovevano lasciare il campo in cui il cibo stava diventando sempre più scarso. I soldati avevano limitato la quantità di pane che ogni abitante poteva portare dentro con sé a una sola busta. Le famiglie non erano più in grado di nutrire i propri figli.

Nel luglio 2013, il regime sigillò ermeticamente il campo, su cui venne imposto un inflessibile assedio. Col pretesto di obbligare i combattenti nemici ad uscire, la popolazione venne circondata. La gente fu lasciata senza cibo né medicine e per settimane senza acqua potabile. Decine di persone sono morte per gli effetti dell’assedio – soprattutto bambini, donne ed anziani. A mantenere l’embargo è solo il regime. E solo il regime è responsabile delle morti che ne sono risultate. Malgrado ciò, nel suo articolo Narwani non giudica nulla di tutto questo come da menzionare, nonostante gli echi delle guerre medievali che ce ne giungono e l’ineguagliabile crudeltà che riflette.

Quando descrive le difficoltà incontrate dalle agenzie umanitarie nel tentativo di distribuire aiuti alimentari a Yarmouk, Narwani non fa riferimento al fatto che il campo è sotto assedio. Non spiega che il regime siriano controlla l’entrata principale al campo, la più vicina a Damasco, e che quindi solo il regime può decidere di lasciar passare i convogli umanitari.

Il portavoce dell’UNRWA Chris Gunness nel gennaio 2014 ha spiegato che “quando le autorità siriane hanno finalmente permesso all’UNRWA di distribuire aiuti a Yarmouk, l’hanno obbligata ad usare l’entrata sud. Ciò significa che il convoglio ha dovuto attraversare 20 km in un’area di intenso conflitto armato in cui molti dei gruppi armati d’opposizione – tra cui i gruppi jihadisti più estremisti – avevano una forte presenza”. Gunness ha aggiunto: “Citando preoccupazioni legate alla sicurezza, le autorità siriane non hanno permesso all’UNRWA di passare per l’entrata nord di Yarmouk, che era sotto il controllo del governo ed era considerata molto più accessibile e relativamente meno rischiosa”.

Ci si può legittimamente chiedere quali problemi di sicurezza possano giustificare l’invio di un convoglio umanitario in una zona di intenso conflitto. A meno che, certo, la volontà del regime di distribuire aiuti umanitari agli abitanti assediati ed affamati di Yarmouk fosse in realtà una finta.

I residenti del campo hanno raccontato una storia molto diversa da quella che Narwani ha ottenuto parlando con gli alleati del regime siriano:

“Gli aiuti non sono entrati. Eravamo tutti presenti, gruppi di civili del campo. Quello che è successo è che il regime siriano e la gente di Jibril (Ahmad Jibril del FPLP-CG) hanno iniziato uno scontro per evitare che gli aiuti avessero accesso al campo. Non avevamo né militanti né armi. E la gente  presente, come potete vedere, erano tutti civili, nessuno di noi possiede armi. Quindi hanno iniziato questo scontro prendendo a dire “Ci sono persone dei vostri che ci stanno sparando”. Nessuno di noi stava sparando. Siamo qui solo per prendere gli aiuti per le persone. Insomma hanno dato vita a questo scontro e ci hanno sparato tre missili da un carrarmato – noi non abbiamo carriarmati – tre missili di carrarmato sono stati sparati contro di noi. E gli uomini hanno svolto riprese del luogo in cui il missile del carrarmato è stato sparato. Hanno fatto questo per inasprire l’assedio sul campo. Ed è l’uccisione dei palestinesi e di quest’area”.

Nel tentativo di porre fine a questa carestia organizzata, una delegazione dell’Autorità Palestinese è alla fine entrata a Damasco per negoziare la possibilità di portare cibo nel campo. Il regime siriano ha fatto finta di essere d’accordo di far entrare 2 camion dell’UNRWA, ma questo convoglio irrisorio è stato fermato da un gruppo di shabbiha (civili pagati che operano come paramilitari del regime) prima che potesse raggiungerne i beneficiari. I negoziati si sono trascinati, ma l’Autorità Palestinese non è mai riuscita a garantire sostegno umanitario ai palestinesi di Yarmouk.

I palestinesi di Siria sono stati davvero tirati dentro il conflitto siriano. Sono rimasti vittime delle manovre del regime dittatoriali e dei suoi alleati. Più che mai, si ritrovano ora orfani del mondo arabo, traditi dai loro leader politici, presi nella morsa tra proiettili israeliani, quelli del regime siriano e quelli delle fazioni palestinesi alleate. Questo non può che ricordarci la situazione dei siriani che, dopo oltre tre anni dall’inizio della loro rivolta, si ritrovano presi tra il regime sanguinario e gruppi estremisti ugualmente brutali.

