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Mondo ipocrita

7 Gen

Siamo cosi bravi da potere rifornire di carburante un caccia bombardiere e paracadutare le armi ai nostri combattenti con il rischio di finire nelle mani dei nostri nemici ma facciamo molta fatica a lanciare dal cielo qualche sacco di farina e un po’ di latte per i bambini.

Basta con il silenzio – sostenete i rifugiati palestinesi in Yarmouk

27 Gen

Yarmouk refugee campSCRITTO DA Mariam Barghouti, tradotto da Mary Rizzo

Il caso dei rifugiati palestinesi è un argomento prioritario quando si parla della Palestina e della sua liberazione.

Tuttavia, sembra che quando i rifugiati palestinesi sono assediati e macellati in Siria ci sia un silenzio allucinante verso di loro. Il campo profughi di Yarmouk a Damasco è stato sotto assedio per quasi 550 giorni e lo è tutt’ora. Oltre 1.020 palestinesi sono morti nel campo per via della tortura nelle carceri del regime, a causa di esecuzioni e bombardamenti. Ogni morte atroce, e ogni gemito hanno come eco il silenzio. Di quelli che sono morti, oltre 200 sono morti come risultato diretto dell’assedio, e il numero dei morti non dà segno di fermarsi.

Mentre vi è un sentimento lamentoso riguardo ciò che sta accadendo ai profughi palestinesi in Siria; quando veniamo implorati di agire, i nostri difetti sono rivestiti sotto l’emblema della complessità e delle polemiche. Noi troviamo delle guistificazioni per questo assedio grottesco con proclami del tipo “Ma ricorda, il regime ha sostenuto la resistenza palestinese”, o che ci sono “troppi fattori in questo conflitto perché noi prendiamo una vera e propria posizione di parte.” Come il regime fece finta di estendere un braccio ai palestinesi mentre li macellava con l’altra impunemente. Ci sono stati “molti fattori” in tutte le situazioni di oppressione, ma siamo riusciti a prendere posizione contro di loro!

Confondere la situazione per potere giustificare l’oppressione fornisce al regime oppressivo ulteriori opportunità di continuare nei suoi crimini. Mentre tentiamo di razionalizzare le intenzioni di coloro che opprimono i residenti del campo, lo facciamo a scapito delle loro vite.

yarm 2Sembra che quando si parla del diritto di ritorno e dei profughi palestinesi, la maggior parte degli sforzi sono diretti verso un selezionato gruppo privilegiato. Forse è a causa della loro capacità di avere una piattaforma per esprimere le proprie opinioni e richieste. Allo stesso tempo, le voci dei profughi che soffrono dell’oppressione imposta ai campi in Libano o in Siria sono stati quasi silenziati. Questo dovrebbe indurci a riconsiderare il nostro punto di vista, come palestinesi. Per chi stiamo combattendo se mettiamo a tacere coloro dei cui nomi parliamo?

Quando i palestinesi in Siria hanno fatto appello alla comunità internazionale e proposto le loro richieste di porre fine all’assedio e la creazione di un percorso sicuro per uscire, si sono trovati di fronte a un silenzio, che continua ad estendersi oltre un anno e mezzo. Oltre al fallimento della comunità internazionale nel mostrare il sostegno, i palestinesi stessi hanno fallito nel fornire solidarietà per i fratelli che resistono alla crudeltà diffusa dal conflitto in corso.

Accanto al nostro silenzio verso la Siria e Yarmouk, nonostante la lotta e la forza contundente del conflitto, sia siriani che palestinesi all’interno del campo continuano a esprimere la loro solidarietà con le lotte in tutto il mondo e con la Palestina.

C’è una discrepanza tra lamentare una mostruosità ed esprimere sinceramente una solidarietà attiva attraverso il tentativo di mettere pressione sul governo e coloro che sono coinvolti nella distruzione di Yarmouk e altri campi in Siria.

Una volta acclamato come la capitale dei profughi palestinesi, Yarmouk ora è stato mezzo svuotato e assediato, mentre il numero dei suoi abitanti diminuisce di fronte alla morte. Prima del conflitto, Yarmouk aveva una popolazione di più di 1.000.000 persone, di cui 148.500 erano rifugiati palestinesi registrati presso le Nazioni Unite. Oggi, solo 18.000 rimangono nel campo alle prese con l’assedio e l’arduo compito di rimanere in vita.

Sono le nostre carenze, come parte della comunità internazionale, ma più in particolare come palestinesi di cui si parlerà quando questo asseidio macabro sarà finito. Non è il momento di sentirsi impotenti, piuttosto è il momento di prendere una posizione attiva contro l’ennesima ingiustizia commessa contro i palestinesi.

Ragazzi palestinesi in solidarietà con Yarmouk

Ragazzi palestinesi in solidarietà con Yarmouk

Quelli nel campo hanno supplicato per un aiuto i palestinesi al di fuori e la comunità internazionale ad infinitum. Se continuiamo a prolungare il nostro silenzio, stiamo prendendo un ruolo attivo nel sostenere l’assedio; quindi anche noi siamo complici di questa ingiustizia.

E’ di vitale importanza esporre non solo l’assedio, ma i colpevoli responsabili per le mostruosità in corso. Il Fronte Palestinese per la Liberazione della Palestina – Comando Generale e altri hanno assistito il regime Assad, il carnefice primario dell’assedio del campo. Fino ad oggi, molti sforzi per rimuovere l’assedio sono stati ostruiti a causa della nostra incapacità di esprimere il nostro sostegno al popolo del campo e contestualmente la nostra inettitudine di divulgare chi siano i criminali responsabili.

Omettere tali fatti, e ignorare i colpevoli di questo scenario è agire sotto la bandiera della solidarietà attraverso la neutralità. In sostanza, si può rompere il nostro silenzio dell’assedio pur rimanendo complici nel convalidare l’oppressione tirannica sopportata dai palestinesi e dai siriani attraverso la nostra negazione dei perpetratori di questa ingiustizia calamitosa.

Nello stesso modo in cui memorizziamo risoluzioni delle Nazioni Unite per promuovere la causa palestinese, mentre parliamo dei resti delle case dalla Nakba, come ribadiamo storie tramandate dai nostri nonni sul loro esilio e le loro speranze di ritornare, come ululiamo la resistenza e gli sforzi per ricostruire villaggi palestinesi distrutti, dobbiamo chiederci: qual è il punto del lottare se molti di loro ritorneranno solo come fantasmi?

 

Sull’autrice:

Mariam Barghouti è una traduttrice palestinese e giornalista, e una studentessa all’università di Bir Zeit.

Originale: http://mondoweiss.net/2015/01/palestinian-refugees-yarmouk

SOS YARMOUK!!!!!!

26 Gen

yarmouk graphicSCRITTO DA MUSAAB BALCHI, tradotto da Fiore Sarti
YARMOUK CAMP, Siria – “Questo grafico fornisce informazioni sulla situazione a Yarmouk, il campo palestinese in Siria. Il grafico di per sé ha numeri e informazioni terrificanti per descrivere che cosa sta succedendo, è un disastro.
Vorrei sottolineare alcuni fatti che non possono essere incluse nel grafico.

Yarmouk è occupato dal fronte Alnusra, che è l’ala militare di Al Qaeda in Siria. Nel sud est di Yarmouk l’ISIS sta cercando di prendere il campo ad Alnusra. In realtà, hanno già preso una parte del territorio Yarmouk.

Nel frattempo, il regime siriano circonda Yarmouk per farlo tornare sotto al suo controllo, e non permette che alcun cibo entri nel campo. Ha lasciato entrare solo un numero limitato di scatole di aiuto, ma per più di un mese non è stato permesso altro. Il regime ha anche tagliato completamente la fornitura di acqua a Yarmouk e fa uso quotidiano di razzi lanciati sul campo.

Alnusra, che si trova all’interno di Yarmouk, aveva già ucciso 3 persone in pubblico con l’accusa di offese a dio. Inoltre, essi sono sospettati fortemente per l’uccisione di oltre 14 attivisti non violenti nel tempo passato.
Una settimana fa, ho parlato con il mio amico dentro Yarmouk. Ha detto che non si può nemmeno dare un’occhiata dalla finestra per paura che qualcuno lo uccida!

Aeham Ahmad il pianista è stato minacciato di taglio delle le dita se continua a fare i suoi spettacoli in pubblico.

La scorsa settimana, 2 persone, uno dei quali un bambino di solo alcuni mesi, sono morti a causa della fame.

Nello stesso periodo sono morti, un anno fa, 150 persone a causa della fame. Ora, la fame è quasi la stessa di quella volta. Inoltre, non ci sono acqua, forniture di medicina, ma solo razzi, scontri, ISIS, e Alqaeda.

Dobbiamo fare qualcosa prima che la fame mortale diventi un fatto concreto! Abbiamo bisogno del vostro aiuto! Io sono pronto a far parte di tutto ciò che si desidera fare a tale proposito. Pronti a lavorare insieme per fare qualcosa! Io non posso fare nulla da solo. Le Persone innocenti stanno chiedendo il nostro aiuto.

NOTA:
Yarmouk Camp è dove ho vissuto fino a giugno 2013, e il luogo da cui sono stato costretto a partire perché sono stato minacciato prima dell’assedio totale. Se non fosse stato per quelle minacce, sarei ancora all’interno del campo, insieme alle migliaia di persone che sono assediate ora.

Vanessa e Greta: le nostre eroine che sanno l’importanza dell’esserci

20 Gen

van a casagreta a casaScritto da Mary Rizzo

Centinaia di articoli, migliaia di commenti e decine di congetture sono emersi dopo la liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo dalla loro prigionia in Siria. Leggendoli, sono continuamente sconvolta dal contenuto, soprattutto perché il rapporto del contenuto di questi articoli con la realtà è vicino a zero. E, naturalmente, dal momento che quelli di noi che conoscono queste donne hanno agito responsabilmente, seguendo le indicazioni del nostro governo a mantenere il silenzio stampa per il loro bene, ha dato spazio agli avvoltoi e mostri di stampo orientalista, cospiratorio, reazionario giornalismo scandalistico, che vedono in loro tutti gli ingredienti per i loro “articoli”: belle, giovani fanciulle che sono vittime del male che hanno abbracciato. Gli articoli sono venuta fuori basando la loro ricerca sugli articoli della spazzatura, pieni di falsità e congetture folle, perché in quei 5 mesi e mezzo senza fine, gli scrittori di spazzatura avevano carta bianca e le loro invenzioni, che naturalmente avranno le risposte che abbiamo dovuto tenere dentro visto che ora che è possibile rispondere a loro, e certamente sorgeranno delle cause contro di loro per la diffamazione che contengono.

Cinque mesi e mezzo in cui coloro che sanno come sono effettivamente le cose, sono stati scoraggiati dal manifestare la nostra solidarietà in pubblico, ci è stato chiesto di non fare cortei, creare petizioni, anche di evitare di fare qualcosa di così semplice come fare una pagina di sostegno su Facebook. Chiedere attivisti di andare contro i loro istinti di protestare, sempre nelle strade e coinvolgendo il pubblico in attività di sensibilizzazione sta chiedendo un sacco da loro, soprattutto se la cosa che si chiede di fare è quello di mantenere il silenzio per quanto riguarda le persone che conoscono e amano molto. Ma questo è stato fatto, alcuni di noi abbiamo dovuto sospendere i nostri sentimenti di delusione su come funziona il nostro governo, e semplicemente confidare nel loro buon operato e obbedire. Il nostro governo li ha liberato e ha  adempiuto l’obbligo di riportare le nostre concittadini che sono stati vittime di criminali in un paese straniero. Siamo grati a loro per i loro sforzi e entusiasti del loro successo.

Ci sono altri italiani che non sono così felice, però. Uno di loro, per esempio, è un ex ministro, Luca Zaia che dice, (prendendo le parole di qualche sconosciuto utente di “Tweeter” come legittima contro la parola del suo governo che stabilisce che nessun riscatto è stato pagato e leggi internazionali sono stati rispettati) “ci deve essere una norma per chi si mette nei guai, si arrangi a tirarsi fuori” Lui suggerisce che i beni delle famiglie di Greta e Vanessa dovrebbero essere confiscati per la vita, per rimborsare lo Stato italiano, in realtà. Tutto ciò è davvero sorprendente, proveniente da qualcuno che, quando era ministro dell’Agricoltura ha soggettato la cittadinanza dello Stato italiano multe pari a 2,4 miliardi di euro per non avere aderito ai limiti comunitari della produzione di latte, “I truffatori delle quote latte ci sono costati 4,5 miliardi.Nel 2009 l’allora ministro leghista Zaia salvò gli «splafonatori» privando Equitalia del potere di riscossione”.

