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I palestinesi in Siria lottano per il pane e l’auto-rappresentanza

22 Dic
Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

Manifestanti palestinesi in solidarietà con i palestinesi in Yarmouk. Demotix/Mahmoud Essa. All rights reserved.

di Céline Cantat. Open Democracy 5/12/2014. Traduzione di Claudia Avolio.

In un recente articolo pubblicato da Russia Today e ripostato su siti solidali verso la Palestina, Sharmine Narwani offre una versione della situazione dei palestinesi in Siria considerevolmente diversa da quella descritta da numerosi rifugiati siro-palestinesi.

Nel suo articolo, Narwani descrive la popolazione palestinese come infinitamente grata al regime, che non avrebbe mai fallito nel sostegno alla lotta palestinese. I rifugiati palestinesi in Siria – piuttosto che avere una propria rappresentanza politica e guardare ai propri interessi rispetto alla crisi che colpisce il Paese in cui hanno vissuto per oltre 60 anni – avevano un solo motto politico: “neutralità”. Dichiara inoltre che “ribelli islamici” avrebbero sfidato questa neutralità invadendo quartieri palestinesi e obbligando i rifugiati ad imbracciare le armi.

L’autrice presenta i palestinesi in Siria come un blocco omogeneo, che parla con una sola voce – cioè quella dei loro leader politici, che sono le principali fonti nel suo articolo. Tralascia sia la diversità della comunità politica palestinese che – punto più importante – il modo in cui il regime siriano ha coltivato il conflitto tra le fazioni palestinesi sin dagli anni ’70, per meglio garantire la sua presa egemonica sulla regione.

Nel 1976 Hafez al-Assad disse a Yasser Arafat: “Non c’è alcun popolo palestinese, non c’è alcuna entità palestinese, c’è solo la Siria… Siamo dunque noi – le autorità siriane – ad essere i veri rappresentanti del popolo palestinese”. Kissinger, grande ammiratore di Hafez al-Assad, spiegò che “ad Assad non piaceva il PLO perché uno Stato palestinese indipendente avrebbe sconvolto il suo obiettivo strategico a lungo termine: quello di una Grande Siria”.

Narwani cita diversi rappresentanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale (FPLP-CG) guidato da Ahmad Jibril. Il FPLP-CG è un alleato storico del regime siriano, che lo sostiene in termini materiali e logistici. Nel 1976, quando l’esercito siriano permise alle milizie libanesi cristiane di uccidere migliaia di combattenti del PLO e di civili palestinesi nel corso dell’assedio di Tel al-Zaatar, il FPLP-CG gli rimase leale. In modo simile, nel corso della guerra nel campo degli anni ’80, il FPLP-CG prese le parti del regime siriano del Baath e assassinò numerosi combattenti del PLO in suo nome.

In seguito alla sconfitta della rivoluzione palestinese, il FPLP-CG aiutò il regime siriano arrestando e detenendo combattenti del PLO entrati in Siria. La fazione continua a sostenere il regime siriano ancora oggi, pattugliando i campi palestinesi in Siria e fornendo intelligence riguardo la popolazione locale. L’autrice cita anche As-Sai’qa e Fatah el-Intifada, rispettivamente la branca palestinese del partito siriano Baath e un gruppo di dissidenti rispetto a Fatah di Yasser Arafat incoraggiati dal regime siriano  a formare il proprio gruppo, che lo stesso regime sostiene e controlla da vicino.

Narwani cita poi diversi funzionari dell’Esercito Palestinese di Liberazione (PLA) che secondo dei siro-palestinesi “non ha più nulla a che fare col liberare la Palestina”. Istituitosi in origine in diversi Paesi arabi, si è mobilitato raramente e sempre per ordine del regime siriano per fornire supporto al suo esercito nel corso delle guerre libanesi. Kissinger suggerì che era in pratica “una branca dell’esercito siriano”, che Hafez al-Assad poteva usare per rinforzare il suo ascendente sul Libano e destabilizzare il PLO.

Nel PLA esiste una unità priva di personale sin dal 1983. Quell’anno, mentre i combattimenti imperversavano in Libano, il regime siriano ordinò ai giovani coscritti del PLA di sparare ai combattenti del PLO rifugiatisi nel campo palestinese di Beddawi, nel nord del Paese. I coscritti si rifiutarono: dei soldati siriani gli spararono sul posto, tutti. L’unità resta, ma da allora è rimasta senza personale.

Quando, in seguito agli accordi di Oslo, venne istituita l’Autorità Palestinese, il resto delle branche del PLA nei Paesi arabi si dissolse eccetto in Siria, dove venne posto sotto il diretto comando dell’esercito siriano. Dalla fine della guerra libanese, il PLA non si è mobilitato in alcuna azione per liberare la Palestina.

Ad ogni modo, è stato di recente chiamato a rapporto dal regime siriano perché proteggesse siti strategici. Le unità del PLA sono state poste a Adra, sud di Damasco, per impedire a gruppi armati d’opposizione di avanzare verso la capitale. Altre unità sono state inviate a Harran al-Awamid, dove proteggono un impianto elettrico. I giovani palestinesi obbligati a fare il servizio militare pagano un alto prezzo: i disertori vanno incontro alla morte e a ritorsioni verso le proprie famiglie.

Ancora prima dell’inizio della rivolta in Siria, queste organizzazioni avevano perso gran parte della loro credibilità tra la popolazione palestinese nel Paese. Sin dal 1982, il disimpegno della comunità dalla politica di partito è andata crescendo, allargando la forbice tra leadership politica e rifugiati. Una gran parte dei palestinesi in Siria rese chiaro il proprio malcontento ritirando dalle fazioni palestinesi la propria partecipazione.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash (da non confondersi con il FPLP-CG che se ne distaccò per schierarsi dalla parte siriana nel 1968) aveva storicamente mantenuto una posizione intermedia nel panorama politico palestinese, assicurando un equilibrio tra le fazioni. Ma dopo la morte di Abu Ali Mustafa nel 2001 – successore di George Habbash – il FPLP si era indebolito, anche in seguito agli arresti in Palestina dei due prossimi leader, Ahmad Saadat e Abdelrahim Maluh.

Di conseguenza, negli anni 2000 Maher Taher – nuovo leader del FPLP in Siria – si avvicinò al regime siriano e a Hamas. Il segretario dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, venne allora ospitato e pienamente supportato da Damasco. Maher Taher ha preso le distanze da Hamas solo in seguito al disaccordo tra il partito islamico e Bashar al-Assad, come risultato del sostegno di Hamas verso la rivolta siriana.

Narwani cita Maher Taher come se rappresentasse i palestinesi in Siria. Tuttavia, rifugiati palestinesi arrabbiati lo cacciarono dal cimitero di Yarmouk quando provò a presenziare i funerali dei giovani uccisi dall’esercito israeliano nel Golan il 5 giugno 2011 – giornata che Narwani descrive in modo inaccurato.

La storia iniziò alcuni mesi prima. Attivisti palestinesi, incoraggiati dalle rivolte arabe, si erano rivolti ai rifugiati palestinesi in Egitto, Giordania, Libano e Siria perché organizzassero manifestazioni davanti al confine con Israele nei loro rispettivi Paesi per il 15 maggio – il giorno della commemorazione della Nakba (“catastrofe” in arabo, in riferimento alla creazione dello Stato di Israele e l’esilio di migliaia di palestinesi dalla loro terra natia).

Il regime siriano decise di permettere l’evento, per restaurare la propria immagine di “campione della resistenza contro Israele” e distrarre l’attenzione da ciò che stava avvenendo all’interno della Siria. Ma quando i palestinesi giunsero nel Golan, di cui una parte fu conquistata da Israele nella guerra del 1967, il regime non poteva immaginare la piega che gli eventi avrebbero preso.

Questo tipo di manifestazione si limita di solito a qualche discorso e foto di leader di fazioni e alcuni membri del partito Baath. Stavolta, infiammati dagli eventi in tutto il mondo arabo ed esasperati dalla situazione in Siria, un gruppo di giovani palestinesi attraversò la zona militare siriana puntando al confine israeliano.

In centinaia li seguirono. Raggiunsero l’altro lato, prendendo di sorpresa l’unica pattuglia israeliana sul posto. Furono chiamati rinforzi per il lato israeliano e soldati aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo quattro palestinesi e ferendone altre decine. I leader delle fazioni palestinesi, accompagnati dai loro bodyguard e da alcuni combattenti, non fecero nulla per evitare l’uccisione di civili palestinesi.

Ciò che davvero sorprese i palestinesi quel giorno non fu il fatto che Israele sparò contro di loro. Fu semmai scoprire che la strada verso il confine e verso la Palestina non era – come il regime aveva sempre dichiarato – cosparsa di mine. L’unico ostacolo tra i rifugiati e la Palestina erano le bugie del regime siriano.

In seguito a questo tragico episodio, delle fazioni palestinesi – in particolare il FPLP-CG – decise di organizzare un evento simile per il 5 giugno, giorno della commemorazione della Naksa (la sconfitta araba del 1967). Questa proposta accese discussioni infervorate nei campi, soprattutto a Yarmouk. I palestinesi si ritrovarono davanti ad una domanda inaspettata e senza precedenti: questo invito poteva condurli alla terra natia o era una trappola che li avrebbe condotti alla morte? Ora sapevano che il confine era aperto dalla parte siriana. Ma l’esperienza del 15 maggio aveva loro anche insegnato che le fazioni palestinesi non li avrebbero difesi.

La sera del 4 giugno, il regime annunciò ufficialmente che l’evento era stato cancellato. Ma il giorno dopo, pullman allestiti dal regime siriano e dal FPLP-CG erano fermi all’entrata del campo. Gruppi di giovani palestinesi di Yarmouk furono portati come da programma nel Golan. Al loro arrivo, si resero conto con sorpresa che Anwar Raja, a capo delle pubbliche relazioni del FPLP-CG (anch’egli intervistato da Narwani) li stava aspettando con giornalisti e reporter di diversi canali siriani ufficiali. Raja si lanciò in un’arringa riguardante la “vera resistenza”, dicendo che l’unica vera battaglia che invitava a sacrificarsi era la lotta contro Israele. Quel giorni, altri 25 giovani palestinesi furono uccisi e 350 feriti. Né Anwar Raja né i suoi bodyguard si diressero da alcuna parte vicina al confine, né difesero i loro compatrioti palestinesi.

Queste furono le ragioni della rabbia palestinese che li condusse a cacciare Maher Taher dal cimitero quando i funerali si stavano svolgendo. Questa stessa rabbia poi condusse la folla agli uffici del FPLP-CG dove residenti del campo intendevano ritenere responsabili i leader della fazione. Lì trovarono ad aspettarli le mitragliatrici dei combattenti di Ahmad Jibril, colui che diede l’ordine di aprire il fuoco sulla folla, il che risultò nell’uccisione di diversi manifestanti.

Incontrando una tale, sanguinosa repressione, la rabbia dei manifestanti si alimentò ancora di più e, a dispetto dei proiettili del FPLP-CG, iniziarono a invocare “la caduta delle fazioni” (el sha’ab yourid esqat el fasa’il). Appropriandosi dello slogan della rivoluzione araba, la gente di Yarmouk intravvide la possibilità della propria rivolta. Protetto dai suoi bodyguard armati, Ahmad Jibril scappò, lasciando dietro di sé tre dei suoi combattenti che vennero calpestati dalla folla mentre questa si faceva a tutti i costi largo per aprire le porte, giungere agli uffici e darli alle fiamme.

Nei mesi seguenti, il FPLP-CG rafforzò le sue operazioni di sicurezza nei campi. Solo a Yarmouk, oltre 1000 palestinesi furono arrestati ed interrogati dal braccio palestinese dei servizi di sicurezza siriani. Il FPLP-CG iniziò anche ad armare i suoi sostenitori nel campo, nonostante la riluttanza di altre fazioni palestinesi. Non ci volle molto perché milizie del FPLP-CG apparissero nel campo. Sostenevano le operazioni dell’esercito siriano nelle aree confinanti, come Tadamon e Hajr al-Aswad. Fermarono ed uccisero persone che percepivano come nemici. Derubarono anche molti negozi ed abitazioni.