Nel momento in cui ciò viene scritto, i colpevoli sono ancora a piede libero e i loro crimini contro le popolazioni siriana e palestinese in Siria continuano.

Originale in inglese: https://www.opendemocracy.net/arab-awakening/c%C3%A9line-cantat/palestinians-in-syria-struggle-for-bread-and-agency

Il Palestinianismo come antitesi al Neutralismo

22 Apr
Palestinian students wave Syrian flags during a march in Gaza City.

Palestinian students wave Syrian flags during a march in Gaza City.

DI OMAR CHAABAN per Beyond Compromise. Traduzione di Claudia Avolio.

Essere sempre, sempre, sempre dalla parte degli oppressi.

Questo dovrebbe essere un principio non negoziabile né discutibile che contiene in sé tutto ciò che caratterizza un essere umano con una morale. Non dovrebbero esserci “ma“, “se,”, “e che dire [di questo o quest’altro]”, perché tutte queste espressioni indicano un fallimento nel comprendere cosa significa essere contro la tirannia e l’oppressione. E se lo riconosciamo come un fallimento – e ne vediamo le implicazioni – allora non dovremmo cambiare percorso per convincerci che si tratta solo del risultato di imperativi politici e strategici miseri ed incontrollabili. E lo dico perché questi cosiddetti imperativi politici e strategici non dovrebbero annebbiarci la vista davanti a principi morali fondamentali. In ogni situazione e contesto, questi imperativi non significano nulla nel caso siano assunti a spese della sofferenza di un altro popolo.

Questo è il principio che noi, come palestinesi, abbiamo sempre usato per portare avanti la nostra causa. Noi, come nazione espropriata e andata incontro alla pulizia etnica, non abbiamo mai accettato la narrativa proposta dai sionisti e dai loro sostenitori a Washington e Londra. Abbiamo sempre rifiutato la premessa secondo cui – visto che gli ebrei sono stati vittime di uno dei più efferati genocidi – ciò consenta a un gruppo che appartiene al sionismo politico di chiedere un risarcimento a nostre spese. Abbiamo sempre rifiutato l’idea sionista secondo cui solo attraverso la colonizzazione della Palestina gli ebrei potessero ottenere una sorta di giustizia. Abbiamo rifiutato queste narrative in primo luogo perché al massimo dell’amoralità, e in quanto si basano solo su falsi calcoli politici maturati in Europa.

In secondo luogo, abbiamo sempre rifiutato ogni imposizione di soluzioni dall’esterno. Abbiamo sempre sostenuto di essere i padroni della nostra causa e del nostro destino. E che nessun essere umano può strapparci via questa proprietà.

Con questa conoscenza, e questa idea fondante, i nostri genitori e nonni hanno avviato la rivoluzione palestinese: una rivoluzione il cui nocciolo è credere che la liberazione si possa ottenere solo quando le nostre strategie non siano separate dalla moralità. Abbiamo sostenuto ancora e di nuovo di non poter mai difendere la nostra causa se non possedendo una forte comprensione morale del fatto che – a prescindere dall’opinione internazionale e dalle avversità politiche e militari che possiamo incontrare  – non lasceremo indietro i principi fondamentali che includono il ritorno di tutti i palestinesi alle loro terre senza condizione. La necessità, anche, di non scordare mai il nostro attaccamento alla terra intera della Palestina storica, e l’importanza di perseguire i nostri obiettivi con ogni mezzo necessario, resistenza armata inclusa ma non esclusiva.

Abbiamo inoltre rifiutato la nozione di neutralità. Il mondo ha provato ad imporcela. Hanno detto che – se volevamo andare avanti – la comunità internazionale doveva rimanere neutrale (che abbiamo inteso come: mantenere una facciata di neutralità). Hanno anche detto di non poter essere un arbitro imparziale in un conflitto sanguinoso se avessero preso le parti di un lato piuttosto che dell’altro. Per loro la geopolitca richiede neutralità in un conflitto storico assai complesso. Ma noi abbiamo rifiutato tutte queste dichiarazioni ed argomentazioni, e abbiamo chiesto al mondo di stare dalla nostra parte. Abbiamo sostenuto ancora e ancora che soccombendo alla neutralità si instaura nella mente un falso senso di obiettività che maschera la realtà in cui si sta dalla parte dell’oppressore. Abbiamo detto che essere neutrali significa in effetti chiudere un occhio sull’aggressione, relegandola a un fatto di mero dissenso politico. Abbiamo affermato che nei conflitti sanguinari non c’è neutralità: o stai con l’aggressore o stai con la vittima.