Poi ci sono quelli che dicono che sono stati coinvolti con jihadisti e milizie di ogni genere. Altri che dicono che hanno dovuto restare in Italia e prendere cura dei nostro tanti poveri e bisognosi. Altri ancora dicono che non avevano la preparazione di andare dove sono andati a fare quello che ci hanno detto che erano lì a fare. Nessuno dei primi due gruppi hanno la più pallida idea di chi Greta e Vanessa sono. Non sanno che sono stati coinvolti nell’aspetto umanitario di ciò che è una zona di guerra. Hanno assolutamente un punto di vista, dato il loro interesse e la conoscenza della situazione, ed è impossibile rimanere “neutrale di fronte all’oppressione”, o far finta che non ci sia una guerra in corso e conoscere come è iniziato e quali aree sono soffrendo di più. Non sanno che anche loro hanno fatto esperienze di volontariato in Italia e sono stati addestrati sui soccorsi in Italia e in altri paesi, e che non erano “inviati” da nessuno. Sembra stranissimo a queste persone che giovani donne possono avere una conoscenza su una situazione molto complessa. Solo perché quelli che li condannano non hanno una comprensione, presume che dovrebbe essere lo stesso per Vanessa e Greta. Il terzo gruppo di critici ha un leggero vantaggio perché, mentre si sbagliano sul conto della loro total mancanza di preparazione, hanno ragione che questo tipo di volontariato in una zona di guerra non ha assolutamente alcun regole e tutto può succedere, anche per la persona più preparata, quindi questo è tanto più vero per due singoli rappresentanti di un gruppo umanitario di cui erano tra i fondatori, senza una forte e aggiornato utilizzo di norme di sicurezza collaudate e di uno staff per organizzare ogni particolare fino al più piccolo dettaglio.

Coloro che dubitano la loro sincerità, però, o per che chiede come mai dovesse essere così coinvolti in Siria, evidentemente non hanno avuto la stessa esposizione alle informazioni che le ragazze hanno avuto. Quelli che vengono informati della situazione della popolazione siriana, che hanno imparato a conoscere la sofferenza e il massacro di persone innocenti, in particolare i bambini, semplicemente non possono semplicemente spegnerlo. Esso diventa una sorta di ossessione, una sofferenza costante. Ci sono semplicemente persone nel mondo, le persone empatiche e umanitari, e Vanessa e Greta sono due di loro, che quando vedono la sofferenza degli altri, entrano in uno stato di profonda com-passione. Si sentono completamente la sofferenza, condividono il dolore altrui e diventa così profondamente parte di loro che sentono che il loro dovere è quello di aiutare, non possono NON aiutare. Essi credono nella forza dell’amore e il dovere umano di non distogliere lo sguardo, ma di fare come altri hanno fatto prima di loro in tutta la storia dell’umanità, dove le persone che ci  vengono dati come esempio per la vita vanno al covo del lebbroso e lo abbracciano, per fargli sentire che non è solo al mondo e cercare di guarire le sue ferite. Sapevano che il loro aiuto potrebbe essere una goccia nel mare, ma il potere di condividere la sofferenza, essere presente e testimonianza, che è qualcosa che si sentivano in dovere di fare, e tutto il consiglio amichevole di coloro che le amano non potevano cambiare la percorso che si misero davanti a se stesse, di essere lì per gli altri. Se ci sono coloro che dubitano che questo sentimento può esistere, dico che sono circondati da persone di colore grigio, e quando si trovano soli e nel dolore, potrebbero trovarci senza qualcuno che gli sta accanto, questo genere di cose non è contemplato nel loro mondo. Ma questo è il mondo di Greta e Vanessa, il mondo della compassione e della condivisione del peso che portano gli altri.

E ‘disgustoso leggere i vari commenti di persone che li criticano duramente o anche cercano di rovinare con delle bugie o le diffamano. Ma è bene rendersi conto che provengono da un mondo che è estraneo alla mia e a quella di Greta e Vanessa, che per fortuna godono del sostegno di molti, nonostante le voci più forti di quelle persone vili e volgari. Nelle scuole di tutta Italia (se prendo un esempio della scuola superiore della mia figlia) l’ora di religione – sì, le scuole pubbliche italiane hanno questo, e dato che gli studenti preferiscono stare insieme durante il giorno, anche quelli che non sono cattolici partecipano e sono fondamentalmente le classi in cui vengono discusse etica e attualità – tutti gli studenti hanno applaudito le ragazze, dicono che sono orgoglioso di loro, le ammirano, pensano che sono il miglior rappresentante delle ideali umani, ma semplicemente che si sono sbagliate nel avere sottovalutato quanto fosse pericoloso e di aver causato loro famiglie preoccupazione. In Italia, a differenza dell’America, i giovani spesso vivono a casa anche dopo che hanno raggiunto la maggior età, e l’indipendenza non è completa, anche se il diritto di prendere decisioni importanti è riconosciuto, è ancora considerato necessario di ottenere l’approvazione dei genitori per alcune cose, e in questo caso, gli studenti della classe della mia figlia hanno pensato che questa era l’unica cosa che hanno fatto male. Sembra che ragazzi di 17 anni hanno una migliore comprensione di persone che hanno 50 a volte …

Ma c’è un argomento che rimane da discutere, ed è di capire il modo in cui è successo. Tutto quello che sappiamo è che, nonostante il circo mediatico, la teoria del “jihad” è ridicola e altrettanto ridicola è quello che stavano lavorando per la FSA. Le dinamiche verranno fuori in tempo, e piuttosto che le piccole deboli Pollyanna che alcuni possono avere pensato che sono, le due donne italiane stanno dimostrando di essere più forti dei leoni. Essi non solo hanno dovuto subire gli orrori della prigionia, ma sono pienamente collaborando con i magistrati che indagano sul rapimento. Essi, in primo luogo, che credono nella giustizia e nella dignità, non stanno andando a trattenere nessun informazione che conduce all’arresto di coloro che sono responsabili per il loro rapimento e la loro detenzione contro la propria volontà. E’ possibile che i responsabili non vivono in una zona di guerra, così la giustizia può in effetti essere servita.

Si dice che nelle loro audizioni davanti gli investigatori, che hanno aperto il caso di indagare e perseguire i responsabili, che erano a conoscenza del motivo per cui sono stati rapiti nel momento in cui sono stati portati via, perché hanno chiesto: “Perché ??” e la risposta è stata: “Per i soldi”.

Sì, è qui che quelli di noi che non solo amano e ammirano Vanessa e Greta dobbiamo ora prendere una  forte posizione. Noi, come loro, crediamo nella giustizia, nei diritti umani e la maggior parte di noi anche sosteniamo la rivoluzione contro Assad. Siamo assolutamente pronti a condannare ogni e qualsiasi gruppo e individuo che non solo ha violato i diritti di umanitari, ma che hanno tradito la causa di opposizione a Assad se si impegnano in azioni che vanno contro i diritti umani e danneggiano persone innocenti. Se è vero che, come ammettono, si trovavano in un luogo considerato sicuro, solo di essere invece essere portate in una trappola abilmente creato da chi ha agito come amici solo per tradirli, allora questo non sta per essere sepolto sotto il tappeto, perché è vergognoso. Invece, ci fidiamo più che mai nelle nostre autorità di indagare, trovare le prove che si rivelerà che essi sono stati ingannati da ragazzi che si vantano della loro importanza all’interno della Siria con l’opposition e le loro connessioni eccellenti e sicuri, e non ci sarà nessun riposo se si scopre che si tratta di persone che si nascondono dietro la bandiera della rivoluzione siriana o agiscono come se fossero per il rovesciamento di Assad o anche se sono (come possono vantare) molto rispettati dai rivoluzionari e anche influente in Siria. Se le loro tattiche sono gli stessi, il trattamento di persone innocenti, come merce, una forma spicciola di traffico di esseri umani, che è tanto più vergognoso perché si è lavato il cervello che è per “la causa”. Non è per qualsiasi causa che Vanessa e Greta e il resto di noi sostengono. Se si tratta di una o più persone coinvolte nella milizia dell’opposizione, il mio augurio personale per loro è che semplicemente che continuano come stanno facendo, perché anche se ottengono il martirio, non hanno la possibilità di raggiungere mai Jannah (paradiso) perché hanno commesso un crimine così efferato, che non c’è modo di espiarlo. Essi staranno ad imparare che cosa è la reclusione e le privazioni, in eterno.

Se hanno anche il pensiero che la vita di queste donne hanno un valore X e le hanno ingannate o portato ad essere ingannate, allora non sono diversi da quello di cui siamo contro, e, si spera presto, saranno esposti, e che dovrebbe pagare il loro debito con la giustizia fino al loro ultimo giorno sulla terra. Essi non troveranno  nessun “amici” che coprono per loro o li da la pacca sulla spalla, o che giustificano quello che hanno fatto. Chiunque sia, che si sentono il cerchio si chiude su di loro, e prima che il popolo siriano è libero di tali traditori, meglio è. E’ anche un peccato che grazie a situazioni come questa, altri sforzi umanitari sono contrastati, sollievo e aiuti per la popolazione siriana che soffre sta per essere negata e la fine del regime di Assad sta per essere spostato ancora più avanti nel tempo. Sì. Grazie al tradimento di tali tipi di persone contro tutto ciò che è buono e giusto, che abusano la fiducia e la buona fede e la purezza delle persone oneste. Essi tradiscono tutta la Siria dalle loro azioni.

Infine, ringraziamo Greta e Vanessa dal cuore per averci dimostrato che c’è davvero l’umanità, per essere la bella persone che sono. Vogliamo per loro solo la gioia, la felicità, la serenità che meritano tanto e siamo entusiasti del fatto che loro sono riuniti con le loro famiglie che li hanno sostenuti con forza e ha attraversato la propria sofferenza, ma che non sono punitivi, perché non c’è nulla per cui si deve punire gli eroi, perché è una benedizione di essere nel bel mezzo di eroi, umanitarie e le persone che conoscono il significato della frase, “restare umani”. Non importa quali scelte Vanessa e Greta faranno nella vita, noi saremo sempre dalla loro  parte, ci fidiamo di loro e li amiamo, e speriamo che ci possiamo essere degno di loro.

originale in inglese: http://wewritewhatwelike.com/2015/01/19/vanessa-and-greta-our-heroes-who-know-the-importance-of-being-there/ 

I palestinesi in Siria lottano per il pane e l’auto-rappresentanza

22 Dic
Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

di Céline Cantat. Open Democracy 5/12/2014. Traduzione di Claudia Avolio.

In un recente articolo pubblicato da Russia Today e ripostato su siti solidali verso la Palestina, Sharmine Narwani offre una versione della situazione dei palestinesi in Siria considerevolmente diversa da quella descritta da numerosi rifugiati siro-palestinesi.

Nel suo articolo, Narwani descrive la popolazione palestinese come infinitamente grata al regime, che non avrebbe mai fallito nel sostegno alla lotta palestinese. I rifugiati palestinesi in Siria – piuttosto che avere una propria rappresentanza politica e guardare ai propri interessi rispetto alla crisi che colpisce il Paese in cui hanno vissuto per oltre 60 anni – avevano un solo motto politico: “neutralità”. Dichiara inoltre che “ribelli islamici” avrebbero sfidato questa neutralità invadendo quartieri palestinesi e obbligando i rifugiati ad imbracciare le armi.

L’autrice presenta i palestinesi in Siria come un blocco omogeneo, che parla con una sola voce – cioè quella dei loro leader politici, che sono le principali fonti nel suo articolo. Tralascia sia la diversità della comunità politica palestinese che – punto più importante – il modo in cui il regime siriano ha coltivato il conflitto tra le fazioni palestinesi sin dagli anni ’70, per meglio garantire la sua presa egemonica sulla regione.

Nel 1976 Hafez al-Assad disse a Yasser Arafat: “Non c’è alcun popolo palestinese, non c’è alcuna entità palestinese, c’è solo la Siria… Siamo dunque noi – le autorità siriane – ad essere i veri rappresentanti del popolo palestinese”. Kissinger, grande ammiratore di Hafez al-Assad, spiegò che “ad Assad non piaceva il PLO perché uno Stato palestinese indipendente avrebbe sconvolto il suo obiettivo strategico a lungo termine: quello di una Grande Siria”.