Nel corso dell’estate durante la quale Narwani visitò Yarmouk per la prima volta, diverse bombe caddero sul campo. Nessuno sapeva con certezza da dove provenissero. Ma quando l’aereo militare MiG prese a bombardare il campo il 16 dicembre 2012, prendendo di mira edifici civili come ospedali, scuole e moschee, fu chiaro che erano pilotati e controllati da ufficiali dell’esercito siriano. Questo intenso bombardamento forzò molta della popolazione di Yarmouk a scappare tra il 16 e il 17 dicembre. In seguito a questo esodo di massa di palestinesi, tra cui combattenti del FPLP-CG, gruppi armati entrarono a Yarmouk dalle zone vicine. Non si trovarono neanche a dover combattere: il campo era già mezzo vuoto.

Dopo l’arrivo di gruppi d’opposizione a Yarmouk, il regime siriano stabilì un checkpoint all’entrata del campo, di lì a poco conosciuto in Siria come uno dei più pericolosi di tutto il Paese. Il checkpoint la mattina era aperto e la gente poteva attraversarlo finché uno dei cecchini del regime posizionati lì vicino cominciava a sparare sui passanti. Questo era il segnale che la via non era più sicura. Il checkpoint restava poi chiuso per il resto della giornata.

Quando usavano quest’unico punto di passaggio, le donne erano spesso vessate dai soldati, e molte persone – soprattutto giovani uomini – venivano arrestati. I palestinesi mi hanno detto come, per attraversare il checkpoint dalla rotonda che segna l’inizio del campo, si muovevano in gruppi, in strette file e zigzagando di continuo per evitare di essere colpiti dai cecchini: “Sentivamo la morte avvicinarsi ad ogni passo”. Tuttavia dovevano lasciare il campo in cui il cibo stava diventando sempre più scarso. I soldati avevano limitato la quantità di pane che ogni abitante poteva portare dentro con sé a una sola busta. Le famiglie non erano più in grado di nutrire i propri figli.

Nel luglio 2013, il regime sigillò ermeticamente il campo, su cui venne imposto un inflessibile assedio. Col pretesto di obbligare i combattenti nemici ad uscire, la popolazione venne circondata. La gente fu lasciata senza cibo né medicine e per settimane senza acqua potabile. Decine di persone sono morte per gli effetti dell’assedio – soprattutto bambini, donne ed anziani. A mantenere l’embargo è solo il regime. E solo il regime è responsabile delle morti che ne sono risultate. Malgrado ciò, nel suo articolo Narwani non giudica nulla di tutto questo come da menzionare, nonostante gli echi delle guerre medievali che ce ne giungono e l’ineguagliabile crudeltà che riflette.

Quando descrive le difficoltà incontrate dalle agenzie umanitarie nel tentativo di distribuire aiuti alimentari a Yarmouk, Narwani non fa riferimento al fatto che il campo è sotto assedio. Non spiega che il regime siriano controlla l’entrata principale al campo, la più vicina a Damasco, e che quindi solo il regime può decidere di lasciar passare i convogli umanitari.

Il portavoce dell’UNRWA Chris Gunness nel gennaio 2014 ha spiegato che “quando le autorità siriane hanno finalmente permesso all’UNRWA di distribuire aiuti a Yarmouk, l’hanno obbligata ad usare l’entrata sud. Ciò significa che il convoglio ha dovuto attraversare 20 km in un’area di intenso conflitto armato in cui molti dei gruppi armati d’opposizione – tra cui i gruppi jihadisti più estremisti – avevano una forte presenza”. Gunness ha aggiunto: “Citando preoccupazioni legate alla sicurezza, le autorità siriane non hanno permesso all’UNRWA di passare per l’entrata nord di Yarmouk, che era sotto il controllo del governo ed era considerata molto più accessibile e relativamente meno rischiosa”.

Ci si può legittimamente chiedere quali problemi di sicurezza possano giustificare l’invio di un convoglio umanitario in una zona di intenso conflitto. A meno che, certo, la volontà del regime di distribuire aiuti umanitari agli abitanti assediati ed affamati di Yarmouk fosse in realtà una finta.

I residenti del campo hanno raccontato una storia molto diversa da quella che Narwani ha ottenuto parlando con gli alleati del regime siriano:

“Gli aiuti non sono entrati. Eravamo tutti presenti, gruppi di civili del campo. Quello che è successo è che il regime siriano e la gente di Jibril (Ahmad Jibril del FPLP-CG) hanno iniziato uno scontro per evitare che gli aiuti avessero accesso al campo. Non avevamo né militanti né armi. E la gente  presente, come potete vedere, erano tutti civili, nessuno di noi possiede armi. Quindi hanno iniziato questo scontro prendendo a dire “Ci sono persone dei vostri che ci stanno sparando”. Nessuno di noi stava sparando. Siamo qui solo per prendere gli aiuti per le persone. Insomma hanno dato vita a questo scontro e ci hanno sparato tre missili da un carrarmato – noi non abbiamo carriarmati – tre missili di carrarmato sono stati sparati contro di noi. E gli uomini hanno svolto riprese del luogo in cui il missile del carrarmato è stato sparato. Hanno fatto questo per inasprire l’assedio sul campo. Ed è l’uccisione dei palestinesi e di quest’area”.

Nel tentativo di porre fine a questa carestia organizzata, una delegazione dell’Autorità Palestinese è alla fine entrata a Damasco per negoziare la possibilità di portare cibo nel campo. Il regime siriano ha fatto finta di essere d’accordo di far entrare 2 camion dell’UNRWA, ma questo convoglio irrisorio è stato fermato da un gruppo di shabbiha (civili pagati che operano come paramilitari del regime) prima che potesse raggiungerne i beneficiari. I negoziati si sono trascinati, ma l’Autorità Palestinese non è mai riuscita a garantire sostegno umanitario ai palestinesi di Yarmouk.

I palestinesi di Siria sono stati davvero tirati dentro il conflitto siriano. Sono rimasti vittime delle manovre del regime dittatoriali e dei suoi alleati. Più che mai, si ritrovano ora orfani del mondo arabo, traditi dai loro leader politici, presi nella morsa tra proiettili israeliani, quelli del regime siriano e quelli delle fazioni palestinesi alleate. Questo non può che ricordarci la situazione dei siriani che, dopo oltre tre anni dall’inizio della loro rivolta, si ritrovano presi tra il regime sanguinario e gruppi estremisti ugualmente brutali.

Nel momento in cui ciò viene scritto, i colpevoli sono ancora a piede libero e i loro crimini contro le popolazioni siriana e palestinese in Siria continuano.

Originale in inglese: https://www.opendemocracy.net/arab-awakening/c%C3%A9line-cantat/palestinians-in-syria-struggle-for-bread-and-agency

L’amministrazione americana e la presa per i fondelli 

25 Set

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Ayatollah, Hassan Nassrallah , Saddam Hussein, Bin Laden Assad, Kim Jong Un , Albagdadi e tanti altri nomi che circolano dalla fine dalla guerra fredda  sui mezzi di informazione americani come dittatori e  terroristi.

Vediamo cosa hanno combinato gli americani in questi anni:

Analizzando i fatti accaduti vediamo che il regime di Ayatollah prese il posto dei regimi comunisti e divenne  il nemico numero uno degli USA e così  invitarono Saddam Hussein  a fare la guerra per otto anni per sconfiggere tale nemico dando sostegno economico tramite i paesi del golfo ma a distanza di anni troviamo Saddam impiccato dopo essere stato catturato dagli americani e consegnato al governo iracheno filo iraniano.

Nel Libano Hezbollah partecipa a pieno regime alla guida del paese con il benestare degli USA.

Bin Laden viene lasciato in giro per molti anni nell’era in cui i paesi forti riescono a quantificare la quantità di ossigeno che respira ogni singolo cittadino.

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L’Iran diventa una potenza nucleare,

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La Corea del Nord vende i missili balistici e la tecnologia nucleare  a tutti i paesi presunti nemici degli USA.

Gruppi settari sciiti super armati conquistano la metà dello Yemen ,paese storicamente filo americano.

In Egitto è stato benedetto il regime golpista che emette condanne a morte a suo piacimento contro i suoi oppositori.

Putin dopo aver partecipato alla distruzione della Siria manda le sue truppe per occupare l’Ucraina.

Israele distrugge migliaia di case e scuole a Gaza ricevendo ancora finanziamenti americani .

Obama riesce a mettere su la coalizione antiterrorismo in pochi giorni chiedendo agli alleati la modica cifra di 500 miliardi di dollari  solo dopo avere visto due cittadini americani giustiziati dai criminali dell’Isis in mondo visione dimenticandosi totalmente di Assad inventore dell’Isis e dei barili al TNT e del uso di armi chimiche contro la propria gente.

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Da qui la domanda d’obbligo è ma sti americani sono cosi bravi a prendere in giro il mondo intero oppure siamo noi dei malefici  che ci facciamo venire i cattivi pensieri .

Un Metodo Pericoloso: Siria, Sy Hersh e l’arte del revisionismo dei crimini di massa

4 Giu

hersh_2055La Siria di Assad è stata soccorsa da Sy Hersh attraverso un giornalismo poco professionale?

SCRITTO DA MUHAMMAD IDREES AHMAD, tradotto da Mary Rizzo

Nel giorno in cui il London Review of Books ha pubblicato un ampiamente diffuso  articolo del giornalista veterano Seymour Hersh, esonerando il regime siriano per l’attacco chimico dello scorso anno, 118 siriani, tra cui 19 bambini, sono morti in un bombardamento aereo e di artiglieria pesante. E solo il regime ha aerei e artiglieria pesante.

Dallo scorso novembre, Aleppo è stata presa di mira da elicotteri da alta quota che sganciano barili riempiti di esplosivi. Tra novembre scorso e la fine di marzo, Human Rights Watch ha registrato 2.321 morti civili provocati da questa arma indiscriminata. E solo il regime ha elicotteri.

Per molti mesi dopo il massacro chimico, i quartieri presi di mira e il campo profughi di Yarmouk sono stati tenuti sotto assedio per affamare la popolazione. Alle agenzie umanitarie è stato negato l’ ingresso. E solo il regime controlla l’accesso.

La spietatezza del regime non è mai stata in dubbio. I rapporti di Human Rights Watch, di Amnesty International, della Commissione Indipendente d’Inchiesta Internazionale dell’ONU, e quelli di una miriade di giornalisti e testimoni sul posto, hanno ripetutamente confermato la stessa cosa. Il regime ha dimostrato volontà e capacità di infliggere violenza di massa. La repressione è ancora in corso.

Così, quando lo scorso agosto è avvenuto un attacco, tramite un’arma notoriamente in possesso del regime, ed utilizzando un meccanismo di consegna peculiare al suo arsenale, su un luogo che il regime bersagliava regolarmente e contro persone che il regime era noto detestare, è stato non irragionevole dedurre che la responsabilità fosse del regime. Questa conclusione è stata confermata dai primi soccorritori, investigatori delle Nazioni Unite, organizzazioni per i diritti umani e analisti indipendenti.

hersh460x276Quando un giornalista vincitore del Premio Pulitzer e una rispettabile pubblicazione letteraria decidono di mettere il loro impegno a sfidare un consenso, si può ragionevolmente prevedere che siano stati fatti tutti i controlli del caso anche sulle evidenze. La gravità della questione esige che un elevato onere della prova sia soddisfatto. Le fonti dovrebbero essere controllate, le affermazioni confermate, prove contrarie affrontate.