E da questa posizione, il movimento di solidarietà nell’Occidente trae la sua forza. Così quando chiediamo a corporazioni, chiese, istituzioni, università, unioni ed altri di boicottare l’entità sionista e di smetterla di investire in qualunque cosa rafforzi l’occupazione della Palestina, stiamo loro in effetti chiedendo di togliersi questa maschera di neutralità e prendere una posizione politica e scegliere da che parte stare: o sei un sostenitore dell’aggressione sionista o sei un oppositore. Quando camminiamo nelle aule universitarie, negli incontri sindacali, nelle congreghe ecclesiastiche indossando la kefiah palestinese, non stiamo solo annunciando a chi abbiamo davanti che abbiamo preso una posizione politica – e che tale posizione è a sostegno delle aspirazioni del popolo palestinese – ma stiamo anche richiedendogli che prenda una posizione forte anche lui e lo annunci alle altre persone.

Il Palestinianismo è antitetico a ogni nozione di neutralità. I palestinesi non sono mai stati neutrali e non lo saranno mai. L’essenza del Palestinianismo richiede a chi vi converga – e nel farlo si propone come motivante spinta verso il bene – di prendere una posizione decisa contro l’oppressione chiunque e dovunque sia perpetrata. L’essenza del Palestinianismo ci richiede di dare priorità ad imperativi morali al di sopra di ogni considerazione strategica o pragmatica. E l’essenza del Palestinianismo rifiuta la mano tesa di un regime che non esita ad uccidere le persone che dichiara di governare.

Detto questo, non dobbiamo confondere la neutralità esercitata per sopravvivere con la neutralità intesa come strategia preconcetta e sconsiderata per assolverci da ogni responsabilità morale verso il popolo della Siria. Come sta diventando chiaro giorno dopo giorno, la gente di Yarmouk è sempre stata e sarà sempre gente di principio. Il loro aver assunto una posizione neutrale nelle prime fasi della rivoluzione è stato un diretto risultato della loro consapevolezza del fatto che la propria sopravvivenza come popolo spossessato dipende da questo. Sono rimasti neutrali perché sapevano bene che – per le condizioni in cui vivono – sono incapaci di resistere ad una inevitabile punizione collettiva che, come abbiamo visto, ha compreso un deliberato lasciar morire di fame ed il regolare quanto indiscriminato bombardamento di basi civili.

Ora, grazie al meticoloso e quanto mai apprezzato lavoro di attivisti come Nidal Bitari e altri, sappiamo che il campo è in questa sua attuale difficile situazione a causa di un premeditato tentativo – per mano dei “clienti” del regime (FPLP/CG, Fatah El-Intifada e El-Sa’eqa) – di provocare il Libero Esercito Siriano ed altri militanti così da usarlo come pretesto per imporre sul campo politiche descrivibili solo come un genocidio. Abbiamo questa informazione a disposizione, abbiamo i mezzi per diffonderla, e abbiamo l’esperienza storica che ci permette di comprenderla e contestualizzarla. Eppure, continuiamo a nasconderci dietro il velo della neutralità, e così non stiamo solo scordando che significa essere un saldo, perseverante e forte palestinese, ma stiamo anche tradendo i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi e siriani di Yarmouk e in tutta la Siria.

Nell’era dell’informazione, la neutralità è complicità. Gli abitanti di Yarmouk non si sono mai considerati sconnessi dalla rivoluzione, perché sanno bene che Yarmouk – come capitale della rivoluzione palestinese, non può essere in alcun modo separata dalla rivoluzione siriana. Tuttavia, e per loro sfortuna, i loro fratelli e sorelle in Occidente non sembrano essere preparati ad accettare la loro narrativa e continuano a plasmare argomentazioni incomprensibili per giustificare la loro neutralità mal studiata.

English version: http://beyondcompromise.com/2014/04/14/palestinianism-as-the-antithesis-to-neutralism/

Perduto e solo a Washington

21 Mar
A Washington

A Washington

Scritto da Qusai Zakarya, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

“Ci sono echi e ombre dei giorni precedenti e vecchi amici.

E’ strano come la vita può diventare un sogno ad occhi aperti.