Narwani cita diversi rappresentanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale (FPLP-CG) guidato da Ahmad Jibril. Il FPLP-CG è un alleato storico del regime siriano, che lo sostiene in termini materiali e logistici. Nel 1976, quando l’esercito siriano permise alle milizie libanesi cristiane di uccidere migliaia di combattenti del PLO e di civili palestinesi nel corso dell’assedio di Tel al-Zaatar, il FPLP-CG gli rimase leale. In modo simile, nel corso della guerra nel campo degli anni ’80, il FPLP-CG prese le parti del regime siriano del Baath e assassinò numerosi combattenti del PLO in suo nome.

In seguito alla sconfitta della rivoluzione palestinese, il FPLP-CG aiutò il regime siriano arrestando e detenendo combattenti del PLO entrati in Siria. La fazione continua a sostenere il regime siriano ancora oggi, pattugliando i campi palestinesi in Siria e fornendo intelligence riguardo la popolazione locale. L’autrice cita anche As-Sai’qa e Fatah el-Intifada, rispettivamente la branca palestinese del partito siriano Baath e un gruppo di dissidenti rispetto a Fatah di Yasser Arafat incoraggiati dal regime siriano  a formare il proprio gruppo, che lo stesso regime sostiene e controlla da vicino.

Narwani cita poi diversi funzionari dell’Esercito Palestinese di Liberazione (PLA) che secondo dei siro-palestinesi “non ha più nulla a che fare col liberare la Palestina”. Istituitosi in origine in diversi Paesi arabi, si è mobilitato raramente e sempre per ordine del regime siriano per fornire supporto al suo esercito nel corso delle guerre libanesi. Kissinger suggerì che era in pratica “una branca dell’esercito siriano”, che Hafez al-Assad poteva usare per rinforzare il suo ascendente sul Libano e destabilizzare il PLO.

Nel PLA esiste una unità priva di personale sin dal 1983. Quell’anno, mentre i combattimenti imperversavano in Libano, il regime siriano ordinò ai giovani coscritti del PLA di sparare ai combattenti del PLO rifugiatisi nel campo palestinese di Beddawi, nel nord del Paese. I coscritti si rifiutarono: dei soldati siriani gli spararono sul posto, tutti. L’unità resta, ma da allora è rimasta senza personale.

Quando, in seguito agli accordi di Oslo, venne istituita l’Autorità Palestinese, il resto delle branche del PLA nei Paesi arabi si dissolse eccetto in Siria, dove venne posto sotto il diretto comando dell’esercito siriano. Dalla fine della guerra libanese, il PLA non si è mobilitato in alcuna azione per liberare la Palestina.

Ad ogni modo, è stato di recente chiamato a rapporto dal regime siriano perché proteggesse siti strategici. Le unità del PLA sono state poste a Adra, sud di Damasco, per impedire a gruppi armati d’opposizione di avanzare verso la capitale. Altre unità sono state inviate a Harran al-Awamid, dove proteggono un impianto elettrico. I giovani palestinesi obbligati a fare il servizio militare pagano un alto prezzo: i disertori vanno incontro alla morte e a ritorsioni verso le proprie famiglie.

Ancora prima dell’inizio della rivolta in Siria, queste organizzazioni avevano perso gran parte della loro credibilità tra la popolazione palestinese nel Paese. Sin dal 1982, il disimpegno della comunità dalla politica di partito è andata crescendo, allargando la forbice tra leadership politica e rifugiati. Una gran parte dei palestinesi in Siria rese chiaro il proprio malcontento ritirando dalle fazioni palestinesi la propria partecipazione.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash (da non confondersi con il FPLP-CG che se ne distaccò per schierarsi dalla parte siriana nel 1968) aveva storicamente mantenuto una posizione intermedia nel panorama politico palestinese, assicurando un equilibrio tra le fazioni. Ma dopo la morte di Abu Ali Mustafa nel 2001 – successore di George Habbash – il FPLP si era indebolito, anche in seguito agli arresti in Palestina dei due prossimi leader, Ahmad Saadat e Abdelrahim Maluh.

Di conseguenza, negli anni 2000 Maher Taher – nuovo leader del FPLP in Siria – si avvicinò al regime siriano e a Hamas. Il segretario dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, venne allora ospitato e pienamente supportato da Damasco. Maher Taher ha preso le distanze da Hamas solo in seguito al disaccordo tra il partito islamico e Bashar al-Assad, come risultato del sostegno di Hamas verso la rivolta siriana.

Narwani cita Maher Taher come se rappresentasse i palestinesi in Siria. Tuttavia, rifugiati palestinesi arrabbiati lo cacciarono dal cimitero di Yarmouk quando provò a presenziare i funerali dei giovani uccisi dall’esercito israeliano nel Golan il 5 giugno 2011 – giornata che Narwani descrive in modo inaccurato.

La storia iniziò alcuni mesi prima. Attivisti palestinesi, incoraggiati dalle rivolte arabe, si erano rivolti ai rifugiati palestinesi in Egitto, Giordania, Libano e Siria perché organizzassero manifestazioni davanti al confine con Israele nei loro rispettivi Paesi per il 15 maggio – il giorno della commemorazione della Nakba (“catastrofe” in arabo, in riferimento alla creazione dello Stato di Israele e l’esilio di migliaia di palestinesi dalla loro terra natia).

Il regime siriano decise di permettere l’evento, per restaurare la propria immagine di “campione della resistenza contro Israele” e distrarre l’attenzione da ciò che stava avvenendo all’interno della Siria. Ma quando i palestinesi giunsero nel Golan, di cui una parte fu conquistata da Israele nella guerra del 1967, il regime non poteva immaginare la piega che gli eventi avrebbero preso.

Questo tipo di manifestazione si limita di solito a qualche discorso e foto di leader di fazioni e alcuni membri del partito Baath. Stavolta, infiammati dagli eventi in tutto il mondo arabo ed esasperati dalla situazione in Siria, un gruppo di giovani palestinesi attraversò la zona militare siriana puntando al confine israeliano.

In centinaia li seguirono. Raggiunsero l’altro lato, prendendo di sorpresa l’unica pattuglia israeliana sul posto. Furono chiamati rinforzi per il lato israeliano e soldati aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo quattro palestinesi e ferendone altre decine. I leader delle fazioni palestinesi, accompagnati dai loro bodyguard e da alcuni combattenti, non fecero nulla per evitare l’uccisione di civili palestinesi.

Ciò che davvero sorprese i palestinesi quel giorno non fu il fatto che Israele sparò contro di loro. Fu semmai scoprire che la strada verso il confine e verso la Palestina non era – come il regime aveva sempre dichiarato – cosparsa di mine. L’unico ostacolo tra i rifugiati e la Palestina erano le bugie del regime siriano.

In seguito a questo tragico episodio, delle fazioni palestinesi – in particolare il FPLP-CG – decise di organizzare un evento simile per il 5 giugno, giorno della commemorazione della Naksa (la sconfitta araba del 1967). Questa proposta accese discussioni infervorate nei campi, soprattutto a Yarmouk. I palestinesi si ritrovarono davanti ad una domanda inaspettata e senza precedenti: questo invito poteva condurli alla terra natia o era una trappola che li avrebbe condotti alla morte? Ora sapevano che il confine era aperto dalla parte siriana. Ma l’esperienza del 15 maggio aveva loro anche insegnato che le fazioni palestinesi non li avrebbero difesi.

La sera del 4 giugno, il regime annunciò ufficialmente che l’evento era stato cancellato. Ma il giorno dopo, pullman allestiti dal regime siriano e dal FPLP-CG erano fermi all’entrata del campo. Gruppi di giovani palestinesi di Yarmouk furono portati come da programma nel Golan. Al loro arrivo, si resero conto con sorpresa che Anwar Raja, a capo delle pubbliche relazioni del FPLP-CG (anch’egli intervistato da Narwani) li stava aspettando con giornalisti e reporter di diversi canali siriani ufficiali. Raja si lanciò in un’arringa riguardante la “vera resistenza”, dicendo che l’unica vera battaglia che invitava a sacrificarsi era la lotta contro Israele. Quel giorni, altri 25 giovani palestinesi furono uccisi e 350 feriti. Né Anwar Raja né i suoi bodyguard si diressero da alcuna parte vicina al confine, né difesero i loro compatrioti palestinesi.

Queste furono le ragioni della rabbia palestinese che li condusse a cacciare Maher Taher dal cimitero quando i funerali si stavano svolgendo. Questa stessa rabbia poi condusse la folla agli uffici del FPLP-CG dove residenti del campo intendevano ritenere responsabili i leader della fazione. Lì trovarono ad aspettarli le mitragliatrici dei combattenti di Ahmad Jibril, colui che diede l’ordine di aprire il fuoco sulla folla, il che risultò nell’uccisione di diversi manifestanti.

Incontrando una tale, sanguinosa repressione, la rabbia dei manifestanti si alimentò ancora di più e, a dispetto dei proiettili del FPLP-CG, iniziarono a invocare “la caduta delle fazioni” (el sha’ab yourid esqat el fasa’il). Appropriandosi dello slogan della rivoluzione araba, la gente di Yarmouk intravvide la possibilità della propria rivolta. Protetto dai suoi bodyguard armati, Ahmad Jibril scappò, lasciando dietro di sé tre dei suoi combattenti che vennero calpestati dalla folla mentre questa si faceva a tutti i costi largo per aprire le porte, giungere agli uffici e darli alle fiamme.

Nei mesi seguenti, il FPLP-CG rafforzò le sue operazioni di sicurezza nei campi. Solo a Yarmouk, oltre 1000 palestinesi furono arrestati ed interrogati dal braccio palestinese dei servizi di sicurezza siriani. Il FPLP-CG iniziò anche ad armare i suoi sostenitori nel campo, nonostante la riluttanza di altre fazioni palestinesi. Non ci volle molto perché milizie del FPLP-CG apparissero nel campo. Sostenevano le operazioni dell’esercito siriano nelle aree confinanti, come Tadamon e Hajr al-Aswad. Fermarono ed uccisero persone che percepivano come nemici. Derubarono anche molti negozi ed abitazioni.

Nel corso dell’estate durante la quale Narwani visitò Yarmouk per la prima volta, diverse bombe caddero sul campo. Nessuno sapeva con certezza da dove provenissero. Ma quando l’aereo militare MiG prese a bombardare il campo il 16 dicembre 2012, prendendo di mira edifici civili come ospedali, scuole e moschee, fu chiaro che erano pilotati e controllati da ufficiali dell’esercito siriano. Questo intenso bombardamento forzò molta della popolazione di Yarmouk a scappare tra il 16 e il 17 dicembre. In seguito a questo esodo di massa di palestinesi, tra cui combattenti del FPLP-CG, gruppi armati entrarono a Yarmouk dalle zone vicine. Non si trovarono neanche a dover combattere: il campo era già mezzo vuoto.

Dopo l’arrivo di gruppi d’opposizione a Yarmouk, il regime siriano stabilì un checkpoint all’entrata del campo, di lì a poco conosciuto in Siria come uno dei più pericolosi di tutto il Paese. Il checkpoint la mattina era aperto e la gente poteva attraversarlo finché uno dei cecchini del regime posizionati lì vicino cominciava a sparare sui passanti. Questo era il segnale che la via non era più sicura. Il checkpoint restava poi chiuso per il resto della giornata.

Quando usavano quest’unico punto di passaggio, le donne erano spesso vessate dai soldati, e molte persone – soprattutto giovani uomini – venivano arrestati. I palestinesi mi hanno detto come, per attraversare il checkpoint dalla rotonda che segna l’inizio del campo, si muovevano in gruppi, in strette file e zigzagando di continuo per evitare di essere colpiti dai cecchini: “Sentivamo la morte avvicinarsi ad ogni passo”. Tuttavia dovevano lasciare il campo in cui il cibo stava diventando sempre più scarso. I soldati avevano limitato la quantità di pane che ogni abitante poteva portare dentro con sé a una sola busta. Le famiglie non erano più in grado di nutrire i propri figli.

Nel luglio 2013, il regime sigillò ermeticamente il campo, su cui venne imposto un inflessibile assedio. Col pretesto di obbligare i combattenti nemici ad uscire, la popolazione venne circondata. La gente fu lasciata senza cibo né medicine e per settimane senza acqua potabile. Decine di persone sono morte per gli effetti dell’assedio – soprattutto bambini, donne ed anziani. A mantenere l’embargo è solo il regime. E solo il regime è responsabile delle morti che ne sono risultate. Malgrado ciò, nel suo articolo Narwani non giudica nulla di tutto questo come da menzionare, nonostante gli echi delle guerre medievali che ce ne giungono e l’ineguagliabile crudeltà che riflette.