Ma gli editori non hanno fatto nulla di tutto questo. Hanno dato la precedenza alla narrazione anziché al racconto della verità. Hanno ignorato i dati disponibili e, sulla base di affermazioni non confermate che provengono da una singola fonte anonima, hanno assolto l’autore di un’orribile atrocità, demonizzando i suoi oppositori e calunniando un capo di stato straniero. Peggio ancora, usando Hersh come esca, hanno fornito una cortina fumogena per nuove violazioni.

Cinque giorni dopo che l’articolo di Hersh è stato diffuso, un elicottero militare ha sganciato una bomba barile su Kafr Zita. Essa conteneva cloro tossico invece del solito TNT. Il regime, come Hersh, ha accusato il gruppo islamista Jabhat al-Nusra. Ma solo il regime ha una forza aerea.

In ogni un momento del massacro in corso,  offuscare la ben documentata  responsabilità del regime per un crimine di guerra non solo aiutare il regime oggi, ma lo aiuta anche domani. Finché rimangono dubbi sulle atrocità precedenti, ci sarà titubanza nell’assegnare nuove colpe.

La responsabilità verrà rinviata.

La propaganda di solito viene fatta funzionare su due binari: a volte si costruisce il sostegno ad una politica voluta, a volte indebolisce il supporto ad una politica indesiderata. Il primo metodo si basa sulla persuasione, l’ultimo sull’offuscamento. “Il dubbio è il nostro prodotto” fu la garanzia che le imprese di Relazioni Pubbliche diedero nel 1950 ad una industria di tabacco che fu colpita dalle crescenti prove scientifiche che collegano le sigarette al cancro. Energiche società che vogliono respingere una legislazione ambientale, hanno da allora investito nella stessa strategia.

Questo è anche il metodo di Hersh.

Il dubbio è spesso un controllo utile contro l’errore della fede senza riserve. Lo scetticismo è sano. Ma quando si ossifica in una volontà di NON credere, si nutre paranoia.

La Sala degli Specchi

I giornalisti non sono sempre esperti delle materie su cui scrivono i loro articoli. Ma novizi diligenti sanno come valutare la plausibilità di una storia, la credibilità di una fonte e la validità delle prove: si verifica quello che viene affermato e se ne fa un confronto relativo  alle conoscenze esistenti. Solo se tale controllo resiste, si avvia la pubblicazione. I redattori di Hersh sembrano aver fatto molto poco, semmai hanno fatto qualcosa, di tutto ciò.

Hersh sostiene che per la strage del 21 agosto il regime di Assad era innocente, e che in effetti l’attacco fu effettuato dal gruppo ribelle islamista Jabhat al-Nusra, come parte di ciò che la fonte di Hersh descrive come “una covert action pianificata dalla gente di [Primo Ministro turco Recep] Erdogan per spingere Obama oltre la linea rossa.”

Prima di approvare le prove di Hersh per queste affermazioni, i suoi editori avrebbero dovuto porsi le ovvie domande: se gli oppositori di Assad sono in possesso di sarin e missili balistici, perché non li hanno mai usati a loro vantaggio sul campo di battaglia? Se l’opposizione è determinata ad attivare l’intervento occidentale con qualsiasi mezzo, compreso il fratricidio, ad usarlo non dovrebbe essere il presunto “agente dell’Occidente”, cioè l’Esercito Siriano Libero (FSA), piuttosto che l’intransigente Jabhat al-Nusra, gruppo che è nel mirino del’Occidente? (Gli Stati Uniti lo hanno designato una organizzazione terroristica straniera.)

Se gli Stati Uniti erano determinati ad intervenire, come Hersh insiste che fosse, perché si sarebbero limitati ad un dubbioso pretesto chimico, quando c’erano così tanti casi umanitari indubitabili di cui avvalersi? Se il regime fosse innocente, perché si nega agli investigatori delle Nazioni Unite l’accesso al sito per quattro giorni, sottoponendo l’area all’implacabile fuoco di artiglieria? [i] Perché mai la Turchia, un Paese che non ha un programma di armi chimiche, dovrebbe rischiare la propria adesione alla NATO – e la sua, potenzialmente, futura adesione all’UE – con la produzione di sarin, facendolo specificamente per una goffa operazione false flag?

Ma ammettiamo pure che le affermazioni di Hersh siano vere. Allora, come ha fatto la Turchia a contrabbandare una tonnellata di sarin in una zona assediata? Come è stato organizzato un meccanismo di consegna per un tale carico di sostanze tossiche? Come sono stati coordinati i lanci su luoghi geograficamente separati, effettuati per far apparire che tutti siano stati fatti da zone sotto il controllo del regime?

Nessuno si aspetta che una rivista letteraria possieda la capacità di giudicare affermazioni tecniche, ma ogni impresa giornalistica deve soddisfare gli standard minimi. L’uso di fonti anonime non è problematico in sé. Ma è prassi comune tra gli editori seri trovare una fonte secondaria, questa volta non anonima, per corroborare le informazioni ottenute da una invece anonima.

Le accuse schiaccianti di Hersh sono tutte attribuite ad un’unica fonte. Non vi è alcuna conferma indipendente. Infatti, in un originale approccio al controllo incrociato, Hersh permette alla sua fonte di approvare la propria storia. La fonte sostiene che un memorandum del Defense Intelligence Agency (DIA) supporta le sue affermazioni. La DIA e l’Ufficio del Direttore della Intelligence Nazionale (ODNI) negano che esista un tale documento. Tali rifiuti possono essere prevedibili e facili da ignorare, ma Hersh non offre ulteriori verifiche. Né si spiega come la sua fonte, un “consulente”, sia  a conoscenza di un documento “altamente qualificato”. Senza conferme, ci sono buone ragioni per dubitare della sua autenticità. Come vedremo, un gruppo di individui che corrispondono alla descrizione delle fonti di Hersh, hanno già indicato il motivo e l’intenzione di fabbricare documenti per coinvolgere la Turchia e l’Arabia Saudita.

hershHersh poi fa il ritratto di un ufficiale dell’intelligence russa. Questo avrebbe un senso se la fonte dicesse qualcosa di coerente per essere una spia russa. Ma il funzionario russo afferma che la posizione russa ufficiale è che l’alleato della Russia è innocente. Hersh e il LRB trovano questa affermazione persuasiva – perché il “consulente dell’intelligence”, la cui storia dovrebbe essere corroborata, è ritenuto “affidabile”. La Sala degli specchi di Hersh rivela un mondo di misteri, intrighi e inganni. Ma l’unico inganno che si rivela è Hersh stesso. Scrive, per esempio, che secondo la sua fonte, “in pochi giorni dall’attacco del 21 agosto [… ] agenti russi dei servizi segreti militari avevano recuperato campioni di agenti chimici”, poi trasmessi al laboratorio di armi chimiche inglesi a Porton Down. Secondo la fonte di Hersh, l’ufficio britannico avrebbe confermato che il sarin non è venuto dall’arsenale del regime. Hersh non avalla la dichiarazione. In realtà, l’unica cosa che il laboratorio ha confermato è che il sarin è stato usato – basando le sue conclusioni sui campioni di terreno e di stoffa portati clandestinamente fuori dai siti colpiti. (Hersh non spiega perché ritiene che il laboratorio avrebbe considerato valido qualsiasi campione fornito dalla Russia, uno Stato determinato ad assolvere il suo cliente con qualsiasi mezzo, non importa quanto maldestro.)

Campioni sono stati anche recuperati dal sito dall’ONU. Ma Hersh non fa menzione di questi. Qualunque scoperta Porton Down avrebbe potuto fare, avrebbe sostituito ciò che gli ispettori dell’ONU hanno recuperato e studiato in prima persona. Il mandato delle Nazioni Unite non ha incluso l’assegnazione di responsabilità, ma la sentenza lascia poco spazio a dubbi. Gli autori dell’attacco, conclude, “hanno avuto accesso alle scorte di armi chimiche dell’esercito siriano, nonché alle competenze e alle attrezzature necessarie per gestire in modo sicuro grandi quantità di agenti chimici.” I risultati sono anche stati confermati dalle stesse dichiarazioni del regime siriano, dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC), come parte del suo accordo di cedere il suo arsenale chimico. Il regime ha dichiarato 80 tonnellate di esammina, un additivo specifico per la formula del sarin del regime; tracce di esso sono state trovate nelle prove raccolte dagli ispettori. Hersh menziona l’inchiesta delle Nazioni Unite in seguito, ma solo per consentire ad una fonte anonima, “a conoscenza delle attività delle Nazioni Unite”, di sostenere la soppressione delle sue conclusioni su un attacco chimico avvenuto in precedenza su Khan al-Assal. Hersh.  Evidentemente, non ha letto il rapporto. “Per quanto riguarda l’incidente di Khan Al-Assal del 19 marzo”, dice, “gli agenti chimici utilizzati in questo attacco portavano le stesse caratteristiche uniche di quelle utilizzate ad Al-Ghouta.”

Per giudicare il metodo di Hersh, consideriamo questa frase emblematica sugli investigatori delle Nazioni Unite: “[Il loro] accesso ai siti dell’attacco, avvenuto cinque giorni dopo la gasazione, era controllato dalle forze ribelli.” Insinuando che l’ONU potrebbe essere stato condizionato dalla presenza dei ribelli, Hersh vuole che i lettori trascurino un dettaglio fondamentale: la visita “è avvenuta cinque giorni dopo la gasazione” perché il regime ha negato l’accesso ai siti, sottoponendoli ad incessante fuoco di artiglieria.

Questa non è la segnalazione di un giornalista; è la distorsione di un propagandista.

L’evidenza

Per molti dei lettori di Hersh, il suo fascino sta meno nella qualità del suo giornalismo che nella sua forma espositiva. L’aria rarefatta di mistero, con figure indistinte che rivelano i loro segreti a un intrepido narratore di “verità”, risuonano in lettori pasciuti col giornalismo ad effetto  stile Guerra Fredda. Ma le fonti raramente sono agenti passivi: hanno dei programmi. Alcuni possono essere nobili; molti altri vogliono solo portare avanti vendette personali. La storia che Hersh spaccia al dettaglio è stata su internet per mesi. E’ apparsa in precedenza in una lettera aperta a Barack Obama, scritta da un gruppo di ex ufficiali dei servizi segreti e diplomatici che si fanno chiamare “Professionisti Veterani dell’intelligence per la Sanità Mentale” (VIPS), che avvertivano: “Vi è un crescente corpo di evidenze dedotte da numerose fonti in Medio Oriente – per lo più collegate all’opposizione siriana e ai suoi sostenitori – che forniscono un quadro circostanziale del fatto che l’incidente chimico del 21 agosto fosse una provocazione pianificata da tempo dall’opposizione siriana e dai suoi sostenitori saudita e turco. L’obiettivo sarebbe stato quello di creare il tipo di incidente che avrebbe coinvolto gli Stati Uniti nella guerra.”

Yossef Bodansky

Yossef Bodansky

I firmatari includono l’ex ufficiale della DIA Pat Lang, l’ex funzionario della NSA Thomas Drake, l’ex funzionario dell’FBI Coleen Rowley, l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Matthew Hoh, e gli ex ufficiali della CIA Larry Johnson, Ray McGovern, e Philip Giraldi. La data era il 6 settembre 2013. Ma cinque giorni prima, il sito complottista canadese Global Research, aveva pubblicato un articolo di Yossef Bodansky, un sostenitore israelo-americano dello zio di Bashar, Rifaat Assad, che dichiara come di seguito:

“Vi è un crescente volume di nuove prove da numerose fonti nel Medio Oriente – per lo più affiliati all’opposizione siriana e ai suoi sponsor e sostenitori – che conferma fortemente, sulla base di prove circostanziali solide, che il 21 agosto 2013 un attacco chimico nei sobborghi di Damasco fu davvero una provocazione premeditata da parte dell’opposizione siriana.”