Non più in bianco e nero per me, credo.

Tutto è colorato in grigio: il mio passato, presente e futuro.

Ci sono volute quasi tre settimane a Damasco, soggiornando al Dama Rose Hotel, incontrando funzionari di alto profilo della Quarta Divisione, recitando e mentendo loro fino a quando sono riuscito ad andare a Beirut con un documento falso.

A Beirut, le cose sono diventate ancora più imbarazzanti per me, che ho incontrato amici e giornalisti con cui avevo parlato e lavorato per mesi senza mai incontrarsi di persona.

E’ strano come questo tipo di relazioni si sviluppano, come mettiamo poi insieme i nomi con i volti e i corpi alle voci al telefono e su Skype.

Io mi sono preso un nuovo numero di telefono in Libano utilizzando il mio documento di ID falso, e in poche ore era già sotto sorveglianza di Dio sa chi. A volte, mentre parlavo con gli amici, la linea sembrava aprire ad altre chiamate, e sentivo persone che parlavano in russo. Altre volte, casualmente sentivo la segreteria telefonica di un numero Syriatel, come se avessi chiamato qualcuno il cui telefono era spento. La parte migliore di Beirut mi ha fatto incontrare un sacco di incredibili e belle persone di buon cuore, arrivando a conoscerle meglio.

A Beirut, ho anche rotto con la mia ragazza che non avevo visto per anni.

Sembra che tra l’ultima volta che la vidi e quando l’ho chiamata da Beirut, si sia trasferita e abbia cambiato la sua vita. Non è più la ragazza che conoscevo. E inoltre stavo male per essere così vicino alla mia mamma e ai miei familiari senza poterli vedere.

Nel frattempo, a casa , amici e persone di cui pensavo che potevo fidarmi hanno cominciato a dire cose cattive su di me perché sono andato via, o perché ho parlato della corruzione che si stava verificando in Siria.

Anche il regime era incazzato e ha creato una vasta campagna contro di me e la mia famiglia, accusandomi di essere un agente della CIA o chissà che altro, perché sto chiedendo a persone negli Stati Uniti e nel mondo di preoccuparsi di più per la Siria e di spingere i loro governi ad aiutare.

Pur lasciando Beirut, ho passato un sacco di guai fino a quando non sono partito.per arrivare qui. Mi sentivo come Ben Affleck in Argo, ma appena l’aereo è decollato dal Libano non c’era più paura di essere scoperti … credo.

Ora eccomi qui, dall’altra parte del pianeta, lontano dalla mia amata Siria e da Moadamiya, circondato da tanti incredibili siriani, in strade affollate, edifici alti, e una solitudine che cresce come una bestia, che mi mangia da dentro.

Ogni volta che sento il rumore di un aereo, i miei occhi si rivolgono al cielo in cerca di un caccia MiG o di un elicottero da barili esplosivi. Tengo sempre il mio cellulare sul caricatore in preparazione per un blackout. Immagazzino pacchetti extra di sigarette e caramelle nel caso che succeda qualcosa, non morirò di fame o per una sigaretta, come facevo.

Qui non sanno quanto sono fortunati ad avere corrente, cibo e sicurezza, e lo prendono per scontato. Non abbracciano i loro familiari e amici stretti come facciamo noi, perché non sentono che potrebbe essere l’ultima volta che potrebbero vederli. Non capiscono … e semplicemente non lo fanno. Ma tutto questo sta per cambiare. Parlerò, urlerò, e scriverò, fino a quando inizieranno ad ascoltare … fino a quando non capiranno.

In DC, ho incontrato un paio di amici che considero vicini, ma ho fatto del mio meglio per nascondermi da loro, perché sanno quanto io soffra e non voglio cadere a pezzi e piangere come un vecchio di cinque anni. Ci farebbe solo stare male. Ma ora mi sento ancora peggio perché mi rendo conto che la mia evasione li faceva sentire come se non mi importasse di loro, mentre tutto quello che cercavo di fare era rimanere abbastanza forte per fare il lavoro che dovrei fare qui.

In qualche modo, devo trovare un modo per smettere di sentirmi perso e solo a Washington.”

http://stopthesiege.wordpress.com/2014/03/20/lost-and-lonely-in-washington/

#WithSyria e Banksy: Salvare la Siria attraverso l’Orientalismo

12 Mar

banksydi Hisham Ashkar. Traduzione di Claudia Avolio.