Quando descrive le difficoltà incontrate dalle agenzie umanitarie nel tentativo di distribuire aiuti alimentari a Yarmouk, Narwani non fa riferimento al fatto che il campo è sotto assedio. Non spiega che il regime siriano controlla l’entrata principale al campo, la più vicina a Damasco, e che quindi solo il regime può decidere di lasciar passare i convogli umanitari.

Il portavoce dell’UNRWA Chris Gunness nel gennaio 2014 ha spiegato che “quando le autorità siriane hanno finalmente permesso all’UNRWA di distribuire aiuti a Yarmouk, l’hanno obbligata ad usare l’entrata sud. Ciò significa che il convoglio ha dovuto attraversare 20 km in un’area di intenso conflitto armato in cui molti dei gruppi armati d’opposizione – tra cui i gruppi jihadisti più estremisti – avevano una forte presenza”. Gunness ha aggiunto: “Citando preoccupazioni legate alla sicurezza, le autorità siriane non hanno permesso all’UNRWA di passare per l’entrata nord di Yarmouk, che era sotto il controllo del governo ed era considerata molto più accessibile e relativamente meno rischiosa”.

Ci si può legittimamente chiedere quali problemi di sicurezza possano giustificare l’invio di un convoglio umanitario in una zona di intenso conflitto. A meno che, certo, la volontà del regime di distribuire aiuti umanitari agli abitanti assediati ed affamati di Yarmouk fosse in realtà una finta.

I residenti del campo hanno raccontato una storia molto diversa da quella che Narwani ha ottenuto parlando con gli alleati del regime siriano:

“Gli aiuti non sono entrati. Eravamo tutti presenti, gruppi di civili del campo. Quello che è successo è che il regime siriano e la gente di Jibril (Ahmad Jibril del FPLP-CG) hanno iniziato uno scontro per evitare che gli aiuti avessero accesso al campo. Non avevamo né militanti né armi. E la gente  presente, come potete vedere, erano tutti civili, nessuno di noi possiede armi. Quindi hanno iniziato questo scontro prendendo a dire “Ci sono persone dei vostri che ci stanno sparando”. Nessuno di noi stava sparando. Siamo qui solo per prendere gli aiuti per le persone. Insomma hanno dato vita a questo scontro e ci hanno sparato tre missili da un carrarmato – noi non abbiamo carriarmati – tre missili di carrarmato sono stati sparati contro di noi. E gli uomini hanno svolto riprese del luogo in cui il missile del carrarmato è stato sparato. Hanno fatto questo per inasprire l’assedio sul campo. Ed è l’uccisione dei palestinesi e di quest’area”.

Nel tentativo di porre fine a questa carestia organizzata, una delegazione dell’Autorità Palestinese è alla fine entrata a Damasco per negoziare la possibilità di portare cibo nel campo. Il regime siriano ha fatto finta di essere d’accordo di far entrare 2 camion dell’UNRWA, ma questo convoglio irrisorio è stato fermato da un gruppo di shabbiha (civili pagati che operano come paramilitari del regime) prima che potesse raggiungerne i beneficiari. I negoziati si sono trascinati, ma l’Autorità Palestinese non è mai riuscita a garantire sostegno umanitario ai palestinesi di Yarmouk.

I palestinesi di Siria sono stati davvero tirati dentro il conflitto siriano. Sono rimasti vittime delle manovre del regime dittatoriali e dei suoi alleati. Più che mai, si ritrovano ora orfani del mondo arabo, traditi dai loro leader politici, presi nella morsa tra proiettili israeliani, quelli del regime siriano e quelli delle fazioni palestinesi alleate. Questo non può che ricordarci la situazione dei siriani che, dopo oltre tre anni dall’inizio della loro rivolta, si ritrovano presi tra il regime sanguinario e gruppi estremisti ugualmente brutali.

Nel momento in cui ciò viene scritto, i colpevoli sono ancora a piede libero e i loro crimini contro le popolazioni siriana e palestinese in Siria continuano.

Originale in inglese: https://www.opendemocracy.net/arab-awakening/c%C3%A9line-cantat/palestinians-in-syria-struggle-for-bread-and-agency

Escalation di attacchi con barili bomba in Siria mentre cala l’attenzione del mondo

10 Nov
Danni collaterali?

Danni collaterali?

di Serene Assir per AFP – 01/11/2014. Traduzione di Claudia Avolio.

Nelle ultime settimane, mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla lotta contro i jihadisti, il regime siriano ha incrementato l’utilizzo di attacchi mortali coi barili bomba, uccidendo civili e seminando distruzione. In meno di due settimane gli aerei da guerra hanno sganciato almeno 401 barili bomba sulle aree controllate dai ribelli in otto province – a riferirlo è l’Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo di monitoraggio.

L’attivista Yassin Abu Raed, dalla città di Anadan nel nord della provincia di Aleppo, ha visto la sua casa venire colpita tre volte dagli attacchi coi barili bomba. L’ultimo attacco l’ha distrutta completamente. “La morte ci circonda e a nessuno importa,” ha detto via Internet all’AFP. “I barili bomba uccidono chi amiamo di più, distruggono case, sogni e ricordi e ci lasciano senza alcuna speranza che le uccisioni possano un giorno fermarsi”.

“Tutto questo e nessuno ha mai sentito parlare di noi, a nessuno dispiace”.

L’Osservatorio – che documenta vittime ed attacchi contando su un’ampia rete di attivisti e medici sparsi nella Siria devastata dalla guerra – ha detto che dal 20 ottobre almeno 232 civili sono stati uccisi negli attacchi aerei del regime, inclusi quelli coi barili bomba. Il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman, ha riferito che il numero di attacchi coi barili bomba è ora “molto più alto” rispetto a qualche settimana fa.

Il regime ha iniziato ad usare i barili bomba verso la fine del 2012, ma ha incrementato gli attacchi quest’anno con un’ondata di raid che solo a febbraio hanno ucciso centinaia di persone. I barili bomba sono di solito formati da grandi fusti di petrolio, bombole di gas o serbatoi d’acqua riempiti di materiale altamente esplosivo e rottami metallici.

I raid contro il campo per rifugiati

Mercoledì 29 ottobre degli elicotteri hanno sganciato quattro barili bomba su un campo di sfollati nella provincia nordoccidentale di Idlib, uccidendo almeno 10 persone e ferendone a decine secondo quanto riferito dall’Osservatorio. Gli attivisti hanno postato riprese video terribili su YouTube che mostrano corpi smembrati e i lamenti delle persone mentre cercano di salvare i sopravvissuti. Gli Stati Uniti hanno denunciato l’attacco come “barbarico”.

Ismail al-Hassan, infermiere volontario in un ospedale da campo nella provincia di Idlib, ha detto via Internet all’AFP che gli operatori sanitari affrontano immense difficoltà nel curare i feriti dopo l’esplosione di un barile bomba. “La maggior parte delle vittime degli attacchi coi barili bomba sono donne e bambini,” ha detto Hassan, aggiungendo che lo staff medico soffre una grave penuria di attrezzature, rendendo difficile curare in modo adeguato i feriti.

Hassan ha anche fatto notare che lui ed i suoi colleghi soffrono di profonde cicatrici psicologiche nel curare le vittime: “Una volta abbiamo dovuto decidere di lasciar morire un bambino: aveva troppe ferite nel corpo, non potevamo salvarlo”. Come molti siriani nelle zone controllate dai ribelli, Hassan prova del risentimento per il fallimento dell’Occidente nell’aiutare a far cadere il regime del presidente Bashar al-Assad.

“Tutti in Siria hanno capito che abbiamo solo Dio dalla nostra parte,” ha detto.

L’attenzione deviata del mondo

A febbraio il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che chiede a tutte le parti coinvolte nel conflitto in Siria di porre fine agli attacchi contro i civili, con un riferimento specifico all’uso di barili bomba. Il governo nega di usare i barili bomba e dice di prendere di mira solo “terroristi”. Human Rights Watch, con sede a New York, ha espresso ripetuti richiami al regime di Damasco per il suo uso “illegale” di barili bomba, affermando che il tipo di arma colpisce in modo particolarmente indiscriminato.

La ricercatrice di HRW, Lama Fakih, ha detto che non c’è stato alcuno sforzo globale per ritenere il governo di Assad responsabile. “Mentre è in atto uno sforzo internazionale per porre fine agli abusi di Daesh (gruppo jihadista), non c’è alcuno sforzo congiunto per fermare gli abusi del governo siriano, compresi gli attacchi contro la popolazione civile,” ha detto.

Gli Stati Uniti ed i loro alleati perlopiù nel Golfo hanno avviato lo scorso mese degli attacchi aerei contro postazioni jihadiste in Siria, ma non si è discusso di estendere gli attacchi contro il regime di Assad. “Sfortunatamente, l’attenzione internazionale è stata deviata dall’avanzata di Daesh in Iraq e Siria,” ha detto Fakih all’AFP. Il direttore dell’Osservatorio Abdel Rahman si è trovato d’accordo con lei.

“Il numero degli attacchi aerei per mano del regime compresi quelli coi barili bomba è pazzesco, e negli ultimi giorni si è verificata una escalation,” ha detto. Ha accusato Damasco di “trarre vantaggio” dal fatto che il mondo è ora concentrato su Daesh per inasprire i suoi attacchi contro le aree dei ribelli. L’opposizione siriana afferma che le critiche internazionali al regime non sono abbastanza. “Gli Stati Uniti criticano il regime, ma non fanno nulla,” ha detto Samir Nashar, membro dell’opposizione nella Coalizione Nazionale, “Intanto, il regime sta avanzando militarmente”.

English article: http://news.yahoo.com/syria-escalates-barrel-bomb-attacks-world-attention-shifts-025623788.html

Un Metodo Pericoloso: Siria, Sy Hersh e l’arte del revisionismo dei crimini di massa

4 Giu

hersh_2055La Siria di Assad è stata soccorsa da Sy Hersh attraverso un giornalismo poco professionale?

SCRITTO DA MUHAMMAD IDREES AHMAD, tradotto da Mary Rizzo

Nel giorno in cui il London Review of Books ha pubblicato un ampiamente diffuso  articolo del giornalista veterano Seymour Hersh, esonerando il regime siriano per l’attacco chimico dello scorso anno, 118 siriani, tra cui 19 bambini, sono morti in un bombardamento aereo e di artiglieria pesante. E solo il regime ha aerei e artiglieria pesante.

Dallo scorso novembre, Aleppo è stata presa di mira da elicotteri da alta quota che sganciano barili riempiti di esplosivi. Tra novembre scorso e la fine di marzo, Human Rights Watch ha registrato 2.321 morti civili provocati da questa arma indiscriminata. E solo il regime ha elicotteri.

Per molti mesi dopo il massacro chimico, i quartieri presi di mira e il campo profughi di Yarmouk sono stati tenuti sotto assedio per affamare la popolazione. Alle agenzie umanitarie è stato negato l’ ingresso. E solo il regime controlla l’accesso.

La spietatezza del regime non è mai stata in dubbio. I rapporti di Human Rights Watch, di Amnesty International, della Commissione Indipendente d’Inchiesta Internazionale dell’ONU, e quelli di una miriade di giornalisti e testimoni sul posto, hanno ripetutamente confermato la stessa cosa. Il regime ha dimostrato volontà e capacità di infliggere violenza di massa. La repressione è ancora in corso.

Così, quando lo scorso agosto è avvenuto un attacco, tramite un’arma notoriamente in possesso del regime, ed utilizzando un meccanismo di consegna peculiare al suo arsenale, su un luogo che il regime bersagliava regolarmente e contro persone che il regime era noto detestare, è stato non irragionevole dedurre che la responsabilità fosse del regime. Questa conclusione è stata confermata dai primi soccorritori, investigatori delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e analisti indipendenti.

hersh460x276Quando un giornalista vincitore del Premio Pulitzer e una rispettabile pubblicazione letteraria decidono di mettere il loro impegno a sfidare un consenso, si può ragionevolmente prevedere che siano stati fatti tutti i controlli del caso anche sulle evidenze. La gravità della questione esige che un elevato onere della prova sia soddisfatto. Le fonti dovrebbero essere controllate, le affermazioni confermate, prove contrarie affrontate.