I VIPS avevano plagiato Bodansky. Aggiungendo sauditi e turchi come un abbellimento supplementare. Non avevano fonti. (Matthew Hoh ha ritirato la sua firma e si è scusato dopo che ho portato il plagio alla sua attenzione). E’ possibile che la fonte di Hersh faccia parte di questo gruppo, e la sua storia è una perfetta eco di ciò che dichiarano. I VIPS nel frattempo sono occupati a  promuovere vigorosamente la teoria della cospirazione di Hersh.

Due dei VIPS, Pat Lang e Larry Johnson, corrispondono alla descrizione della fonte di Hersh. Uno di loro, Johnson, ha usato un linguaggio simile a quello usato da Hersh (“sarin da cucina”). Lui è del Tea Party, fucina della persuasione della destra americana, e ha un curriculum  di calunnie politicamente motivate​​.

Questo, però, non è la vera causa dell’imbarazzo per i VIPS. Un’altra storia da cui hanno attinto viene da un sito oscuro chiamato MintPress. Esso ha affermato che il principe saudita Bandar bin Sultan aveva fornito il sarin, e che un ribelle lo avesse accidentalmente liberato in un tunnel. Questo “incidente” avrebbe in qualche modo coinvolto 12 quartieri separati geograficamente, lasciando tutte le zone tra loro miracolosamente inalterate. All’articolo è stata dato credibilità tramite la firma di Dale Gavlak, un reporter di AP. Gavlak, che tuttavia ha ripudiato l’articolo dicendo di non aver potuto verificare le sue affermazioni. Il suo coautore, una figura nebulosa, è sparito silenziosamente verso l’Iran, rifiutando di rispondere alle domande.

Lloyd and Postol

Lloyd and Postol

MintPress ora è riemersa come primo difensore di Hersh. Ha fornito a due delle fonti di Hersh una piattaforma per attaccare i suoi critici. Il loro obiettivo principale è Eliot Higgins, il blogger noto come Brown Moses, che ha dimostrato la mancanza di plausibilità della teoria di Hersh. I pugili, Theodore Postol e Richard Lloyd, sono esperti in munizioni. Hanno prodotto delle avvaloranti analisi sui carichi e i raggi d’azione dei razzi utilizzati il 21 agosto. C’è poca ragione di dubitare della loro esperienza in questo settore. Ma c’è tanto da mettere in discussione nelle loro analisi politiche e speculazioni. Cioè: Postol e Lloyd sostengono che, dato il carico pesante, la gamma dei razzi poteva  partire da due chilometri, e quindi non avrebbe potuto avere origine dal “cuore” delle aree controllate dal regime, come l’amministrazione Obama ha sostenuto. Ma l’amministrazione Obama ha anche sovrastimato la distanza delle posizioni del regime. Usando l’analisi della traiettoria è stato possibile calcolare le coordinate probabili di lancio, che, anche nel raggio di due chilometri, li colloca in zone in cui le forze del regime erano attive il 21 agosto.

Inoltre, Postol inizialmente ha sostenuto che il razzo utilizzato durante l’attacco “non riesce a giustificare le traiettorie specifiche di un razzo simile, ma di uno più piccolo noto per essere nell’arsenale siriano.” Ha sostenuto – una pretesa che Hersh ripete come un eco – che il razzo avrebbe potuto essere riprodotto in una modesta officina attrezzata [ii] Ma prove video e fotografiche dimostrano che i razzi corrispondono esattamente alle tipologie specifiche di due tipi noti per essere nell’arsenale del regime – il Volcano e il Soviet 140mm M14. Essi non sono, come Postol e Lloyd insistono, “improvvisati”.

Accettare questo come plausibile, si potrebbe anche accettare la relativa dichiarazione di Hersh che il sarin può essere prodotto in una cucina. Bashar al-Assad condivide questo punto di vista, ma gli esperti di armi chimiche non sono comprensibilmente d’accordo. Il Sarin è una sostanza mortale; la sua produzione richiede un sostanziale impegno tecnico, finanziario e logistico. Non è il genere di cosa che si può nascondere in una casa; né è qualcosa che si può caricare in razzi artigianali utilizzando guanti da cucina. E’ significativo che Postol e Lloyd ignorino l’aspetto dela preparazione dell’operazione.

Il metodo ideologico

Forse questo non è poi così sorprendente: Postol ha detto al GlobalPost che la sua ricerca si è ispirata alle teorie di Hersh; e nella sua determinazione per convalidarla, sembra che abbia ignorato tutte le prove che invece le mina. Émile Durkheim ha chiamato questo”metodo ideologico” – “Nozioni per disciplinare la raccolta dei fatti, piuttosto che far derivare nozioni da essi”.

Questo descrive anche il metodo di Hersh. Egli ignora o offusca fatti accertati che contraddicono la sua teoria: come il fatto che il sistema di erogazione utilizzato negli attacchi è peculiare al regime, o che l’ONU abbia stabilito che il sarin poteva venire solo dalle scorte governative. Invece, egli  trasmette una frottola inventata da una parte interessata e rinuncia alle conferme. Per Hersh, il fatto che la DIA e la ODNI abbiano seccamente respinto la sua storia è un’ulteriore prova di insabbiatura. Egli non spiega, allora, perché i servizi segreti britannici, francesi e tedeschi abbiano raggiunto esattamente la stessa conclusione. Egli non menziona affatto l’indagine svolta da Human Rights Watch o le analisi di Higgins e dell’esperto di armi chimiche britannico Dan Kaszeta.

Perché?

Che cosa possiede una pubblicazione letteraria rispettabile che pesca a strascico in improbabili teorie del complotto,  nel tentativo di confutare un singolo (anche se singolare) crimine di guerra, il cui significato è da tempo confermato dalla frequenza di altri? Al tempo degli attacchi, 60.000 siriani sono stati uccisi; da allora, più di 80.000 sono stati uccisi. The London Review stabilirà forse  che questo evento è stato significativo non tanto per il numero di civili uccisi o per il metodo raccapricciante che ha causato la loro morte, ma per l’intervento che ha quasi scatenato. La minaccia di un intervento, però, era labile – ed è passata. Se fosse stato lanciato, non è certo che le conseguenze sarebbero state peggiori di quanto le conseguenze del non-intervento. La repressione dello Stato siriano nel frattempo è sostenuto, e continua. Come si spiega questa distorta gerarchia di preoccupazioni?

Se, per il mondo, Obama è un Amleto sconclusionato, per Hersh è un Coriolano intransigente. L’Obama di Hersh faceva pressioni militari per lanciare un “attacco mostruoso”, usando tra l’altro “due B-52”.  Non ci viene detto perché Obama  – il presidente-drone – agirebbe così fuori di carattere. Le sue preferenze hanno spaziato dai missili Tomahawk agli Hellfire, non Black Hawks e B-52.

Hersh può anche essere un credulone, ma alcune sue dichiarazioni lasciano poco dubbio al fatto che qualcosa di meno benigno stia succedendo. Egli non solo esonera il regime accusando i suoi oppositori dei suoi crimini; ma produce, nei fatti, un argomento mirato perchè Assad possa mantenere il suo arsenale. “Il regime siriano continua nel processo di eliminazione del suo arsenale chimico,” ma, Hersh avverte, “dopo la distruzione della riserva di Assad, al-Nusra e i suoi alleati islamici potrebbero restare come unica fazione all’interno della Siria ad avere accesso agli ingredienti che possono produrre sarin, arma strategica diversa da qualsiasi altra in zona di guerra.” Gli editori del LRB hanno davvero permesso che si pubblicasse questo passaggio!

Per The London Review of Books, a quanto pare, i siriani sono pedine in una battaglia ideologica. E’ molto più facile intrattenere una teoria della cospirazione, tuttavia inverosimile, piuttosto che accettare che Obama e la comunità di intelligence potrebbero avere ragione sull’aguzzino del popolo siriano. La rivista ha pubblicato quattro articoli che danno la colpa dei crimini di Assad alle sue vittime. Eppure non ha consentito ad un solo siriano di scrivere sul conflitto. Avrebbe potuto, per esempio, considerare di discutere con i primi soccorritori; si potrebbe, per esempio, permettere ai sopravvissuti di raccontare le loro storie. Ma questo causerebbe la “dissonanza cognitiva”. Ammettere che Assad potrebbe essere responsabile dei propri crimini, significa mettere in discussione, o almeno dequalificare, l’assioma che gli Stati Uniti sono la fonte unica di tutti i mali.

Ormai anche il più dogmatico tra gli editori di Hersh deve aver capito che sono stati presi in giro. Le loro propensioni ideologiche e l’ansia per di audience hanno facilitato l’inganno.

Hanno giocato, inoltrandosi in ciò che è in effetti propaganda pro-fascista. Se hanno una minima premura per la loro credibilità, dovrebbero rivelare il nome della loro fonte – o accettare di essere per sempre associati ad una bufala mostruosa.

 

553742_10151918576195591_227039585_nDr. Muhammad Ahmad Idrees è l’autore di “The Road to Iraq: The Making of a Neo-Conservative War”. Potete seguirlo su Twitter : @im_pulse

[i] Il cospirazionismo, però, ha le sue proprie domande e una propria logica deduttiva. Entro una settimana dagli attacchi, uno scrittore del LRB aveva già distribuito testi per affermare l’innocenza del regime. “Chiaramente” ha affermato, “il beneficiario non era il regime siriano” Chiaramente, da questa logica, si deduce che gli Stati Uniti non hanno mai invaso l’Iraq.

[ii] Anche se entrambi si sono dati alle dichiarazioni roboanti, Lloyd sorpassa anche l’irascibile Postol: “I ribelli siriani sicuramente hanno la capacità di creare queste armi,” ha detto a McClatchyDC. “Penso che potrebbero avere anche più possibilità dello stesso governo siriano.” Lui pensa. Che bisogno di prove c’è?

ORIGINALE: http://lareviewofbooks.org/essay/dangerous-method-syria-sy-hersh-art-mass-crime-revisionism/#

Le elezioni in Siria sono una crudele farsa

4 Giu

10373986_10152062356141044_4494238078546681565_nSCRITTO DA AMAL HANANO, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Un bambino siriano è turbato dal triste grigio che ritappezza le mura scolastiche. Si sveglia nel mezzo della notte, visita la scuola armato di una torcia elettrica e di un pennarello, e comincia a disegnare.

Presto, altri bambini si uniscono a lui con le loro torce e i pennelli.
Insieme, dipingono un murale colorato per coprire i rattoppi.

Un uomo siriano si siede con la sua famiglia in una stanza illuminata da una candela. La loro unica finestra è bloccata da un massiccio muro coperto di slogan politici. Lui decide che ne ha abbastanza. E affronta la parete torreggiante con martello e scaletta, e comincia a sgretolare il cemento. Altri lo raggiungono con scale più grandi e migliori strumenti. Insieme, rovesciano il muro e lasciano che la luce del sole si riversi nelle stanze buie.

Gli scenari metaforici (descritti sopra, ndt) non sono storie ispirate dalla Rivoluzione Siriana, ma piuttosto scene da video ufficiali della campagna elettorale 2014 di Bashar al-Assad. Il tema della campagna è Sawa o “Insieme”. L’ultimo referendum di Assad del 2007, ruotava intorno allo slogan più egocentrico “Noi ti amiamo.”).

Gli slogan della campagna giocano sul concetto di unità in tutti i settori: “Insieme siamo più forti”, “Insieme noi ricostruiremo”, “Insieme noi resisteremo”, “Insieme faremo di nuovo bella la Siria”, “Insieme la Lira siriana diventa più forte”, “Insieme ritornerà la sicurezza” e, naturalmente, “Insieme contro il terrorismo.”

Secondo Assad, le elezioni del 3 giugno sono le prime elezioni della storia moderna della Siria. Quest’anno le persone avrebbero opportunità di scelta tra Assad e una sfilza di candidati a malapena noti, controllati e approvati dal regime affinchè “corrano” contro il presidente che ha ereditato il potere nel 2000 da suo padre Hafez, che governava la Siria dal 1971.