Alla vigilia del terzo anniversario della rivolta siriana, si è formata una coalizione di organizzazioni internazionali, #WithSyria, che invita il mondo a tenere veglie per il 15 marzo. L’obiettivo è quello di “mostrare ai nostri leader che non lasceremo solo il popolo della Siria, che devono agire per porre fine al bagno di sangue e per portare aiuto a tutti quelli che ne hanno bisogno”.

Tra le organizzazioni figurano Amnesty International, Save the Children, Reporters Sans Frontières e la Chiesa Anglicana.

Nel loro sforzo teso alla mobilitazione, hanno reclutato Banksy, e in effetti il famoso artista inglese di graffiti dall’identità sconosciuta non ha mancato di stupirci ancora una volta. Ha prodotto un Banksy originale per la campagna, che Amnesty ha twittato con orgoglio.

Questo nuovo Banksy ci ricorda un vecchio Banksy: Una bambina che col vento perde il suo palloncino a forma di cuore. Sulla scala dietro di lei la scritta “There is always hope”. Il graffito è stato realizzato nel 2007.

Per la campagna #WithSyria alla bambina è stato messo un velo. Be’ certo, è logico! La Siria è un Paese islamico, le donne musulmane sono piene di veli. Così, per essere politicamente corretto, e per tenere in considerazione la sensibilità dei musulmani e non offenderli, la bambina indossa un velo.

Forse Banksy non ci ha pensato molto mentre disegnava. Ma ciò rivela un’insostenibile quantità di ignoranza, stereotipi ed orientalismo, non solo da parte di Banksy, ma anche delle organizzazioni che fanno parte della campagna #WithSyria.

Inoltre, la produzione e l’utilizzo di questo graffito, rivela fino a che punto si estende l’arroganza (conscia o inconscia) della stella dei graffiti acclamata a livello internazionale che gira il mondo per diffondere le sue opere e portare consapevolezza a milioni di persone su questioni di sofferenza ed iniquità – dal muro in Palestina fino a Guantanamo e ai vizi del capitalismo. Ma anche l’arroganza di queste organizzazioni umanitarie che difendono vari tipi di diritti umani. Entrambi – Banksy e le organizzazioni – hanno questo in comune: salvare il mondo attraverso la consapevolezza ed una (limitata o di scarso impatto) azione. E nella loro missione, sono entrambi caduti nella trappola dell’elitarismo e della egocentrica prospettiva del primo mondo rispetto al resto del mondo.

Prima di arrogarsi il compito di salvare la Siria, e promuovere una bambina velata come icona della campagna, almeno avrebbero dovuto sapere che – perfino nelle famiglie conservatrici musulmane – le bambine dell’età della piccola ritratta da Banksy (4-5 anni) non portano il velo. Ed in più, non tutti i musulmani in Siria sono conservatori, e non tutti i siriani sono musulmani.

Non so quanto #WithSyria conosca la Siria.

Sembra che salvare il mondo sia un compito troppo importante per porre cura nei dettagli. Sembra che salvare il mondo condoni gli stereotipi e l’orientalismo (che comunque sono un’altra forma di discriminazione).

Inoltre, un veloce confronto tra le due bambine rivela ulteriori aspetti di questi stereotipi e dell’orientalismo. Mentre in “There is always hope” il vento soffia nei capelli della bambina e le smuove la gonna, in #WithSyria il vento è quasi assente, solo un timido soffio… Perfino il vento è diventato più conservatore.

Le ragazze musulmane non dovrebbero giocare col vento.

Ad ogni modo, quest’approccio di Banksy non è né una novità né una sorpresa. Già un paio di mesi fa ha postato un video sulla Siria (che è il suo primo lavoro sulla Siria, il secondo è la bambina). Il video dal titolo “Rebel Rocket Attack” – parodia di alcuni video caricati dai siriani su YouTube (ha anche usato l’audio di quest’altro video) – mostra dei ribelli che sparano in aria abbattendo Dumbo l’Elefantino, e poi gli festeggiano attorno. Alla fine, un bambino dà un calcio a un ribelle. Questo video ha attratto numerose critiche per il suo spirito naif, la semplificazione e la miopia (si può leggere questo articolo dal titolo “The awkward politics of Banksy’s satirical Syria video”).

Infine, mentre la fama di Banksy è cresciuta, notiamo come il suo lavoro – sia a livello di contenuti sia per come lo ha esposto ed utilizzato – tenda ad essere più mainstream, più riconciliato col Sistema, e privo di profondità, cercando di trarre beneficio dalla sua reputazione.