Ma gli editori non hanno fatto nulla di tutto questo. Hanno dato la precedenza alla narrazione anziché al racconto della verità. Hanno ignorato i dati disponibili e, sulla base di affermazioni non confermate che provengono da una singola fonte anonima, hanno assolto l’autore di un’orribile atrocità, demonizzando i suoi oppositori e calunniando un capo di stato straniero. Peggio ancora, usando Hersh come esca, hanno fornito una cortina fumogena per nuove violazioni.

Cinque giorni dopo che l’articolo di Hersh è stato diffuso, un elicottero militare ha sganciato una bomba barile su Kafr Zita. Essa conteneva cloro tossico invece del solito TNT. Il regime, come Hersh, ha accusato il gruppo islamista Jabhat al-Nusra. Ma solo il regime ha una forza aerea.

In ogni un momento del massacro in corso,  offuscare la ben documentata  responsabilità del regime per un crimine di guerra non solo aiutare il regime oggi, ma lo aiuta anche domani. Finché rimangono dubbi sulle atrocità precedenti, ci sarà titubanza nell’assegnare nuove colpe.

La responsabilità verrà rinviata.

La propaganda di solito viene fatta funzionare su due binari: a volte si costruisce il sostegno ad una politica voluta, a volte indebolisce il supporto ad una politica indesiderata. Il primo metodo si basa sulla persuasione, l’ultimo sull’offuscamento. “Il dubbio è il nostro prodotto” fu la garanzia che le imprese di Relazioni Pubbliche diedero nel 1950 ad una industria di tabacco che fu colpita dalle crescenti prove scientifiche che collegano le sigarette al cancro. Energiche società che vogliono respingere una legislazione ambientale, hanno da allora investito nella stessa strategia.

Questo è anche il metodo di Hersh.

Il dubbio è spesso un controllo utile contro l’errore della fede senza riserve. Lo scetticismo è sano. Ma quando si ossifica in una volontà di NON credere, si nutre paranoia.

La Sala degli Specchi

I giornalisti non sono sempre esperti delle materie su cui scrivono i loro articoli. Ma novizi diligenti sanno come valutare la plausibilità di una storia, la credibilità di una fonte e la validità delle prove: si verifica quello che viene affermato e se ne fa un confronto relativo  alle conoscenze esistenti. Solo se tale controllo resiste, si avvia la pubblicazione. I redattori di Hersh sembrano aver fatto molto poco, semmai hanno fatto qualcosa, di tutto ciò.

Hersh sostiene che per la strage del 21 agosto il regime di Assad era innocente, e che in effetti l’attacco fu effettuato dal gruppo ribelle islamista Jabhat al-Nusra, come parte di ciò che la fonte di Hersh descrive come “una covert action pianificata dalla gente di [Primo Ministro turco Recep] Erdogan per spingere Obama oltre la linea rossa.”

Prima di approvare le prove di Hersh per queste affermazioni, i suoi editori avrebbero dovuto porsi le ovvie domande: se gli oppositori di Assad sono in possesso di sarin e missili balistici, perché non li hanno mai usati a loro vantaggio sul campo di battaglia? Se l’opposizione è determinata ad attivare l’intervento occidentale con qualsiasi mezzo, compreso il fratricidio, ad usarlo non dovrebbe essere il presunto “agente dell’Occidente”, cioè l’Esercito Siriano Libero (FSA), piuttosto che l’intransigente Jabhat al-Nusra, gruppo che è nel mirino del’Occidente? (Gli Stati Uniti lo hanno designato una organizzazione terroristica straniera.)

Se gli Stati Uniti erano determinati ad intervenire, come Hersh insiste che fosse, perché si sarebbero limitati ad un dubbioso pretesto chimico, quando c’erano così tanti casi umanitari indubitabili di cui avvalersi? Se il regime fosse innocente, perché si nega agli investigatori delle Nazioni Unite l’accesso al sito per quattro giorni, sottoponendo l’area all’implacabile fuoco di artiglieria? [i] Perché mai la Turchia, un Paese che non ha un programma di armi chimiche, dovrebbe rischiare la propria adesione alla NATO – e la sua, potenzialmente, futura adesione all’UE – con la produzione di sarin, facendolo specificamente per una goffa operazione false flag?

Ma ammettiamo pure che le affermazioni di Hersh siano vere. Allora, come ha fatto la Turchia a contrabbandare una tonnellata di sarin in una zona assediata? Come è stato organizzato un meccanismo di consegna per un tale carico di sostanze tossiche? Come sono stati coordinati i lanci su luoghi geograficamente separati, effettuati per far apparire che tutti siano stati fatti da zone sotto il controllo del regime?

Nessuno si aspetta che una rivista letteraria possieda la capacità di giudicare affermazioni tecniche, ma ogni impresa giornalistica deve soddisfare gli standard minimi. L’uso di fonti anonime non è problematico in sé. Ma è prassi comune tra gli editori seri trovare una fonte secondaria, questa volta non anonima, per corroborare le informazioni ottenute da una invece anonima.

Le accuse schiaccianti di Hersh sono tutte attribuite ad un’unica fonte. Non vi è alcuna conferma indipendente. Infatti, in un originale approccio al controllo incrociato, Hersh permette alla sua fonte di approvare la propria storia. La fonte sostiene che un memorandum del Defense Intelligence Agency (DIA) supporta le sue affermazioni. La DIA e l’Ufficio del Direttore della Intelligence Nazionale (ODNI) negano che esista un tale documento. Tali rifiuti possono essere prevedibili e facili da ignorare, ma Hersh non offre ulteriori verifiche. Né si spiega come la sua fonte, un “consulente”, sia  a conoscenza di un documento “altamente qualificato”. Senza conferme, ci sono buone ragioni per dubitare della sua autenticità. Come vedremo, un gruppo di individui che corrispondono alla descrizione delle fonti di Hersh, hanno già indicato il motivo e l’intenzione di fabbricare documenti per coinvolgere la Turchia e l’Arabia Saudita.

hershHersh poi fa il ritratto di un ufficiale dell’intelligence russa. Questo avrebbe un senso se la fonte dicesse qualcosa di coerente per essere una spia russa. Ma il funzionario russo afferma che la posizione russa ufficiale è che l’alleato della Russia è innocente. Hersh e il LRB trovano questa affermazione persuasiva – perché il “consulente dell’intelligence”, la cui storia dovrebbe essere corroborata, è ritenuto “affidabile”. La Sala degli specchi di Hersh rivela un mondo di misteri, intrighi e inganni. Ma l’unico inganno che si rivela è Hersh stesso. Scrive, per esempio, che secondo la sua fonte, “in pochi giorni dall’attacco del 21 agosto [… ] agenti russi dei servizi segreti militari avevano recuperato campioni di agenti chimici”, poi trasmessi al laboratorio di armi chimiche inglesi a Porton Down. Secondo la fonte di Hersh, l’ufficio britannico avrebbe confermato che il sarin non è venuto dall’arsenale del regime. Hersh non avalla la dichiarazione. In realtà, l’unica cosa che il laboratorio ha confermato è che il sarin è stato usato – basando le sue conclusioni sui campioni di terreno e di stoffa portati clandestinamente fuori dai siti colpiti. (Hersh non spiega perché ritiene che il laboratorio avrebbe considerato valido qualsiasi campione fornito dalla Russia, uno Stato determinato ad assolvere il suo cliente con qualsiasi mezzo, non importa quanto maldestro.)

Campioni sono stati anche recuperati dal sito dall’ONU. Ma Hersh non fa menzione di questi. Qualunque scoperta Porton Down avrebbe potuto fare, avrebbe sostituito ciò che gli ispettori dell’ONU hanno recuperato e studiato in prima persona. Il mandato delle Nazioni Unite non ha incluso l’assegnazione di responsabilità, ma la sentenza lascia poco spazio a dubbi. Gli autori dell’attacco, conclude, “hanno avuto accesso alle scorte di armi chimiche dell’esercito siriano, nonché alle competenze e alle attrezzature necessarie per gestire in modo sicuro grandi quantità di agenti chimici.” I risultati sono anche stati confermati dalle stesse dichiarazioni del regime siriano, dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC), come parte del suo accordo di cedere il suo arsenale chimico. Il regime ha dichiarato 80 tonnellate di esammina, un additivo specifico per la formula del sarin del regime; tracce di esso sono state trovate nelle prove raccolte dagli ispettori. Hersh menziona l’inchiesta delle Nazioni Unite in seguito, ma solo per consentire ad una fonte anonima, “a conoscenza delle attività delle Nazioni Unite”, di sostenere la soppressione delle sue conclusioni su un attacco chimico avvenuto in precedenza su Khan al-Assal. Hersh.  Evidentemente, non ha letto il rapporto. “Per quanto riguarda l’incidente di Khan Al-Assal del 19 marzo”, dice, “gli agenti chimici utilizzati in questo attacco portavano le stesse caratteristiche uniche di quelle utilizzate ad Al-Ghouta.”

Per giudicare il metodo di Hersh, consideriamo questa frase emblematica sugli investigatori delle Nazioni Unite: “[Il loro] accesso ai siti dell’attacco, avvenuto cinque giorni dopo la gasazione, era controllato dalle forze ribelli.” Insinuando che l’ONU potrebbe essere stato condizionato dalla presenza dei ribelli, Hersh vuole che i lettori trascurino un dettaglio fondamentale: la visita “è avvenuta cinque giorni dopo la gasazione” perché il regime ha negato l’accesso ai siti, sottoponendoli ad incessante fuoco di artiglieria.

Questa non è la segnalazione di un giornalista; è la distorsione di un propagandista.

L’evidenza

Per molti dei lettori di Hersh, il suo fascino sta meno nella qualità del suo giornalismo che nella sua forma espositiva. L’aria rarefatta di mistero, con figure indistinte che rivelano i loro segreti a un intrepido narratore di “verità”, risuonano in lettori pasciuti col giornalismo ad effetto  stile Guerra Fredda. Ma le fonti raramente sono agenti passivi: hanno dei programmi. Alcuni possono essere nobili; molti altri vogliono solo portare avanti vendette personali. La storia che Hersh spaccia al dettaglio è stata su internet per mesi. E’ apparsa in precedenza in una lettera aperta a Barack Obama, scritta da un gruppo di ex ufficiali dei servizi segreti e diplomatici che si fanno chiamare “Professionisti Veterani dell’intelligence per la Sanità Mentale” (VIPS), che avvertivano: “Vi è un crescente corpo di evidenze dedotte da numerose fonti in Medio Oriente – per lo più collegate all’opposizione siriana e ai suoi sostenitori – che forniscono un quadro circostanziale del fatto che l’incidente chimico del 21 agosto fosse una provocazione pianificata da tempo dall’opposizione siriana e dai suoi sostenitori saudita e turco. L’obiettivo sarebbe stato quello di creare il tipo di incidente che avrebbe coinvolto gli Stati Uniti nella guerra.”

Yossef Bodansky

Yossef Bodansky

I firmatari includono l’ex ufficiale della DIA Pat Lang, l’ex funzionario della NSA Thomas Drake, l’ex funzionario dell’FBI Coleen Rowley, l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Matthew Hoh, e gli ex ufficiali della CIA Larry Johnson, Ray McGovern, e Philip Giraldi. La data era il 6 settembre 2013. Ma cinque giorni prima, il sito complottista canadese Global Research, aveva pubblicato un articolo di Yossef Bodansky, un sostenitore israelo-americano dello zio di Bashar, Rifaat Assad, che dichiara come di seguito:

“Vi è un crescente volume di nuove prove da numerose fonti nel Medio Oriente – per lo più affiliati all’opposizione siriana e ai suoi sponsor e sostenitori – che conferma fortemente, sulla base di prove circostanziali solide, che il 21 agosto 2013 un attacco chimico nei sobborghi di Damasco fu davvero una provocazione premeditata da parte dell’opposizione siriana.”

I VIPS avevano plagiato Bodansky. Aggiungendo sauditi e turchi come un abbellimento supplementare. Non avevano fonti. (Matthew Hoh ha ritirato la sua firma e si è scusato dopo che ho portato il plagio alla sua attenzione). E’ possibile che la fonte di Hersh faccia parte di questo gruppo, e la sua storia è una perfetta eco di ciò che dichiarano. I VIPS nel frattempo sono occupati a  promuovere vigorosamente la teoria della cospirazione di Hersh.