Nel bel mezzo dell’infuriare della violenza, dei continui bombardamenti aerei da parte del regime sulle città siriane, e con quasi la metà dei 24 milioni di abitanti del paese ormai sfollati, il concetto di avere una “possibilità di scelta”, o anche lo svolgimento di elezioni, non è altro che una grezza derisione del paesaggio intriso di sangue e della perdita reale.

La figura del presidente è assente nei video, tranne che in una disincantata apposizione di firma che compare verso la fine dei video. E’ invece un collettivo fotogenico ad agire per conto del leader. Nella creazione di un messaggio politico di buon senso basato sulle persone al posto del dittatore, i video della campagna, prodotti da professionisti, rubano il racconto sovversivo della rivolta che il regime ha schiacciato: i bambini che scrivono sui muri della scuola nel bel mezzo della notte, e i cittadini che, letteralmente, abbattono i muri della paura.

Le stesse azioni che hanno portato alla tortura di massa, alla detenzione, e alla morte.

I video, inoltre, ignorano la realtà attuale, concentrandosi su un futuro idealizzato, senza un piano o una piattaforma politica visibile. Cosa c’è sotto le macchie di vernice grigia sul muro della scuola? Perché c’è una barriera di cemento imponente da abbattere? Perché alzare una bandiera siriana all’interno della Siria è un tale atto di sfida? Perché la Siria ha bisogno di essere ricostruito? Così come l’assenza del volto di Assad nella campagna elettorale, c’è un inquietante senso di amnesia volontaria che non riconosce l’attuale clima disastroso, né il devastante bilancio di morte, di deportazione e di distruzione.

Negli ultimi tre anni ho incontrato e ho letto storie strazianti di prigionieri e  politici siriani. Tra le loro tante brutali esperienze nelle carceri di Assad, c’è l’obbligo di indossare sempre una benda all’interno delle celle affollate. Anche durante il sonno. I prigionieri sono obbligati a non vedere. Una delle ragioni per cui sono stati gettati in carcere, in primo luogo, è perché hanno visto troppo. Vedere troppo e, ancora peggio, protestare contro ciò che si è visto, è un crimine, nella Siria di Assad.

Oggi, la Siria è divisa tra chi non può ancora vedere gli orrori degli ultimi tre anni, e chi non è più disposto a stringere la benda sugli occhi.

Il regime insiste sulla produzione di insultanti revisioni della storia reale, anche sulle bombe a barile lasciate cadere dagli aerei siriani sui quartieri residenziali.

Si insinua che il sangue dei bambini siriani torturati può essere ricoperto, verniciandosi semplicemente sopra, e dimenticarlo. Si dichiara che tutti abbiamo bisogno di lavorare insieme e di ricostruire una nuova Siria sotto il vecchio regime.

La visione della campagna Sawa parla di una Siria che non è per tutti i siriani. E’ l’opposto di “insieme”.

Si tratta di una Siria riservata a coloro che sono disposti a lasciarsi le bende sulle e a tenere la bocca chiusa: questo è il futuro che ci attende fino a quando si continuerà a rispettare i ruoli imposti; disegnare ciò che è permesso disegnare; cantare parole che sono state dettate; ed alzare la bandiera che è stato autorizzato sollevare. Questi sono i siriani che saranno al sicuro e protetti.

Il 3 Giugno 2014 non ci sarà scelta per la maggior parte dei siriani.

Così come non c’era scelta nel 1971, 1978, 1985, 1992, 2000 e 2007.

Un Movimento senza leader, mosso solo dalla volontà del popolo; il coraggio dei bambini che nella notte disegnano sui muri delle loro scuole; il coraggio di intere folle che portano via un muro per far entrare la luce; masse che si arrampicano su per i gradini dei loro monumenti storici alzando una bandiera ribelle che ondeggia su una terra chiamata Siria. Sembra che il presidente della Siria chieda una rivoluzione. Ma quella rivoluzione è già venuta. Tale rivoluzione è stata uccisa.

Nonostante i fatali errori di calcolo della rivolta, l’armeggiare immaturo dell’opposizione politica, i crimini dei ribelli armati, nonostante il costo pagato dal popolo siriano, le chiamate della rivoluzione per la libertà e la dignità sono ancora valide e giuste. Invece, quello che è ingiusto non potrebbe essere prodotto e consumato come se fosse giusto, non importa quanto lo affermi la propaganda.

Se il regime e i suoi sostenitori avessero appena guardato fuori dalle finestre durante quei mesi primaverili ed estivi del 2011, avrebbero visto scene reali di unità e coraggio, invece di sterili riproduzioni.

Folle di giovani siriani determinati che squarciavano i muri dell’oppressione con le loro voci e le bandiere. Avrebbero visto gli attivisti, i giornalisti, i cittadini e i medici combattere con le loro penne, le macchine fotografiche, e i bisturi, per preservare la verità e la memoria di coloro che hanno sacrificato la loro vita per gridarla. Potrebbero vederli ancora oggi. Se avessero riconosciuto le scene che si svolgevano fuori dalle loro mura isolate, forse ci sarebbero oltre 160.000 siriani ancora vivi, e 9 milioni di siriani ancora nelle loro case.

Forse, ci sarebbero elezioni storiche e legittime, il 3 giugno, per la Siria.

Invece, siamo costretti a sciarade propagandistiche come siriani disperati, venduti a false scelte e a sogni di un futuro impossibile.
Il vero messaggio è stato scritto dalla mano invisibile di un tiranno che ricorda alla Siria e al mondo che a vincere sono le regole della brutale oppressione, l’uso illimitato della forza, e la paura.

Il 3 giugno, la metà della Siria voterà ad occhi bendati, e l’altra metà resterà a guardare con gli occhi spalancati.
E tutti noi assistiamo alla lenta morte del nostro paese. Insieme.

ORIGINALE: https://news.vice.com/article/syrias-election-is-a-cruel-farce

Piccola guida per i “simpatizzanti di Assad” che si auto-definiscono “pro-palestinesi”

7 Mag

SCRITTO DA NICOLE MAGNOONA GERVITZ, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

Hafez al-Assad (secondo da sinistra) riceve il briefing da uno dei suoi ufficiali in una trincea in Libano. Accanto Hafez al-Assad è il ministro della Difesa Mustafa Tlas, e accanto Tlas, Rifaat al-Assad, 1973.

– Settembre Nero 1970: Hafez al Assad inviò carri armati in Giordania per sostenere i palestinesi contro l’Hascemita re Hussein. L’OLP vinse il sostegno popolare tra le masse arabe dopo che i regimi furono completamente screditati nel 1967 per mano di Israele. Re Hussein ordinò al suo esercito di attaccare le forze dell’OLP in Giordania a causa della sua politica dichiarata di volerlo rovesciare. Assad si rifiutò di inviare un forte sostegno militare siriano perché temeva un’altra guerra con Israele. Rifiutò di fornire copertura aerea ai carri armati siriani e furono costretti a ritirarsi in seguito al bombardamento da parte dei giordani.

Questo lasciò i palestinesi isolati, abbandonati, e diverse migliaia di loro furono massacrati dall’esercito di Hussein. Solo poche settimane dopo quel Settembre Nero, Hafez al Assad portò a termine il suo colpo di stato militare a Damasco.

 

– 1973: la Siria tentò di riprendere il controllo delle alture del Golan e fu un altro fallimento. Hafez al Assad si trovò a diventare la guardia di sicurezza di Israele per il confine settentrionale. Il colonnello Rafik Halawi, comandante druso della brigata di fanteria che fu distrutto dagli israeliani nel Golan, fu giustiziato sotto gli ordini di Hafez prima della guerra da un funzionario vicino. Il regime siriano sostenne che fu ucciso nella battaglia con Israele, e a chiunque fosse catturato fu imposto di non dire niente, minacciato con torture e prigionia.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

Soldati palestinesi in Libano, 1976.

– 1976: Hafez al Assad sostenne i falangisti libanesi fascisti cristiani contro l’alleanza comunista libanese  – OLP, che si era formata in opposizione sia ai falangisti che alla tirannia baathista. L’invasione militare siriana del Libano nel 1976 fu approvata dagli USA. Tuttavia, l’alleanza libanese comunista – OLP spazzò via le forze di occupazione siriane nel giugno dello stesso anno. Due mesi dopo Hafez al Assad spezzò quella resistenza. I falangisti, sostenuti da Hafez al Assad, commisero un massacro di palestinesi nel campo profughi di Tal al Zaatar.

Con la benedizione della Lega Araba il governo siriano decise di allearsi con Israele per impedire la sconfitta dei falangisti. I campi palestinesi di Karantina e Tel al Zaatar furono assediati dall’esercito siriano, e 2.000 palestinesi furono uccisi.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

profughi da Tel Al Zaatar, nuovamente cacciati e verso un futuro di miseria.

Una lettera aperta dalla resistenza palestinese fu diffusa quell’estate all’interno dei campi;

“Vengono utilizzate armi siriane – la maggior parte, purtroppo – contro il nostro accampamento, mentre i governanti di Damasco continuano a ripetere che sono qui in Libano per difenderci. Questa è una menzogna assassina, una bugia che ci fa soffrire più di qualunque cosa … Ma noi desideriamo informare che ci batteremo in difesa di questo campo con le nostre mani nude, anche se tutte le nostre munizioni e tutte le nostre armi saranno esaurite, e che stringeremo la cinghia in modo da non lasciarci uccidere dalla fame. Abbiamo deciso di non arrendersi e non ci arrenderemo … “

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni '80.

alcuni delle vittime delle campagne repressivi di Assad negli anni ’80.

– 1980: Nell’ambito della sua repressione feroce contro i dissidenti di sinistra, nel 1980 il regime di Hafez al Assad arrestò centinaia di attivisti sia del Partito d’Azione Comunista che del Partito comunista siriano, nel tentativo di soffocare le ultime voci di dissenso dopo che aveva schiacciato la Fratellanza Musulmana. Restarono i comunisti siriani a lavorare con un gruppo di dissidenti palestinesi, quello fu chiamato “Comitato Popolare Palestinese del campo profughi di Yarmouk”, nel governatorato di Damasco. Fu fondato nel 1983, ma fu costretto a sciogliersi due anni più tardi a causa della campagna di arresti di Hafez al Assad. 200 membri del Partito d’azione comunista furono arrestati dalle forze di sicurezza siriane nel 1986.

– L’OLP cominciò a incrinarsi nel 1983. Il colonnello Saed Abu Musa era rivale di Arafat e guidò una ribellione contro al Fatah nella valle del Bekaa. Abu Musa era stato un soldato professionista nell’esercito giordano prima di entrare nell’OLP.

Il regime siriano lo sostenne, fornendogli armi. Abu Musa e i suoi seguaci cacciarono gli uomini di Arafat da Tripoli, quell’estate. Quando un giornalista del Newsweek chiese a Yasser Arafat un commento riguardo l’ammutinamento, egli rispose: “Non mi chiedere di burattini e cavalli di Troia … Assad vuole la mia pelle. Vuole la resa palestinese, e non voglio dargliela.”

La maggior parte dei rifugiati palestinesi scelsero Arafat contro il fantoccio siriano, ma come conseguenza, Hafez cacciò via gli uomini di Arafat da Tripoli, e la resistenza palestinese fu depotenziata.

– Nella “guerra dei campi”, tra il 1985 e il 1988, Hafez al Assad reclutò il movimento sciita libanese Amal. In quel momento era in conflitto con Hezbollah, ed aprì il fuoco contro i palestinesi e Hezbollah contemporaneamente.

Libano: Tripoli è una città a maggioranza sunnita, con una minoranza alawita che ha fornito sostegno finanziario al governo siriano. Gli alawiti siriani furono posti nel Parlamento libanese interamente per lle pressioni di Damasco. Le leggi sulla naturalizzazione del Libano vennero completamente sovvertite.