Text in English http://mostlyoff.wordpress.com/2014/03/07/withsyria-and-banksy-saving-syria-through-orientalism/

Vademecum progressista per parlare della Siria

29 Ago
in ogni parte del mondo, la gente ha riconosciuto la lotta per la libertà del popolo siriano

in ogni parte del mondo, la gente ha riconosciuto la lotta per la libertà del popolo siriano

Scritto da Ramah Kudaimi, tradotto da Mary Rizzo

Con la Siria di nuovo nelle notizie per via dell’orrifico attacco di armi chimiche della settimana scorsa che ha ucciso centinaia di civili e per via delle minacce dagli USA di rispondere con attacchi militari, ecco alcune delle cose da fare e da evitare se sei un attivista progressista/radicale, attivista no-war mentre cerchi di capire quale risposta sia la più giusta.

1. IN NESSUN MODO dire o far capire che entrambe le parti hanno torto e non è chiaro chi sosterremmo se siamo coinvolti militarmente. Questo è un insulto nei confronti ad ogni siriano che è scesa per le strade e ha continuato a manifestare contro sia il regime sia quelle forze che vogliono usare questo tempo di guerra per imporre il loro proprio potere sopra gli altri. È una vergogna quanti gruppi progressisti negli USA semplicemente saltano sul carro di  “entrambi le parti sono cattive” quindi non dovremmo essere coinvolti. Ci sono un milione di bambini che sono dei profughi e ciò è la colpa del regime. È il regime che bombarda le città con gli aeri; è il regime che ha comandato il paese con la forza brutale per decenni. Qualunque dichiarazione che non riconosce questo è di nuovo un insulto a quelli che hanno sacrificato così tanto.

2. NON esagerare con il confronto tra Iraq e Siria. Egualmente ridicoli sono quelli che guardano a Kossovo come un esempio di intervento militare da seguire per sostenerlo in Siria, è abbastanza patetico quando così tanti progressisti e simpatizzanti della sinistra sono solamente ossessionati con delle presunte false prove dell’uso delle armi chimiche.  Ci sono 100.000 siriani morti, la maggioranza uccisa dalle armi convenzionali. Così ci sono un milione ed uno di scuse per gli USA ad intervenire e falsificando delle attacchi di armi chimiche non serviva proprio.  Credo che non c’è anche alcuna base per dichiarare che al Qaeda ha accesso ed usa tali armi. Al Qaeda ha lottato contro gli USA per una decade in Iraq e non ha schierato tali armi nemmeno una volta . Ma all’improvviso li usano nella Siria? E se i ribelli hanno avuto queste armi, il regime sarebbe caduto tanto tempo fa.

3. NON ossessionarvi di al-Qaeda, gli estremisti Islamici, i jihadisti, ecc. E’ dal 9/11  che i progressisti hanno con buon motivi respinti appellativi del genere quando parlano della Guerra Contro il Terrorismo degli USA, ma guarda caso come li usano con facilità quando di tratta della Siria, e ci credono pure.  La stragrande maggioranza dei siriani, sia quelli che si sono armati che quelli che continuano a resistere attraverso i mezzi non violenti, non ha nulla a che fare con i gruppi estremisti e loro lottano contro tutte le forze che distruggono il loro paese, se sono del regimi o dei così-detti gruppi di oppositori.  È anche importante che si tiene presente che il Free Syrian Army non è un esercito di comando centrale con gli ordini dati dall’alto. È un gruppo di vari battaglioni diversi tra loro e non formalmente uniti e qualsiasi persona potrebbe dichiarare di farne parte.

4. FARE NOTARE tutti fallimenti degli USA nei confronti  della Siria e come bombardare il paese non è quello che serve. Non credo personalmente che gli USA saranno coinvolti militarmente Hanno promesso delle armi ai ribelli e devono ancora consegnarle. In nessun modo partecipa gli USA perché come è stato segnalato da Gen. Martin Dempsey ed in un pezzo di opinione nel New York Times, NYT, è molto più utile per gli “interessi” americani che siano i siriani ad uccidere l’un l’altro. Penso che va benissimo di prendere una posizione che gli USA non dovrebbe essere coinvolta attraverso un intervento militare. NON METTERLO come “Via Le Mani dalla Siria – Hands off Syria”, implicando che questo è una sorta di cospirazione americana. NON ARGOMENTARE che il punto di tutto questo è che gli USA non hanno il diritto di prendere una parte contro l’altro in una guerra civile.  NON DIRE che tutto quanto è un discorso di soldi, siccome chiediamo più aiuti umanitari. NON PRESENTARLO come questo sarebbe la soluzione che metterebbe la parola fine alla sofferenza dei siriani.