Due dei VIPS, Pat Lang e Larry Johnson, corrispondono alla descrizione della fonte di Hersh. Uno di loro, Johnson, ha usato un linguaggio simile a quello usato da Hersh (“sarin da cucina”). Lui è del Tea Party, fucina della persuasione della destra americana, e ha un curriculum  di calunnie politicamente motivate​​.

Questo, però, non è la vera causa dell’imbarazzo per i VIPS. Un’altra storia da cui hanno attinto viene da un sito oscuro chiamato MintPress. Esso ha affermato che il principe saudita Bandar bin Sultan aveva fornito il sarin, e che un ribelle lo avesse accidentalmente liberato in un tunnel. Questo “incidente” avrebbe in qualche modo coinvolto 12 quartieri separati geograficamente, lasciando tutte le zone tra loro miracolosamente inalterate. All’articolo è stata dato credibilità tramite la firma di Dale Gavlak, un reporter di AP. Gavlak, che tuttavia ha ripudiato l’articolo dicendo di non aver potuto verificare le sue affermazioni. Il suo coautore, una figura nebulosa, è sparito silenziosamente verso l’Iran, rifiutando di rispondere alle domande.

Lloyd and Postol

Lloyd and Postol

MintPress ora è riemersa come primo difensore di Hersh. Ha fornito a due delle fonti di Hersh una piattaforma per attaccare i suoi critici. Il loro obiettivo principale è Eliot Higgins, il blogger noto come Brown Moses, che ha dimostrato la mancanza di plausibilità della teoria di Hersh. I pugili, Theodore Postol e Richard Lloyd, sono esperti in munizioni. Hanno prodotto delle avvaloranti analisi sui carichi e i raggi d’azione dei razzi utilizzati il 21 agosto. C’è poca ragione di dubitare della loro esperienza in questo settore. Ma c’è tanto da mettere in discussione nelle loro analisi politiche e speculazioni. Cioè: Postol e Lloyd sostengono che, dato il carico pesante, la gamma dei razzi poteva  partire da due chilometri, e quindi non avrebbe potuto avere origine dal “cuore” delle aree controllate dal regime, come l’amministrazione Obama ha sostenuto. Ma l’amministrazione Obama ha anche sovrastimato la distanza delle posizioni del regime. Usando l’analisi della traiettoria è stato possibile calcolare le coordinate probabili di lancio, che, anche nel raggio di due chilometri, li colloca in zone in cui le forze del regime erano attive il 21 agosto.

Inoltre, Postol inizialmente ha sostenuto che il razzo utilizzato durante l’attacco “non riesce a giustificare le traiettorie specifiche di un razzo simile, ma di uno più piccolo noto per essere nell’arsenale siriano.” Ha sostenuto – una pretesa che Hersh ripete come un eco – che il razzo avrebbe potuto essere riprodotto in una modesta officina attrezzata [ii] Ma prove video e fotografiche dimostrano che i razzi corrispondono esattamente alle tipologie specifiche di due tipi noti per essere nell’arsenale del regime – il Volcano e il Soviet 140mm M14. Essi non sono, come Postol e Lloyd insistono, “improvvisati”.

Accettare questo come plausibile, si potrebbe anche accettare la relativa dichiarazione di Hersh che il sarin può essere prodotto in una cucina. Bashar al-Assad condivide questo punto di vista, ma gli esperti di armi chimiche non sono comprensibilmente d’accordo. Il Sarin è una sostanza mortale; la sua produzione richiede un sostanziale impegno tecnico, finanziario e logistico. Non è il genere di cosa che si può nascondere in una casa; né è qualcosa che si può caricare in razzi artigianali utilizzando guanti da cucina. E’ significativo che Postol e Lloyd ignorino l’aspetto dela preparazione dell’operazione.

Il metodo ideologico

Forse questo non è poi così sorprendente: Postol ha detto al GlobalPost che la sua ricerca si è ispirata alle teorie di Hersh; e nella sua determinazione per convalidarla, sembra che abbia ignorato tutte le prove che invece le mina. Émile Durkheim ha chiamato questo”metodo ideologico” – “Nozioni per disciplinare la raccolta dei fatti, piuttosto che far derivare nozioni da essi”.

Questo descrive anche il metodo di Hersh. Egli ignora o offusca fatti accertati che contraddicono la sua teoria: come il fatto che il sistema di erogazione utilizzato negli attacchi è peculiare al regime, o che l’ONU abbia stabilito che il sarin poteva venire solo dalle scorte governative. Invece, egli  trasmette una frottola inventata da una parte interessata e rinuncia alle conferme. Per Hersh, il fatto che la DIA e la ODNI abbiano seccamente respinto la sua storia è un’ulteriore prova di insabbiatura. Egli non spiega, allora, perché i servizi segreti britannici, francesi e tedeschi abbiano raggiunto esattamente la stessa conclusione. Egli non menziona affatto l’indagine svolta da Human Rights Watch o le analisi di Higgins e dell’esperto di armi chimiche britannico Dan Kaszeta.

Perché?

Che cosa possiede una pubblicazione letteraria rispettabile che pesca a strascico in improbabili teorie del complotto,  nel tentativo di confutare un singolo (anche se singolare) crimine di guerra, il cui significato è da tempo confermato dalla frequenza di altri? Al tempo degli attacchi, 60.000 siriani sono stati uccisi; da allora, più di 80.000 sono stati uccisi. The London Review stabilirà forse  che questo evento è stato significativo non tanto per il numero di civili uccisi o per il metodo raccapricciante che ha causato la loro morte, ma per l’intervento che ha quasi scatenato. La minaccia di un intervento, però, era labile – ed è passata. Se fosse stato lanciato, non è certo che le conseguenze sarebbero state peggiori di quanto le conseguenze del non-intervento. La repressione dello Stato siriano nel frattempo è sostenuto, e continua. Come si spiega questa distorta gerarchia di preoccupazioni?

Se, per il mondo, Obama è un Amleto sconclusionato, per Hersh è un Coriolano intransigente. L’Obama di Hersh faceva pressioni militari per lanciare un “attacco mostruoso”, usando tra l’altro “due B-52”.  Non ci viene detto perché Obama  – il presidente-drone – agirebbe così fuori di carattere. Le sue preferenze hanno spaziato dai missili Tomahawk agli Hellfire, non Black Hawks e B-52.

Hersh può anche essere un credulone, ma alcune sue dichiarazioni lasciano poco dubbio al fatto che qualcosa di meno benigno stia succedendo. Egli non solo esonera il regime accusando i suoi oppositori dei suoi crimini; ma produce, nei fatti, un argomento mirato perchè Assad possa mantenere il suo arsenale. “Il regime siriano continua nel processo di eliminazione del suo arsenale chimico,” ma, Hersh avverte, “dopo la distruzione della riserva di Assad, al-Nusra e i suoi alleati islamici potrebbero restare come unica fazione all’interno della Siria ad avere accesso agli ingredienti che possono produrre sarin, arma strategica diversa da qualsiasi altra in zona di guerra.” Gli editori del LRB hanno davvero permesso che si pubblicasse questo passaggio!

Per The London Review of Books, a quanto pare, i siriani sono pedine in una battaglia ideologica. E’ molto più facile intrattenere una teoria della cospirazione, tuttavia inverosimile, piuttosto che accettare che Obama e la comunità di intelligence potrebbero avere ragione sull’aguzzino del popolo siriano. La rivista ha pubblicato quattro articoli che danno la colpa dei crimini di Assad alle sue vittime. Eppure non ha consentito ad un solo siriano di scrivere sul conflitto. Avrebbe potuto, per esempio, considerare di discutere con i primi soccorritori; si potrebbe, per esempio, permettere ai sopravvissuti di raccontare le loro storie. Ma questo causerebbe la “dissonanza cognitiva”. Ammettere che Assad potrebbe essere responsabile dei propri crimini, significa mettere in discussione, o almeno dequalificare, l’assioma che gli Stati Uniti sono la fonte unica di tutti i mali.

Ormai anche il più dogmatico tra gli editori di Hersh deve aver capito che sono stati presi in giro. Le loro propensioni ideologiche e l’ansia per di audience hanno facilitato l’inganno.

Hanno giocato, inoltrandosi in ciò che è in effetti propaganda pro-fascista. Se hanno una minima premura per la loro credibilità, dovrebbero rivelare il nome della loro fonte – o accettare di essere per sempre associati ad una bufala mostruosa.

 

553742_10151918576195591_227039585_nDr. Muhammad Ahmad Idrees è l’autore di “The Road to Iraq: The Making of a Neo-Conservative War”. Potete seguirlo su Twitter : @im_pulse

[i] Il cospirazionismo, però, ha le sue proprie domande e una propria logica deduttiva. Entro una settimana dagli attacchi, uno scrittore del LRB aveva già distribuito testi per affermare l’innocenza del regime. “Chiaramente” ha affermato, “il beneficiario non era il regime siriano” Chiaramente, da questa logica, si deduce che gli Stati Uniti non hanno mai invaso l’Iraq.

[ii] Anche se entrambi si sono dati alle dichiarazioni roboanti, Lloyd sorpassa anche l’irascibile Postol: “I ribelli siriani sicuramente hanno la capacità di creare queste armi,” ha detto a McClatchyDC. “Penso che potrebbero avere anche più possibilità dello stesso governo siriano.” Lui pensa. Che bisogno di prove c’è?

ORIGINALE: http://lareviewofbooks.org/essay/dangerous-method-syria-sy-hersh-art-mass-crime-revisionism/#

SIRIA, Memorie di una camera di tortura

4 Giu

Syria-torture-AFPSCRITTO DA UMBERTO BACCHI, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Dopo la morte di Hamza, Ahmed prese il nocciolo di una delle poche olive che gli erano state date per il pranzo dalla guardia carceraria, e scarabocchiò sul muro.

“In memoria di un padre di tre ragazze, scomparso in questa cella. Voleva vivere”.

Ahmed aveva conosciuto Hamza solo per pochi minuti, ma, dice, lo trovò impossibile da dimenticare. Quella mattina, era appena stato messo in isolamento all’arrivo presso la filiale della sicurezza politica del governo di Damasco.

Ahmed sapeva che è saggio tacere quando si arriva in un nuovo centro di detenzione.

Era stato trasferito ad altri rami della direzione della sicurezza generale del regime dal suo arresto per essere interrogato, e aveva ricevuto la stessa “festa di benvenuto”, come la chiama lui, ovunque.

“I primi due giorni ti picchiano e ti torturano per farti cedere”, dice.

Ma la nuova cella aveva solo pareti, senza gabinetto, di cui lui aveva bisogno.

“Sono stato stupido. Bussai alla porta chiedendo di andare in bagno. La guardia disse: ‘Sì, ti porteremo’. Una volta nel corridoio hanno mi hanno percosso tirando fuori l’inferno da me, dicendomi di farla lì. Non ne fui capace, e mi gettarono di nuovo in isolamento”, ricorda nervosamente, fumando una sigaretta.

Ahmed pensò che fosse finita per quel giorno, ma ben presto si rese conto di essersi sbagliato.

“Ho sentito che percuotevano un altro ragazzo, poi qualcuno gridò: ‘sta morendo’, e la mia porta si aprì di nuovo”.

“Lo gettarono nella mia cella. Era rosso di sangue e indossava solo i boxer e una t -shirt che è stata lacerata”, dice Ahmed.

“‘Mi disse che aveva freddo. Poggiai la sua testa sulla mia gamba, gli diedi la mia camicia e iniziammo a parlare.”

Hamza era un rivenditore di auto dalla città vecchia di Damasco. Era stato arrestato per il suo presunto coinvolgimento nella rivoluzione. “Ha combattuto per il diritto ad una vita migliore”, dice Ahmed.

Hamza gli raccontò delle sue tre figlie. “Ricordo ancora i nomi: Sarah, Fayruz e Afaf”.

Poi afferrò la lunga barba di Ahmed, cresciuta durante la detenzione, e lo pregò di contattare la sua famiglia se mai fosse morto.

“Chiuse gli occhi, ed io pensai che dormiva, mentre la sua mano teneva ancora la mia barba. Poi, improvvisamente, spirò”, dice Ahmed.

“Rimasi scioccato, piangevo”, dice, mentre i suoi occhi si fanno rossi e acquosi, e si accende un’altra sigaretta.

“Ho detto alla guardia che era morto. Rise. ‘E che cosa dobbiamo fare?’ disse. ”

Il corpo di Hamza fu lasciato nella cella di Ahmed per due giorni. Poi le guardie dissero ad Ahmed di portare il corpo fuori dalla cella.