I rifugiati palestinesi provenienti dalla Nakba del 1948, e durante il suo sequel nel 1967, che hanno vissuto nei campi profughi, non possono ottenere la cittadinanza libanese, ma agli alawiti siriani è garantito in qualsiasi momento.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

morti nella prigione di Tadmur. Oppositori politici affollavano questo prigione.

– 2000: Mentre Bashar al Assad elogiava la seconda Intifada, centinaia di palestinesi languivano nelle sue carceri. Attieyeh Dhiab Attieyeh, un palestinese di 30 anni, morì nel carcere di Tadmur all’inizio del 2000, a causa di negligenza medica. Era già molto malato quando fu trasferito a Tadmur nel 1996. Attieyeh era un membro di Fatah, la fazione guidata da Yasser Arafat, e fu arrestato nel 1989 nel sud del Libano prima di essere inviato in Siria.

– 2008: C’è una somiglianza tra il massacro di Hama del 1982 e Piombo fuso.

In entrambi i massacri, i minareti delle moschee sono stati distrutti dalle forze di occupazione, che hanno sostenuto che i minareti venivano utilizzati dai cecchini islamici. Non ci sono prove di ciò in entrambi i casi, ma c’è la prova del disgusto per l’Islam ortodosso espresso da entrambi i regimi.

– Maggio 2011: Rompendo l’assedio (del regime siriano) su Deraa, a pochi palestinesi dal campo di Yarmouk  è stato possibile consegnare alcune forniture mediche di cui si aveva disperatamente bisogno.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

giovani palestinesi mandati direttamente nella linea di fuoco.

– Nakba Day 2011: Centinaia di palestinesi provenienti dai campi profughi nei dintorni di Damasco furono inviati nella zona demilitarizzata che separa la Siria dalle alture del Golan. La sicurezza dei civili palestinesi non era la priorità. La recinzione fu violata e le forze di occupazione israeliane aprirono il fuoco, e una dozzina di palestinesi furono uccisi. Ci fu un secondo spargimento di sangue a giugno, nel Naksa Day, l’anniversario dello scoppio della guerra del giugno 1967. Un’altra decina di palestinesi furono uccisi. Questi fatti erano senza precedenti,  perché mai prima di allora il governo siriano aveva spinto centinaia di palestinesi sul Golan, in entrambi gli anniversari. Perché nel 2011? Per distogliere l’attenzione dal massacro in corso nelle strade siriane. Uno dei principali rami dell’intelligence siriana si occupa solo di questioni relative alla Palestina. E’ impossibile che l governo siriano non sapesse che una violazione della recinzione del Golan sarebbe costata tante vite palestinesi.

– Autunno 2011: Ghiyath Matar, un giovane di origini palestinesi che viveva nei sobborghi di Daraya di Damasco, utilizzò la strategia di distribuire rose e acqua alle forze di sicurezza alawite inviate dal regime per sparare sui manifestanti.

images (6)Ai primi di settembre del 2011 era morto. Il suo cadavere mutilato fu consegnato alla famiglia quattro giorni dopo il suo arresto. Diversi inviati americani hanno partecipato al suo funerale. Il portavoce del regime di Assad sostenne che una banda armata fu responsabile della tortura e della morte di Ghiyath, e questa è una mezza verità perché, dopo tutto, quella banda armata era inviata dal governo.

– Come risultato della campagna di repressione genocida di Bashar al Assad, Yarmouk è diventata la casa per un milione di profughi siriani sfollati entro la fine del 2011. Quando l’Esercito siriano libero guadagnò terreno nella periferia meridionale di Damasco, l’esercito siriano cominciò a colpire il campo mentre, allo stesso tempo, armava il pro-regime PFLP-GC. Mortai sono stati sparati sul campo da parte delle forze di Assad prima ancora che l’FSA vi mettesse piede.

– Estate 2012: paramilitari alawiti che vivevano a Nisreen, vicino a Yarmouk, aprirono il fuoco su una massiccia manifestazione anti-governativa, uccidendo dieci palestinesi, tra cui un bambino.

– Autunno 2012: L’FSA istituì una linea di alimentazione attraverso Yarmouk, a cui seguì una massiccia punizione collettiva per mano del regime: le forze governative siriane e le milizie alawite circondarono Yarmouk, e nell’ottobre del 2012 gli ingressi al campo furono aperti solo per due o tre giorni alla settimana. I civili portavano il peso della violenza; la fame, la malattia, e i bombardamenti indiscriminati. 

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei "pro-palestinesi" osservavo un totale silenzio.

Il regime siriano ha bombardato la moschea di Yarmouk. Il mondo dei “pro-palestinesi” osservavo un totale silenzio.

– Dicembre 2012: aerei militari del regime siriano bombardano una moschea a Yarmouk, che ospitava rifugiati siriani sfollati. Decine furono uccisi. Il pretesto per una tale atrocità era che l’FSA aveva nascosto alcune armi nel seminterrato della moschea.

– 2013: Khaled Bakrawi. un giovane siro-palestinese organizzatore di comunità e membro fondatore della Fondazione Jafra per il soccorso e lo sviluppo della gioventù, fu arrestato dalle forze di sicurezza statali alawite, nel gennaio del 2013, per il suo ruolo di primo piano nella realizzazione di attività umanitarie e di aiuto a Yarmouk. A settembre i palestinesi di Yarmouk seppero che Khaled fu ucciso sotto tortura in un centro di detenzione a Damasco.

Khaled Bakrawi prese parte alla marcia di giugno nel Golan. Vedendo il leader del FPLP-CG, Ahmad Jibril, condurre il popolo nella zona del cessate il fuoco occupata da Israele, e sapendo cosa stava per accadere, cercò di dissuadere i suoi compagni palestinesi dal seguire gli ordini di Ahmad Jibril, ma inutilmente. Khaled fu costretto a guardare come le forze di sicurezza di Stato alawiti si rilassavano bevendo tè, mentre i soldati di occupazione israeliani scaricavano proiettili verso i suoi fratelli. Khaled prese due proiettili nella gamba.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Khaled Bakrawi e Hassan Hassan, due palestinesi attivi in servizi per la comunità. Entrambi torturati fino alla morte nelle prigioni del regime.

Il giovane che fu definito eroe per i proiettili sionisti, sarebbe poi svanito nell’oblio dopo il suo assassinio per mano delle forze di sicurezza di Bashar al Assad.

– I Palestinesi di Yarmouk sono stai a volte uccisi da altri palestinesi. Il missile russo BM -21 Grad fu utilizzato per attaccare Yarmouk nel luglio del 2013. Due missili grad furono lanciati sulla struttura di panificio di Hamdan il 24 luglio, uccidendo quindici civili. E’ stato riferito sia da Reuters che dal Comitato di Coordinamento campo di Yarmouk che questo attacco è stato effettuato dal FPLP-CG. Quindici palestinesi di Yarmouk morirono di fame tra settembre e dicembre del 2013. Il numero dei profughi palestinesi uccisi dal 2011 in Siria ha raggiunto i 1.597, oltre ad altri 651 dispersi o imprigionati, e i 74 torturati a morte nei centri di detenzione del regime dal 2013.

– L’annichilimento del paese da parte del regime di Assad è positivo per Israele: un despota arabo che schiaccia il suo popolo ha sempre un posto speciale nel cuore sionista. Israele ha sempre fatto affidamento sui despoti arabi corrotti come Bashar al Assad, per reprimere le masse al suo posto; un sentimento anti-iraniano è stato seminato nel mondo arabo a causa della sua colonizzazione della Siria.

E Hezbollah è troppo occupato nell’omicidio di siriani per causare disturbo ad Israele. Ed Israele non è più esposto ad alcuna pressione ad abbandonare le alture del Golan.”

originale: http://wewritewhatwelike.com/2014/05/05/a-guide-for-the-palestinian-or-pro-palestinian-shabiha-sympathizer-in-your-life/

Siria: l’Onu ha esortato a sfidare Assad in materia di aiuti o sono a rischio le vite di centinaia di migliaia di siriani

29 Apr
Palestinesi nel campo profughi assediati aspettano in fila per ottenere un po' di cibo.  L'Onu è rimasto bloccato fuori il campo di Yarmouk (Damasco) per più di 2 settimane.

Palestinesi nel campo profughi assediati aspettano in fila per ottenere un po’ di cibo. L’Onu è rimasto bloccato fuori il campo di Yarmouk (Damasco) per più di 2 settimane.

SCRITTO DA JULIAN BORGER, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Eminenti esperti legali sostengono che l’ONU dovrebbe ignorare il divieto a fornire aiuti direttamente nelle aree fuori dal controllo del regime di Assad.

La vita di centinaia di migliaia di siriani è in gioco a causa della interpretazione delle Nazioni Unite del suo “eccessivamente prudente” mandato per consegnare aiuti umanitari, lo afferma un gruppo di oltre 30 dei maggiori esperti di rivendicazioni legali del mondo.

Una lettera pubblicata sul Guardian martedì, firmata da 35 tra i migliori avvocati e professori di diritto di tutto il mondo, sostiene che le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite hanno il diritto legale di sfidare il rifiuto “arbitrario” del governo siriano, per consentire che aiuti alimentari e forniture mediche raggiungano zone sotto il controllo dei ribelli. L’ONU stima che ora ci sono più di 9 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari, di cui 3,5 milioni sono in zone difficili da raggiungere. Quasi un quarto di milione di loro sono completamente tagliati fuori dalla guerra, e di questi, l’80% è assediato dalle truppe governative.

La lettera (tra i cui firmatari figurano Richard Goldstone, ex procuratore capo per i crimini di guerra del Tribunale dell’Aia per l’ex Jugoslavia; sir Nicolas Bratza, ex presidente della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, e diverse altre autorità mondiali sul diritto internazionale umanitario) sostiene che il permesso dato dai gruppi di opposizione in vista di un efficace controllo del territorio siriano, rappresenta basi legali sufficienti per fornire aiuti a quelle aree.

Inoltre, la lettera dice che in base al diritto umanitario internazionale, le parti di un conflitto possono impedire la consegna di aiuti umanitari per motivi di legge vigenti, o durante un’operazione militare specifica e temporanea, per esempio.
“Ma non possono, comunque, legalmente negare il consenso per indebolire la resistenza al nemico, lasciare morire di fame i civili o proibire l’assistenza medica. Se il consenso viene negato per queste ragioni arbitrarie, l’operazione di soccorso è lecita anche senza consenso”, sostengono gli esperti legali.

“La posta in gioco per correggere questa interpretazione giuridica eccessivamente prudente è elevata: centinaia di migliaia di vite sono in pericolo. Le organizzazioni umanitarie sicuramente dovranno affrontare enormi rischi nello svolgimento delle operazioni di soccorso transfrontaliere e possono rifiutarsi di farlo.”

Secondo alcuni esperti, più di 700.000 persone potrebbero essere aiutate se l’ONU ignorasse i divieti del governo siriano sulla fornitura di assistenza direttamente nelle zone al di fuori del suo controllo. Il governo britannico ha dato il suo sostegno nella notte di lunedì all’argomento giuridico stabilito nella lettera.

“Il Regno Unito riconosce che fornire aiuto umanitario imparziale transfrontaliero senza consenso esplicito del regime non è illegittimo, in circostanze in cui il regime nega arbitrariamente l’accesso umanitario attraverso le frontiere o i valichi su cui non ha alcun controllo, e alla luce del fatto che il regime sta usando la fame come strumento di guerra contro il proprio popolo”, ha detto un portavoce del Foreign Office. “Tali aiuti devono tuttavia soddisfare le esigenze di umanità e imparzialità.”

David Miliband, ex ministro degli esteri britannico ora presidente di un gruppo umanitario statunitense, l’International Rescue Committee (IRC), ha dichiarato: “Il principio della sovranità nazionale è stato sviluppato per proteggere le persone e le nazioni da aggressione, ma viene abusato qui in un modo che protegge gli aggressori, non le vittime. L’aspetto morale di intervenire per salvare vite umane è palese. Il caso legale è chiaro.”