5. INDICARE SEMPRE l’ipocrisia degli USA mentre giudica Russia per avere inviato armi al regime. Appena la settimana scorsa una storia è uscita che gli USA inviano bombe a grappolo per un valore di $640 milioni ai Sauditi. Le armi continuano ad entrare come sempre in Egitto, in Bahrein e in Israele malgrado le massicce violazioni di diritti umane. FARE un appello per la fine delle vendite di armi a tutti i regimi nella regione.

6. NON PERMETTERE che l’interessamento genuino degli crimini dell’imperialismo americano, israeliano, saudita, ecc, ti fa guardare le immagini e video dei bambini morti e pensare che questi sono parte di una cospirazione.  Bashar è un dittatore autoritario ed il suo record di resistenza ha delle cosucce un po’ particolare. E’ sufficiente ricordare che Bashar Assad ha collaborato con gli USA sulle cose come le renditions della CIA. Soltanto perché la CIA addestra pochi combattenti in Giordania o un anonimo leader dei ribelli viene quotato da qualche giornale israeliano non significa che questo non è un’insurrezione legittima siriana contro un regime brutale.

7. EVIDENZIARE il coraggio senza pausa delle persone siriane che sono scesi nelle strade per protestare contro il regime, gli estremisti, e tutti gli altri che vorrebbero distruggere la loro lotta per la libertà e la dignità. Come dovunque, la diffusione di immagini di violenza sempre prende il sopravvento sulla diffusione di costante resistenza non violenta.

8. FORTEMENTE ESORTARE delle persone per donare a favore di aiuto umanitario. Tra le morti, le carcerazioni, gli sfollati interni ed i profughi, penso che 30-40 percento della popolazione siriana è in un modo o un altro sradicato.

9. Non ho effettivi soluzioni da suggerire che promuovi alle persone coinvolte in discussioni con te.  Forse spingere per una tregua effettivo potrebbe essere un’opzione, che richiederebbe la pressione su Russia che costringe Bashar a fare un passo indietro. So che la mia incapacità di dare le risposte su come risolvere la situazione è un punto a mio sfavore, ma a volte la migliore linea di condotta è semplicemente di essere in solidarietà con la gente nella loro lotta, semplicemente riconoscendolo come una lotta.

10. I siriani meritano lo stesso rispetto per la loro lotta come ogni altra lotta nella regione merita rispetto: La Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Yemen e sempre Palestina.

Originale http://mondoweiss.net/2013/08/dos-and-donts-for-progressives-discussing-syria.html

Per non dimenticare: Homs, 22 aprile 2011, manifestazione pacifica finita nel sangue

14 Dic

 

Era passato poco più di un mese dall’inizio della rivolta in Siria contro il regime di bashar assad; erano già caduti i primi martiri, a decine e  il Paese veniva pian piano stretto nella morsa mortale delle violenze dei shabbiha e dell’esercito.  Nella città di Homs i giovani scendevano nelle strade ogni giorno, per manifestare la loro voglia di libertà e chiedere la caduta del regime.

Questo video, girato il 22 aprile 2012, probabilmente con un telefonino, mostra un corteo che si era formato dopo la preghiera del venerdì, con centinaia di giovani diretti verso il quartiere di Al Khaldiya. Nonostante fossero disarmati e si limitassero a scandire slogan e cantare, le forze del regime non esitarono ad aprire il fuoco. Un giovane della famiglia Kahil cadde sul colpo. I suoi amici, nonostante il fuoco, corsero per portarlo verso il vicino ospedale, nel quartiere di Dawar Alqahira, ma lì erano appostati militari, che non esitarono a sparare nella loro direzione. Così cercarono di raggiungere il quartiere di Albayada; presero dei cassonetti per ripararsi dietro e iniziarono a lanciare sassi verso i militari, per farli indietreggiare, ma senza successo. Il giovane morì dissanguato.

Il racconto viene riportato dal giovane attivista di Homs, Abu Bilal Alhomsi, che con il suo prezioso lavoro di documentazione, racconta ciò che altrimenti non sarebbe possibile sapere.