“C’era una fila di loro in attesa, fuori. Cominciarono a colpirmi mentre portavo fuori il corpo di Hamza”.

Ahmed chino la testa in giù, portando il suo viso vicino al corpo di Hamza.

“Purtroppo cominciava a decomporsi”, dice Ahmed.

Lasciò cadere a terra il corpo e corse di nuovo nella cella. Le guardie lo seguirono.

“Uno disse: ‘Per farti diventare un uomo forte, ti darò un regalo’ e mi colpì con il taser sulla schiena”, dice Ahmed.

“Non sentii nulla. Nessun dolore. Il dolore era dentro, avevo perso la sensazione del dolore fisico.”

La detenzione

Non c’era altro motivo per cui Hamza fu gettato nella sua cella che il piacere sadico delle guardie e del loro disprezzo per la vita umana, dice Ahmed.

Era la primavera del 2012 e la Siria stava entrando nella violenza che continua ancora oggi.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), nei primi quattro mesi e mezzo del 2014, 847 prigionieri, tra cui 15 minori e sei donne, sono morti di torture, esecuzioni sommarie, e maltrattamenti, nelle carceri siriane e nelle basi militari.

Dall’inizio del conflitto, circa 18.000 persone detenute dal governo sono scomparse, e molti sono considerati morti, secondo il SOHR.

Ahmed ci è passato, ma è sopravvissuto. IBTimes UK lo ha incontrato in un bar vicino a Piazza Taksim, a Istanbul, dove vive come rifugiato.

Nato a Homs, è stato incrociato da un collega attivista e arrestato all’inizio del 2012.

Lui non era un combattente ribelle, ma aveva attivamente sostenuto la rivolta contro il governo di Bashar al-Assad, prendendosi cura della logistica e della ricerca di forniture mediche, cibo e denaro.

Ha detto che il periodo più duro della detenzione sono stati i primi sette giorni in cui “nessuno ti parla, ti picchiano solo”.

Nelle mani dei servizi di sicurezza di Assad, è stato torturato a lungo. E’ rimasto appeso nudo per ore, docce di acqua e poi preso a scosse elettriche diverse volte. Aveva le unghie strappate dal suo piede sinistro e il polpaccio destro infilzato.

Ora ride, mostrando la ricrescita delle unghie nodose: “Questo è nulla in confronto a quello che altre persone hanno subìto.”

Mostra una lunga cicatrice sulla fronte, dicendo che un dentista gli ha chiesto circa $3.000 per risolvere ciò che era rimasto delle sue mascelle e dei denti. La sua vista a volte diventa sfuocata, e improvvisi mal di testa sono compagni quotidiani, dice.

 

La fuga

Dopo cinque mesi a Damasco, un giudice lo trasferì di nuovo a Homs, dove ha affrontato un processo con l’accusa di appartenenza a un gruppo terroristico.

Il figlio istruito di una famiglia benestante, fu più fortunato di tanti altri.

Sua madre aveva perso il marito ed era disposto a cose estreme per salvare il suo unico figlio.Quando seppe che stava per essere trasferito in un carcere militare, raccolse i suoi risparmi, si mise in contatto con le persone giuste, e pagò 8 milioni di sterline siriane (£ 30.000) per corrompere e assicurare la liberazione di Ahmed.

“Mia madre è un eroe. Andò nei luoghi più pericolosi per liberarmi”, dice.

Fu rilasciato per il suo 31° compleanno, nel mese di ottobre 2013. Una settimana più tardi un veicolo militare si fermò davanti alla sua casa.

Sua madre gli disse di non preoccuparsi: avevano pagato e lui era un uomo libero, ora; ma Ahmed era così traumatizzato dalla sua esperienza che il suo corpo tremava alla vista di una divisa. Si nascose in cantina. Era la cosa giusta da fare.

“Volevano riportarmi indietro. Qualcuno aveva fatto il mio nome alla sicurezza aeronautica a Homs”, dice. “Hanno detto loro che ero a Damasco e l’hanno creduto.”

Ad Ahmed restavano due opzioni: unirsi a un gruppo di ribelli o fuggire.

Ha scelto la seconda.

“Quando sono entrato in prigione sapevo chi fossero tutti i soggetti coinvolti nella rivolta a Homs. Quando uscii era diverso. Le cose erano cambiate”, dice.

Ancora più importante però, era per Amhed aiutare la madre, e trovare un lavoro per rimborsarla.

Ha pagato un contrabbandiere che lo ha derubato prima di condurlo attraverso il confine libanese. “Ha detto: ‘dammi tutto quello che hai, o ti consegno ai militari'”, ricorda Ahmed.

Dal Libano ha viaggiato verso la Turchia e poi ad Istanbul.

Mentre parlavamo, i ribelli stavano completando il loro ritiro da Homs, segnando la fine di tre anni di resistenza.

Ahmed è scoraggiato, ma non rassegnato. “Tutto quello che abbiamo cercato di costruire è perso … ma non significa che non possiamo costruire di nuovo”, dice, promettendo di tornare, un giorno.

“Amo il mio paese, ma soprattutto amo la mia città, molto, amo Homs. Quando andavo a scuola incidevo o scarabocchiavo il mio nome in giro per la città. Non avrei mai pensato che lo avrei fatto anche dentro le mura di un carcere, ma ora il mio nome è lì. Sono dappertutto, lì”.

I tentativi di Ahmed per contattare la famiglia di Hamza hanno avuto successo.

I nomi sono stati cambiati per proteggere la loro identità.

 

ORIGINALE: Syria: Memoir of an Assad Torture Chamber

http://www.ibtimes.co.uk/syria-memoir-assad-torture-chamber-1449360

Piccola guida per i “simpatizzanti di Assad” che si auto-definiscono “pro-palestinesi”

7 Mag

SCRITTO DA NICOLE MAGNOONA GERVITZ, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

– Settembre Nero 1970: Hafez al Assad inviò carri armati in Giordania per sostenere i palestinesi contro l’Hascemita re Hussein. L’OLP vinse il sostegno popolare tra le masse arabe dopo che i regimi furono completamente screditati nel 1967 per mano di Israele. Re Hussein ordinò al suo esercito di attaccare le forze dell’OLP in Giordania a causa della sua politica dichiarata di volerlo rovesciare. Assad si rifiutò di inviare un forte sostegno militare siriano perché temeva un’altra guerra con Israele. Rifiutò di fornire copertura aerea ai carri armati siriani e furono costretti a ritirarsi in seguito al bombardamento da parte dei giordani.

Questo lasciò i palestinesi isolati, abbandonati, e diverse migliaia di loro furono massacrati dall’esercito di Hussein. Solo poche settimane dopo quel Settembre Nero, Hafez al Assad portò a termine il suo colpo di stato militare a Damasco.

 

– 1973: la Siria tentò di riprendere il controllo delle alture del Golan e fu un altro fallimento. Hafez al Assad si trovò a diventare la guardia di sicurezza di Israele per il confine settentrionale. Il colonnello Rafik Halawi, comandante druso della brigata di fanteria che fu distrutto dagli israeliani nel Golan, fu giustiziato sotto gli ordini di Hafez prima della guerra da un funzionario vicino. Il regime siriano sostenne che fu ucciso nella battaglia con Israele, e a chiunque fosse catturato fu imposto di non dire niente, minacciato con torture e prigionia.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

– 1976: Hafez al Assad sostenne i falangisti libanesi fascisti cristiani contro l’alleanza comunista libanese  – OLP, che si era formata in opposizione sia ai falangisti che alla tirannia baathista. L’invasione militare siriana del Libano nel 1976 fu approvata dagli USA. Tuttavia, l’alleanza libanese comunista – OLP spazzò via le forze di occupazione siriane nel giugno dello stesso anno. Due mesi dopo Hafez al Assad spezzò quella resistenza. I falangisti, sostenuti da Hafez al Assad, commisero un massacro di palestinesi nel campo profughi di Tal al Zaatar.

Con la benedizione della Lega Araba il governo siriano decise di allearsi con Israele per impedire la sconfitta dei falangisti. I campi palestinesi di Karantina e Tel al Zaatar furono assediati dall’esercito siriano, e 2.000 palestinesi furono uccisi.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

Una lettera aperta dalla resistenza palestinese fu diffusa quell’estate all’interno dei campi;

“Vengono utilizzate armi siriane – la maggior parte, purtroppo – contro il nostro accampamento, mentre i governanti di Damasco continuano a ripetere che sono qui in Libano per difenderci. Questa è una menzogna assassina, una bugia che ci fa soffrire più di qualunque cosa … Ma noi desideriamo informare che ci batteremo in difesa di questo campo con le nostre mani nude, anche se tutte le nostre munizioni e tutte le nostre armi saranno esaurite, e che stringeremo la cinghia in modo da non lasciarci uccidere dalla fame. Abbiamo deciso di non arrendersi e non ci arrenderemo … “

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni '80.

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni ’80.

– 1980: Nell’ambito della sua repressione feroce contro i dissidenti di sinistra, nel 1980 il regime di Hafez al Assad arrestò centinaia di attivisti sia del Partito d’Azione Comunista che del Partito comunista siriano, nel tentativo di soffocare le ultime voci di dissenso dopo che aveva schiacciato la Fratellanza Musulmana. Restarono i comunisti siriani a lavorare con un gruppo di dissidenti palestinesi, quello fu chiamato “Comitato Popolare Palestinese del campo profughi di Yarmouk”, nel governatorato di Damasco. Fu fondato nel 1983, ma fu costretto a sciogliersi due anni più tardi a causa della campagna di arresti di Hafez al Assad. 200 membri del Partito d’azione comunista furono arrestati dalle forze di sicurezza siriane nel 1986.

– L’OLP cominciò a incrinarsi nel 1983. Il colonnello Saed Abu Musa era rivale di Arafat e guidò una ribellione contro al Fatah nella valle del Bekaa. Abu Musa era stato un soldato professionista nell’esercito giordano prima di entrare nell’OLP.

Il regime siriano lo sostenne, fornendogli armi. Abu Musa e i suoi seguaci cacciarono gli uomini di Arafat da Tripoli, quell’estate. Quando un giornalista del Newsweek chiese a Yasser Arafat un commento riguardo l’ammutinamento, egli rispose: “Non mi chiedere di burattini e cavalli di Troia … Assad vuole la mia pelle. Vuole la resa palestinese, e non voglio dargliela.”

La maggior parte dei rifugiati palestinesi scelsero Arafat contro il fantoccio siriano, ma come conseguenza, Hafez cacciò via gli uomini di Arafat da Tripoli, e la resistenza palestinese fu depotenziata.

– Nella “guerra dei campi”, tra il 1985 e il 1988, Hafez al Assad reclutò il movimento sciita libanese Amal. In quel momento era in conflitto con Hezbollah, ed aprì il fuoco contro i palestinesi e Hezbollah contemporaneamente.

Libano: Tripoli è una città a maggioranza sunnita, con una minoranza alawita che ha fornito sostegno finanziario al governo siriano. Gli alawiti siriani furono posti nel Parlamento libanese interamente per lle pressioni di Damasco. Le leggi sulla naturalizzazione del Libano vennero completamente sovvertite.

I rifugiati palestinesi provenienti dalla Nakba del 1948, e durante il suo sequel nel 1967, che hanno vissuto nei campi profughi, non possono ottenere la cittadinanza libanese, ma agli alawiti siriani è garantito in qualsiasi momento.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

– 2000: Mentre Bashar al Assad elogiava la seconda Intifada, centinaia di palestinesi languivano nelle sue carceri. Attieyeh Dhiab Attieyeh, un palestinese di 30 anni, morì nel carcere di Tadmur all’inizio del 2000, a causa di negligenza medica. Era già molto malato quando fu trasferito a Tadmur nel 1996. Attieyeh era un membro di Fatah, la fazione guidata da Yasser Arafat, e fu arrestato nel 1989 nel sud del Libano prima di essere inviato in Siria.

– 2008: C’è una somiglianza tra il massacro di Hama del 1982 e Piombo fuso.

In entrambi i massacri, i minareti delle moschee sono stati distrutti dalle forze di occupazione, che hanno sostenuto che i minareti venivano utilizzati dai cecchini islamici. Non ci sono prove di ciò in entrambi i casi, ma c’è la prova del disgusto per l’Islam ortodosso espresso da entrambi i regimi.