La scorsa settimana, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, fece appello al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a fare di più per far valere la propria delibera, concordata nel mese di febbraio, invitando tutte le parti, ma in particolare Damasco, per consentire l’assistenza al disperato bisogno di aiuti. Ma il consiglio è in fase di stallo, con la Russia che rifiuta di fare ulteriore pressione sul regime di Bashar al-Assad, che continua a negare l’autorizzazione per le forniture delle Nazioni Unite ad utilizzare cinque valichi critici sui confini turco, giordano e iracheno che sono sotto il controllo di gruppi ribelli.

Le Agenzie delle Nazioni Unite dicono che stanno operando in una situazione precaria e devono essere estremamente attenti a non mettere in pericolo le consegne sostanziali che stanno già attuando attraverso i canali ufficiali.

Greg Barrow, capo dell’ufficio di Londra del World Food Programme, ha detto: “La cosa importante da riconoscere è che c’è molta attenzione sull’argomento, e il WFP sta lavorando in tutti i governatorati della Siria. Se non negoziamo con cura l’accesso attraverso le frontiere, l’accesso a circa 4 milioni di persone all’interno del paese potrebbe essere compromesso.”
Gruppi di diritti umani e di aiuto ritengono che sul punto raggiunto non dovrebbe più essere consentito al regime di Assad di forzare l’ONU a scegliere tra la fornitura ad aree di governo o dei ribelli. Essi sostengono che c’è anche una zona grigia in cui le agenzie dell’ONU potrebbero, per esempio, consegnare rifornimenti alimentari alla frontiera, alle ONG che operano in aree controllate dai ribelli.

“Con o senza una luce verde da Damasco, è il momento per le Nazioni Unite di fare tutto il possibile per espandere la consegna degli aiuti attraverso le frontiere della Siria. La palese violazione da parte del regime delle leggi e delle richieste del Consiglio di sicurezza non dovrebbe permettere di ostacolare gli aiuti a centinaia di migliaia di persone in disperato bisogno”, ha dichiarato Peggy Hicks, direttore dell’avvocatura globale presso Human Rights Watch, che ha anche chiesto alle Nazioni Unite un approccio più attivo.

Miliband, la cui organizzazione, l’IRC, sta offrendo personale medico e altri aiuti alle zone sotto il controllo dell’opposizione, ha detto: “I funzionari delle Nazioni Unite affrontano dilemmi difficili in cui sono messi al confronto dal governo siriano con ultimatum e minacce. E’ dovere degli Stati membri dell’ONU, in particolare quelli del Consiglio di Sicurezza, di alzarsi in piedi e sostenere i funzionari delle Nazioni Unite per mettere al primo posto le vite dei civili nelle aree controllate dal governo dei ribelli, così come in quelle controllate dal regime”.

Originale: http://www.theguardian.com/world/2014/apr/28/legal-experts-urge-united-nations-ignore-assad-ban-aid-syria-rebels

La Primavera Araba: come mai ci vuole così tanto tempo per la rivoluzione siriana?

9 Apr

binniSCRITTO DA WALEED BUNNI, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

La primavera araba iniziò tre anni fa, quando Mohammad Bouazizi si diede fuoco, a significare con la sua azione che il popolo arabo ne aveva avuto abbastanza di umiliazioni, mortificazione corruzione dei dittatori venuti dopo l’indipendenza.

Lo schiaffo di una poliziotta sul volto di Bouazizi fu il colpo che ruppe la paura e il silenzio.

Le rivoluzioni della libertà iniziarono in Tunisia, si diffusero in Egitto, abbattendo due regimi tirannici in meno di due mesi. I giovani in Libia e in Siria furono ispirati a porre fine al lungo periodo di buio sotto due dei regimi più feroci del mondo.

Anche loro sentivano di poter spezzare le loro catene e camminare verso la libertà.

I libici decisero di protestare pacificamente, come già i tunisini e gli egiziani avevano fatto, ma il dittatore Muammar Gheddafi scatenò l’esercito, e cominciò a uccidere i libici, trasformando la rivolta pacifica in una rivolta armata.

I libici resistettero, mentre il loro tiranno continuò ad ucciderli usando tutte le armi erano a sua disposizione, e stava per vincere, fino a quando la comunità internazionale decise, con il sostegno della Lega Araba, di intervenire dalla parte dell’opposizione.

Con l’intervento internazionale la battaglia terminò a favore dell’opposizione in meno di tre mesi. Il regime di Gheddafi crollò, fu arrestato e poi giustiziato, ponendo fine all’epoca del cosiddetto “Re dei Re”.

L’esperienza libica ha incoraggiato i siriani a rompere la barriera della paura, rafforzata da arresti, torture e uccisioni, nella repressione brutale del governo di una rivolta a Hama nel 1980.

La caduta di Gheddafi ha dato ai siriani la speranza che non avrebbero affrontato il mostro più cattivo da soli, e che la comunità internazionale e i loro amici arabi, all’epoca accanto ai Libici, avrebbero usato la forza per rovesciare un regime che non è meno brutale del loro, e che non li avrebbero lasciati soli nella loro battaglia. Sfortunatamente, non è stato così.

La delusione da parte dei siriani ha approfondito solo loro tragedia, e ha portato a distorsioni della loro rivoluzione. Hanno tollerato tutte le uccisioni, gli arresti e le torture, insistendo sulla natura pacifica della loro rivoluzione, per i primi sei mesi, come il tiranno stesso aveva ammesso. Il regime, tuttavia, li spinse verso la lotta armata fin dal primo giorno, con le forze di sicurezza che arrestavano giovani manifestanti torturandoli brutalmente, insultando il loro onore e quello delle loro famiglie, come anche il loro credo religioso, in un chiaro settarismo.

Gli arrestati venivano rilasciati come combattenti in questo progetto del regime, come io stesso ho visto fare con i miei figli durante i loro 60 giorni di detenzione nell’inchiesta del ramo politico della sicurezza. Il regime voleva trasformare la rivoluzione della libertà e dignità in una guerra settaria. I ribelli hanno cercato quanto più possibile di scongiurarlo.

Tuttavia, con l’indifferenza della comunità internazionale e l’insistenza del regime è stata data alla rivolta una dimensione settaria; con l’inclusione di milizie settarie libanesi e irachene, e con la diffusione di video dell’uccisione di manifestanti tramite tortura, e con l’uso di specifici gruppi siriani utilizzati dai teppisti del regime, con la morte, e liberando migliaia di prigionieri salafiti, il regime ha garantito che quella battaglia non poteva più darsi pacificamente.

Dopo un anno di questa battaglia, il terreno era diventato fertile per gruppi estremisti che seguono l’ideologia di Al-Qaeda, per contrastare l’autorità del Libero Esercito Siriano. Alcuni di questi soldati e comandanti disertati dal regime con un programma patriottico estremista e settario sono stati attratti da questi gruppi, incoraggiati dal sostegno e dalle pratiche fedeltà.

Tutto questo è successo sotto gli occhi delle agenzie di intelligence regionali e internazionali. Ci furono una serie di false promesse di sostegno alle forze patriottiche e democratiche che avrebbero potuto trasformare le cose a favore della rivoluzione, e costringere il regime ad acconsentire ad una soluzione politica che potrebbe avere compiuto ciò che più di 200.000 morti non hanno compiuto.

Diverse centinaia di migliaia di persone hanno sperimentato l’arresto, la tortura, mentre milioni sono sfollati all’interno del paese e fuori.

Tutte queste riflessioni portano a chiedere: è stato progettato che la Siria debba essere il cimitero della primavera araba, temendo la diffusione del movimento di protesta ad altri regimi della regione?

Si è voluto dare un esempio orribile al popolo spingendo i siriani a questo tragico destino? O gli americani e i russi vogliono che la Siria sia un terreno dove ridurre il potere delle milizie di Hezbollah, di Iran e Al Qaeda tutti insieme, mettendoli in una battaglia tra loro e con un unico perdente, il popolo di Siria?

I siriani vinceranno, alla fine, ma il prezzo sarà alto, e non solo per loro.

Ma anche per le parti che stanno lavorando per estendere la crisi a sostegno del tiranno, o che stanno bloccando le possibilità di una soluzione politica che avrebbe messo fine al regime mantenendo l’unità della terra e del popolo.

La primavera araba può essere ritardata di qualche tempo, ma la storia ci insegna che le persone che anelano alla libertà non saranno mai fermate.

In inglese: http://www.english.globalarabnetwork.com/2014040813360/Opinion/the-arab-spring-why-the-syrian-revolution-taking-very-long-time.html

Il mito della “Laicità” di Assad

3 Apr
segni di "devozione" al leader.

segni di “devozione” al leader.

SCRITTO DA JEAN-PIERRE FILIU, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Tra gli argomenti sostenuti a sazietà dai sostenitori della dittatura siriana, fa spicco la presunta “laicità” del regime di Assad. Colpisce il fatto che “laicità” venga associata con l’illusoria protezione delle minoranze (mentre la percentuale di cristiani nella popolazione siriana si è dimezzata dopo l’avvento di Assad nel 1970) e la promozione dei diritti delle donne.

Eppure questi due concetti non hanno nulla a che fare con la laicità, che esprime la neutralità dello Stato verso tutte le fedi, religiose o meno. La Repubblica francese ha costruito la sua laicità nella crisi e nel confronto con la Chiesa cattolica.

La separazione tra Chiesa e Stato nel 1905, in Francia, precede di 40 anni il diritto al voto delle donne. E la Rivoluzione francese aveva, secondo la famosa formula di uno dei suoi membri, riconosciuti i diritti delle minoranze religiose come diritti di cittadini, e non come comunità.

Questo non ha impedito ai dittatori arabi di ricamare sul loro “impegno” per l’emancipazione delle donne (Ben Ali in Tunisia) o per la tutela delle minoranze (copti di Mubarak in Egitto). Ciò ha comportato una strategia paternalistica della loro propaganda verso le popolazioni (“senza di me, poveri sudditi, per voi esiste la peggiore minaccia), e la loro apparenza “progressista” sulla scena internazionale (io sono l’unico baluardo contro le forze delle tenebre, islamismo, o Al Qaeda).

Eppure, mai tale menzogna è stata portata ai livelli del regime di Assad.

Hafez al-Assad, il fondatore della dinastia, prese il potere nel 1970 contro chi stilò, l’anno precedente, l’unica Costituzione nella storia della Siria che poteva effettivamente essere descritta come “laica”. Assad padre “regolò” la sua manovra con una mascherata elettorale, nel 1971, attribuendosi il 99,2 % dei voti alla sua unica candidatura.

E modificò la Costituzione nel 1973 per registrare la proprietà esplicita del Capo dello Stato alla religione musulmana.

Il termine “laicità” è assente dalla propaganda ufficiale, che celebra i suoi successi con i termini “socialista” e “nazionalista” del regime di Assad. Nel 1979, il partito Baath siriano, ufficialmente “arabo” e “socialista”, si allea con la Repubblica islamica dell’Iran contro il partito Baath iracheno. Questa alleanza, sugellata dalla guerra lanciata da Teheran contro Baghdad nel 1980, è tale fino ad oggi.

Assad padre e figlio si appoggiano su un ministero per gli affari religiosi (“detto di Waqf”) e su un Mufti della Repubblica per instaurare una burocrazia islamica. La gestione di un corpo di funzionari religiosi è l’esatto opposto della separazione laica tra Stato e religione. In Siria, gli imam sono attesi ogni venerdì per celebrare la gloria del Capo dello Stato e dei suoi successi.

Oltre a questo ministero integrato alla macchina politica della dittatura, Assad ha cooptato personalità sunnite, responsabili di consolidare la legittimità presidenziale nelle file della comunità di maggioranza in Siria. Ricordiamo che, in assenza di statistiche ufficiali, la percentuale dei sunniti in Siria si stima a quattro quinti (prevalentemente arabi, con una minoranza curda) e al 12% degli alawiti (tutti etnicamente arabi).