Abu Bilal Alhomsi

 

 
اخطر موقف وضعة فيه اول المظاهرات بحمص عندما خرجنا من كل المساجد وتوجهنا الى حي الخالدية ومن ثما جاء شهيد من ال الكحيل فزحفنا بجثمانه نحو دوار القاهرة ومن بعدها اطلق علينا النار عصابات الاسد من الجنائية بحي البياضة فما كان منا الا وان جمعنا الحاويات وهجمنا بلحجارة على الجنائية فتحاصرنا من كل الجهات من ارشيف ابو بلال الحمصي
الجمعة 22— 2011-4-

Giornata mondiale di sostegno al popolo siriano

14 Dic

Jobar, Damasco, 14 dicembre 2012Si è svolta oggi, 14 dicembre 2012, su iniziativa dell’Unione Mondiale dei sapienti islamici, la Giornata Mondiale di sostegno al popolo siriano.

In molti luoghi di culto islamici nel mondo i sermoni del venerdì sono stati dedicati alla Siria, raccontando il dramma che sta subendo la popolazione e sollecitando ad iniziative di sostegno e solidarietà concrete.

La foto pubblicata oggi dai giovani fotoreporter del gruppo “Lens young Dimashqi” ci ricorda i due simboli, i due valori, le due parole che hanno animato sin dall’inizio la rivolta siriana contro il regime di assad: libertà e dignità.

Il regime ha affamato il popolo, ma il popolo non è tornato indietro, continuando ad issare la bandiera dell’indipendenza siriana.

Jobar, Damasco, 14 dicembre 2012 manifestazioni

Jobar, Damasco, 14 dicembre 2012 manifestazioni anti regime.

Giornata mondiale di solidarietà al popolo siriano 14 dicembre 2012

10 Dic

 

 

Giornata mondiale di solidarietà al popolo siriano 14 dicembre 2012

 

 

 

 

 

LOGO ONSURL’Unione mondiale dei sapienti islamici, nell’ambito delle iniziative della Campagna Mondiale di Sostegno al Popolo siriano,  ha lanciato un’importante iniziativa di sensibilizzazione sulla tragedia siriana: il prossimo venerdì 14 dicembre sarà la Giornata mondiale di Sostegno al popolo siriano. L’Unione ha invitato tutti i religiosi musulmani a dedicare alla Siria il sermone del venerdì.

Tre sono gli scopi dell’iniziativa:

1- Ribadire il sostegno e la solidarietà al popolo siriano inerme, che sta lottando e morendo per la libertà.

2- Invitare i sapienti e i leader religiosi ad assumersi la responsabilità e farsi carico di iniziative di sostegno concreto alla popolazione siriana.

3- Invitare ad una mobilitazione generale, con manifestazioni pacifiche, iniziative di solidarietà e informazione e naturalmente di preghiera.

 

Anche Onsur-Italia si fa promotrice dell’iniziativa, organizzando iniziative di solidarietà e sensibilizzazione in diverse città d’Italia.

 

Siriani d’Italia, le loro idee, le loro parole

30 Nov

Interventi di alcuni partecipanti alla Marcia Internazionale per i bambini siriani, Bologna, 17 novembre 2012

Interviste a cura di Asmae Dachan

Riprese e montaggio di Paolo Crobu

Musica di: Dj Inomad

17 novembre2012

 

 

 

 

Intervista a Shadi Inomad Fahle e Aya Homsi

Intervista a Vanessa Marzullo

Intervista a Ibrahim Thabet

 

L’Italia per la Siria Libera: trailer della marcia del 17 novembre2012

26 Nov

Riprese e montaggio Paolo Crobu

Interviste di Asmae Dachan

Musica di Dj iNomad

 

Trailer della Marcia internazionale per i bambini siriani, 17 novembre 2012

L’impegno e la passione dei giovani del Comitato 17 novembre 2012  ha reso possibile un evento che ha portato in piazza siriani da tutta Italia, amici di siriani, persone che, come diceva il pay off dell’evento, hanno seguito il loro cuore…

Siriani d’Italia e italiani per la Siria: cittadini del mondo uniti per dire:

Stop al massacro dei bambini siriani!

Basta con l’indifferenza del mondo!

Sì al pluralismo come espressione di democrazia!

Sì alla Siria libera!

Fotografo ufficiale della Marcia: Michele Pero

Il racconto del giornalista Marco Guidi a Radio Radio: “Ero a Bologna per un servizio sul Chioccoshow 2012, quando ho visto sfilare un corteo con le bandiere della Siria Libera. Ho visto decine di ragazze con il velo e senza, decine di giovani, tantissimi bambini con cartelli colorati. Ho sentito i loro cori in arabo e in italiano. Mi sono spontaneamente unito a loro e ho visto una bella marcia, sentita, vissuta, partecipata”.