– Maggio 2011: Rompendo l’assedio (del regime siriano) su Deraa, a pochi palestinesi dal campo di Yarmouk  è stato possibile consegnare alcune forniture mediche di cui si aveva disperatamente bisogno.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

– Nakba Day 2011: Centinaia di palestinesi provenienti dai campi profughi nei dintorni di Damasco furono inviati nella zona demilitarizzata che separa la Siria dalle alture del Golan. La sicurezza dei civili palestinesi non era la priorità. La recinzione fu violata e le forze di occupazione israeliane aprirono il fuoco, e una dozzina di palestinesi furono uccisi. Ci fu un secondo spargimento di sangue a giugno, nel Naksa Day, l’anniversario dello scoppio della guerra del giugno 1967. Un’altra decina di palestinesi furono uccisi. Questi fatti erano senza precedenti,  perché mai prima di allora il governo siriano aveva spinto centinaia di palestinesi sul Golan, in entrambi gli anniversari. Perché nel 2011? Per distogliere l’attenzione dal massacro in corso nelle strade siriane. Uno dei principali rami dell’intelligence siriana si occupa solo di questioni relative alla Palestina. E’ impossibile che l governo siriano non sapesse che una violazione della recinzione del Golan sarebbe costata tante vite palestinesi.

– Autunno 2011: Ghiyath Matar, un giovane di origini palestinesi che viveva nei sobborghi di Daraya di Damasco, utilizzò la strategia di distribuire rose e acqua alle forze di sicurezza alawite inviate dal regime per sparare sui manifestanti.

images (6)Ai primi di settembre del 2011 era morto. Il suo cadavere mutilato fu consegnato alla famiglia quattro giorni dopo il suo arresto. Diversi inviati americani hanno partecipato al suo funerale. Il portavoce del regime di Assad sostenne che una banda armata fu responsabile della tortura e della morte di Ghiyath, e questa è una mezza verità perché, dopo tutto, quella banda armata era inviata dal governo.

– Come risultato della campagna di repressione genocida di Bashar al Assad, Yarmouk è diventata la casa per un milione di profughi siriani sfollati entro la fine del 2011. Quando l’Esercito siriano libero guadagnò terreno nella periferia meridionale di Damasco, l’esercito siriano cominciò a colpire il campo mentre, allo stesso tempo, armava il pro-regime PFLP-GC. Mortai sono stati sparati sul campo da parte delle forze di Assad prima ancora che l’FSA vi mettesse piede.

– Estate 2012: paramilitari alawiti che vivevano a Nisreen, vicino a Yarmouk, aprirono il fuoco su una massiccia manifestazione anti-governativa, uccidendo dieci palestinesi, tra cui un bambino.

– Autunno 2012: L’FSA istituì una linea di alimentazione attraverso Yarmouk, a cui seguì una massiccia punizione collettiva per mano del regime: le forze governative siriane e le milizie alawite circondarono Yarmouk, e nell’ottobre del 2012 gli ingressi al campo furono aperti solo per due o tre giorni alla settimana. I civili portavano il peso della violenza; la fame, la malattia, e i bombardamenti indiscriminati. 

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei "pro-palestinesi" osservavo un totale silenzio.

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei “pro-palestinesi” osservavo un totale silenzio.

– Dicembre 2012: aerei militari del regime siriano bombardano una moschea a Yarmouk, che ospitava rifugiati siriani sfollati. Decine furono uccisi. Il pretesto per una tale atrocità era che l’FSA aveva nascosto alcune armi nel seminterrato della moschea.

– 2013: Khaled Bakrawi. un giovane siro-palestinese organizzatore di comunità e membro fondatore della Fondazione Jafra per il soccorso e lo sviluppo della gioventù, fu arrestato dalle forze di sicurezza statali alawite, nel gennaio del 2013, per il suo ruolo di primo piano nella realizzazione di attività umanitarie e di aiuto a Yarmouk. A settembre i palestinesi di Yarmouk seppero che Khaled fu ucciso sotto tortura in un centro di detenzione a Damasco.

Khaled Bakrawi prese parte alla marcia di giugno nel Golan. Vedendo il leader del FPLP-CG, Ahmad Jibril, condurre il popolo nella zona del cessate il fuoco occupata da Israele, e sapendo cosa stava per accadere, cercò di dissuadere i suoi compagni palestinesi dal seguire gli ordini di Ahmad Jibril, ma inutilmente. Khaled fu costretto a guardare come le forze di sicurezza di Stato alawiti si rilassavano bevendo tè, mentre i soldati di occupazione israeliani scaricavano proiettili verso i suoi fratelli. Khaled prese due proiettili nella gamba.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Il giovane che fu definito eroe per i proiettili sionisti, sarebbe poi svanito nell’oblio dopo il suo assassinio per mano delle forze di sicurezza di Bashar al Assad.

– I Palestinesi di Yarmouk sono stai a volte uccisi da altri palestinesi. Il missile russo BM -21 Grad fu utilizzato per attaccare Yarmouk nel luglio del 2013. Due missili grad furono lanciati sulla struttura di panificio di Hamdan il 24 luglio, uccidendo quindici civili. E’ stato riferito sia da Reuters che dal Comitato di Coordinamento campo di Yarmouk che questo attacco è stato effettuato dal FPLP-CG. Quindici palestinesi di Yarmouk morirono di fame tra settembre e dicembre del 2013. Il numero dei profughi palestinesi uccisi dal 2011 in Siria ha raggiunto i 1.597, oltre ad altri 651 dispersi o imprigionati, e i 74 torturati a morte nei centri di detenzione del regime dal 2013.

– L’annichilimento del paese da parte del regime di Assad è positivo per Israele: un despota arabo che schiaccia il suo popolo ha sempre un posto speciale nel cuore sionista. Israele ha sempre fatto affidamento sui despoti arabi corrotti come Bashar al Assad, per reprimere le masse al suo posto; un sentimento anti-iraniano è stato seminato nel mondo arabo a causa della sua colonizzazione della Siria.

E Hezbollah è troppo occupato nell’omicidio di siriani per causare disturbo ad Israele. Ed Israele non è più esposto ad alcuna pressione ad abbandonare le alture del Golan.”

originale: http://wewritewhatwelike.com/2014/05/05/a-guide-for-the-palestinian-or-pro-palestinian-shabiha-sympathizer-in-your-life/

‘Siriani, scegliete i vostri Passaporti’

7 Mag

images (7)SCRITTA DA HANNAH LUCINDA SMITH, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Alle 17:00 di un umido pomeriggio, Venerdì, il cancello del confine di Bab Al-Salam è affollato. Decine di civili, molti dei quali donne e bambini, in coda per attraversare il confine con la Turchia, disperati, per poterlo fare in giornata, prima che il passaggio chiuda. Si affollano fino alla finestra dell’ufficio di confine, a spintoni e gridando, con i loro beni più importanti, e stringendo nelle mani i loro passaporti.

Per le persone sfollate della Siria, un passaporto fa la differenza tra esistere ufficialmente o no. Chi ha un passaporto può passare attraverso i valichi di frontiera dei ribelli verso la Turchia, ottenere lo status di residenza una volta entrati, e, se sono fortunati e abili, trovare lavoro o borse di studio. Possono affittare appartamenti, acquistare e guidare auto siriane registrate, e viaggiare liberamente all’interno della Turchia. Coloro che non hanno il passaporto devono attraversare il confine illegalmente, mettersi nelle mani dei passatori e soggiornare in uno dei campi profughi istituiti dal governo turco, o rischiare di essere deportati in Siria.

Di fronte a questa scelta, migliaia di profughi siriani si stanno rivolgendo ai commercianti di passaporti illegali per acquistare i documenti di cui hanno bisogno per vivere una parvenza di vita normale in Turchia. Un passaporto siriano non è mai stato un grande business sul mercato nero, prima della rivolta contro il presidente Bashar Al- ssad, c’erano pochi posti che si potevano raggiungere senza un visto al di fuori del Medio Oriente.

Ma Youssef, un uomo robusto e sorridente di poco più di trent’anni, sostiene che ora sono in vendita fino a 30 passaporti in un mese per siriani disperati, a 1.500 dollari ognuno. Alcuni dei suoi clienti, dice, ha dovuto vendere tutto l’oro di famiglia solo per raccogliere i fondi per acquistare i documenti che permetteranno loro di lasciare il paese in modo sicuro.

Youssef appartiene a una classe di imprenditori criminali che hanno visto un boom delle loro imprese grazie al conflitto siriano. Prima della rivolta era un piccolo falsario di Azaz, si occupava principalmente di falsi matrimonio e certificati di laurea. Non aveva mai imparato a leggere e scrivere, ma aveva occhio per copiare disegni e testi su documenti ufficiali, e le ricompense erano abbastanza decenti da fargli rischiare una condanna a tre anni dal governo siriano per falso.

Quando è iniziato il conflitto, un flusso di giovani ha iniziato a chiedergli di acquistare le carte utili a rinviare il servizio militare. L’obbligo di frequentare per due anni le forze armate, per quasi tutti i giovani uomini in Siria è sempre stato considerato un inconveniente. Gli uomini che andati a studiare all’università potevano rinviare l’arruolamento fino alla laurea, dopo di che erano comunque costretti a trascorrere due anni in un campo militare, dimenticando tutto quello che avevano imparato, prima che potessero iniziare la loro vita. Quando l’esercito ha iniziato a sparare sui manifestanti a Dera’a nel 2011, quello che era stato un inconveniente è diventato una questione di coscienza. Molti giovani siriani temevano di essere chiamati a servire in un esercito che stava uccidendo le persone con cui essi simpatizzavano. Quindi, per uscirne ancora per alcuni mesi, si rivolgevano a uomini come Youssef.

Come le proteste si trasformarono in un conflitto in piena regola, i clienti di Youssef cambiarono ancora una volta. I civili hanno cominciato a fuggire dalle raffiche di bombardamenti e dal fuoco nelle città, fuggendo prima verso i luoghi sicuri all’interno della Siria. Presto non ci sono più stati posti sicuri. Ogni regione, ogni città e ogni paese è stato inghiottito nella calamità. Quando i ribelli siriani hanno preso il controllo di una serie di valichi di frontiera con la Turchia nel 2012, hanno fornito una via d’uscita a chi aveva documenti. Coloro che ne erano sprovvisti, o che erano stati costretti a lasciarli nelle case da cui fuggivano, hanno iniziato a rivolgersi a uomini come Youssef.

Ora, per come si trascina il conflitto, anche le persone che originariamente hanno lasciato la Siria con documenti validi sono costrettei a pagare i commercianti illegali per rinnovarli. I giovani che non hanno completato il servizio militare hanno validità di soli due anni sui loro passaporti, tanti di coloro che vivono in esilio in Turchia stanno ora contando le settimane fino a quando i loro documenti scadranno, sapendo che sarà improbabile che il regime di Damasco rinnovi i loro documenti ufficialmente, se hanno avuto anche un minimo di coinvolgimento con l’opposizione.

“All’inizio arrangiavo giusto i passaporti scaduti”, spiega Youssef. “Graffiavo la data per sostituirla.”

Poi ha trovato un metodo più affidabile. Ha iniziato a comprare passaporti in bianco e timbri di rinnovo da un funzionario del regime corrotto. Sono indistinguibili da quelli emessi dal regime: Youssef vanta che uno dei suoi clienti è anche riuscito a recarsi in Iran, fedele alleato di Damasco, con uno dei suoi passaport . “Questa attività dipende dalla fiducia, e le persone mandano i loro amici e parenti da me” dice. “La reputazione è tutto, e la mia è buona.”

Più a lungo il conflitto infuria, più la gente comune sarà costretta a fare affari con uomini come Youssef. Egli insiste sul fatto che lui non è un profittatore: “Sto solo cercando di aiutare la gente”, dice. Il governo turco sta prendendo misure concrete per aiutare i siriani su questo lato del confine, e per arginare l’ondata di criminalità, il contrabbando, la contraffazione e il traffico, che si sono imposti lungo il confine come conseguenza del conflitto in Siria. E’ l’emissione di carte d’identità a tutti i siriani in Turchia, se hanno passaporto o no, che consentirebbero loro di rimanere nel paese senza ostacoli e attraversare la frontiera liberamente.

Ma si stima che ci siano oltre un milione di rifugiati siriani in questo paese, e molti di loro nascosti in luoghi di scarsa qualità, in posti di lavoro illegali e sottopagati. Ci vorrà tempo per registrare tutti loro, e fino ad allora l’attività di Youssef continuerà a prosperare.

Originale: http://www.aawsat.net/2014/05/article55331845