Tra questi personaggi, i più noti erano Kaftaro Sheikh Ahmad, morto nel 2004, e lo sceicco Ramadan al-Bouti, ucciso in un attentato nel 2013. Entrambi si distinsero per il loro sostegno incondizionato al regime di Assad, e per i loro attacchi vigorosi contro il principio di laicità, eretto ad empietà.

"He (al-Bouti) thanked the Syrian army personnel who sacrificed their blood for the safety of the nation."

“He (al-Bouti) thanked the Syrian army personnel who sacrificed their blood for the safety of the nation.”

Nel febbraio 2006, fu a Damasco che si verificano le proteste più violente contro la pubblicazione delle caricature di stampa occidentali del profeta Maometto: la polizia segreta siriana organizzava eventi che portarono all’attacco dell’ambasciata di Francia e alla distruzione delle ambasciate di Danimarca e Norvegia.

Coloro che credono ancora nella “laicità” di Bashar Al-Assad potrebbero, ad esempio, consultare questa agenzia di stampa del Government Information (Sana), relativa alla predica della fine del Ramadan 2012 (Eid al-Fitr): “Lo sceicco a capo della cerimonia esaltava la lotta del capo dello Stato al servizio dell’Islam contro “la cospirazione e il terrorismo”.
http://sana.sy/fra/51/2012/08/19/437134.htm

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire …

* Jean-Pierre Filiu è docente universitario a Sciences Po (Parigi).
Storico e arabista, specialista di Islam contemporaneo.

Dopo una lunga carriera diplomatica, si dedicò alla sua ricerca accademica e ha ricoperto diverse posizioni in prestigiose università americane. È autore di diversi libri importanti sul Medio Oriente e i suoi saggi sono stati pubblicati in una dozzina di lingue.
Uno dei suoi ultimi libri è dedicato alla Siria: “Vi scrivo di Aleppo” (Denoël, 2013).
Originale in francese: http://syriemdl.net/2014/04/02/le-mythe-de-la-laicite-des-assad/

L’assedio di Al-Assad … da Tel Zaatar a Yarmouk

3 Apr
profughi siriani massacrati in 1976 in Tel el-Zaatar, con l'aiuto delle forze di Hafez Al-Assad

profughi siriani massacrati in 1976 in Tel el-Zaatar, con l’aiuto delle forze di Hafez Al-Assad

SCRITTO DA MARAH AL-BAQA’I, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

“In Siria siamo al punto di trasferire il sangue da persona a persona, da coloro che sono morti a coloro che ne hanno bisogno, senza neanche prove per vedere se i gruppi sanguigni sono compatibili. Da persona a persona tramite grandi siringhe da 60 millilitri, perché le borse necessarie per la conservazione del sangue non sono più disponibili.” 

Questa era una dichiarazione rilasciata da un centro di statistiche in Siria, e presumibilmente proveniva da una delle infermiere che lavora nel campo profughi di Yarmouk, altrimenti noto come il campo della morte. C’è attualmente un solo ospedale in grado di ricevere i malati e i feriti, la clinica Falasteen. La clinica ha un solo medico di guardia e lui è in realtà uno studente di medicina che deve ancora finire gli studi.

Il regime di Al-Assad ha preso di mira e distrutto tutti gli ospedali e le cliniche del campo profughi di Yarmouk, e la maggior parte dei suoi medici sono stati assassinati o colpiti direttamente per aver accettato di trattare e curare i morenti e i membri feriti dell’opposizione.

Il blocco imposto dal regime di Al- Assad al campo, che va dal lancio di razzi e bombardamenti, pioggia di agenti chimici da aerei e divieto di far entrare cibo e medicine da un intero anno, è diventato un crimine di guerra che minaccia tutti i cittadini, compresi quelli che risiedono nelle loro case.

profughi palestinesi, vittime dei bombardamenti del regime siriano su Yarmouk

profughi palestinesi, vittime dei bombardamenti del regime siriano su Yarmouk

Come è possibile che stiamo discutendo di un campo profughi palestinese che il governo siriano giurò di proteggere? Il governo siriano ha l’obbligo di curare e proteggere questo campo secondo le norme fondamentali del diritto internazionale e secondo un accordo preso con l’UNRWA , l’organizzazione dell’ONU fondata appositamente per far fronte alle esigenze dei profughi palestinesi.

La tregua di Ginevra

La clausola principale della prima conferenza di Ginevra ha chiesto al regime di sollevare l’assedio sui civili e di fare in modo che il cibo e le altre necessità possano essere trasportate. Eppure, non ci sembra che questo abbia avuto un significato circa la pressione internazionale da esercitare sul regime nonostante che questa clausola, sotto il titolo “Responsabilità di proteggere i civili”, sia un principio approvato dall’Assemblea Generale alle Nazioni Unite nel 1995. Entrambi, gli ambasciatori alle Nazioni Unite e i membri della Lega Araba, hanno fallito su questo principio di base, che ora è niente di più di inchiostro su carta, a partire dall’iniziativa di Kofi Anan che portò a Ginevra II.

La conferenza di Ginevra II si è tenuta dopo potenze internazionali mettono grande pressione sull’opposizione siriana a partecipare. Gli Stati Uniti e una serie di potenze europee hanno ritenuto di poter convincere il regime di Al-Assad a rispettare gli inquilini di base della prima conferenza di Ginevra, anche se non ha rispettato dopo la firma.

In prima linea delle richieste che l’opposizione posta sul tavolo è stato quello di sollevare l’assedio zone controllate dall’opposizione a Homs. In realtà, il successo dell’opposizione su questo punto è considerato uno dei più grandi innovazioni di Ginevra II.

La conferenza di Ginevra II si è tenuta dopo che le potenze internazionali fecero pressione sull’opposizione siriana a partecipare. Gli Stati Uniti e una serie di potenze europee hanno ritenuto di poter convincere il regime di Al-Assad a rispettare le linee di base della prima conferenza di Ginevra, anche se poi esse non sono state rispettate dopo la firma.

In prima linea delle richieste dell’opposizione c’era quella di sollevare l’assedio dalle zone controllate dall’opposizione a Homs. Il successo dell’opposizione su questo punto è considerato una delle più grandi innovazioni di Ginevra II.

L’inviato speciale per la Siria delle Nazioni Unite e Lega Araba, Lakhdar Brahimi, ha proposto una tregua umanitaria in modo che le forniture potessero raggiungere le persone bloccati nelle zone calde del conflitto nella parte vecchia di Homs, dove hanno bisogno di cibo, vestiti e assistenza medica dopo più di un anno sotto assedio.

Il regime di Al-Assad si affrettò ad accettare questa proposta perché ci vide uno sbocco internazionale, attraverso il quale avrebbe trattato direttamente con le Nazioni Unite, dandosi anche l’occasione perfetta per isolare l’opposizione attraverso un accordo fatto con l’UNRWA.

Il regime accolse la richiesta nei negoziati per il solo scopo di raggiungere i suoi obiettivi. La tregua ha permesso al regime di accedere alle zone di conflitto a Homs, e successivamente di detenere e interrogare i membri dell’opposizione. Alimenti e forniture mediche non sono stati fatti entrare in queste aree di conflitto, e alle Nazioni Unite non è stato concesso l’accesso a queste regioni. Al contrario, il regime è stato ancora in grado di devastare e intimidire i civili inermi.

È in questo modo che il regime ha cercato di sfruttare la posizione dell’opposizione e usarla a suo vantaggio.

Yarmouk tra le fauci della morte

Sotto l’influenza di questa forma di ritorsione arrivò la decisione del regime di sollevare l’assedio fuori dal campo profughi di Yarmouk, in modo da farlo apparire come una continuazione del suo percorso verso una decisione regionale. In realtà, questo passaggio è parte del senso di razzismo selettivo del regime, accompagnato da violenze e abusi orientati verso chi sfugge dal suo assedio. Molti di coloro che sfidano il regime vengono arrestati e interrogati in condizioni che in genere non soddisfano le basi fondamentali dei diritti umani e dei diritti civili in condizioni di guerra.

Il regime di Al-Assad, sostenuto da armati delle milizie palestinesi, ha fornito ai cittadini nelle zone di conflitto solo un temporaneo senso di sicurezza, ed è così che è stato in grado di ottenere il controllo di aree che in precedenza erano al di fuori del suo. Il regime ha poi impedito a cibo e forniture mediche di base di entrare nel campo. I membri delle milizie palestinesi erano dispersi tra i civili a Damasco e nei suoi dintorni, e fu una sorpresa per molti vedere che questi gruppi erano armati con armi sofisticate!

Il regime di Al-Assad, che si accredita come il “difensore di ogni resistenza e dei rivoluzionari”, ha vietato al popolo palestinese di avere qualsiasi tipo di armi sul suolo siriano. Anche un coltello da cucina è visto come un’arma pericolosa in mano a un palestinese.

truppe siriane mentre invadano il libano e mirano ai campi profughi dei palestinesi.

truppe siriane mentre invadano il libano e mirano ai campi profughi dei palestinesi.

 L’eredità del padre

Questo tipo di opportunismo razziale non nasce col regime di Bashar Al-Assad. Questa pesante eredità è stata ereditata dal padrino degli omicidi settari e della punizione collettiva, Hafez Al-Assad, padre dell’attuale presidente. L’assedio corrente sul campo profughi di Yarmouk è una ripetizione storica dell’assedio su Tel El- Zataar a Beirut, in un momento in cui le forze siriane in Libano controllavano in due modi: formalmente, attraverso il governo, e alimentando il conflitto settario.

Alla fine di giugno 1976, le forze siriane si allearono con sette cristiane estremisti del tempo, cooperando nell’imporre un assedio spaventoso sul campo profughi palestinese di Tel El- Zataar. Il blocco durò due mesi e il campo, che era la casa di 20.000 palestinesi e 15.000 libanesi, fu oggetto di violenze e punizioni collettive. A cibo e altri generi di prima necessità fu proibito di entrare nel campo. Circa 5.500 proiettili cadevano sulle teste dei civili, e alla Croce Rossa fu severamente vietato di entrare nell’area.

La notte del 14 agosto 1976, le forze di Hafez Al-Assad presero d’assalto il campo, indebolito dalla fame, dalla paura e dalla fatica, e commisero una delle stragi più atroci, che costò la vita a più di 3.000 palestinesi caduti vittima della violenza sistematica. Queste milizie marciarono sotto le divise del governo siriano commettendo crimini indicibili come il taglio della pancia a donne incinte, massacri di bambini e anziani, così come violenze sessuali e saccheggi.

Durante quello stesso periodo, Jisser Al-Basha e Al-Kalantina, altri due campi palestinesi, furono attaccati dal regime. Il silenzio e la morte colpirono la città e il mondo guardò con orrore le immagini televisive dei media internazionali sulla strage avvenuta per mano di Hafez Al-Assad.

Gli osservatori internazionali documentarono i massacri, tra essi lo storico Israel Shahak, noto per la sua dura critica al governo israeliano e, come tale, è spesso accusato di antisemitismo. Shahak scrisse che le forze siriane eseguirono quel massacro con il pieno sostegno di Israele e di un certo numero di gruppi politici americani.

Sull’orlo della morte

Il 3 marzo 2014, Al -Jazeera ha trasmesso un notiziario in diretta dal campo profughi di Yarmouk. Mostrava una delle scene più traumatiche che mai sia stata visualizzata su uno schermo televisivo: un uomo che urlando chiedeva a Israele di “salvarlo” dalle fauci del regime di Al-Assad.

“Io sono malato! Ho bisogno di medicine … portatemi agli ebrei!”, scongiurava.

Questa lezione di storia dimostra che il figliol prodigo ha ripristinato l’eredità di suo padre tiranno. Questa lezione è stata unica per il popolo siriano, perché proprio il governo del paese sottopone la sua gente alla violenza e all’estremismo.

 

originale: http://www.middleeastmonitor.com/articles/middle-east/10613-al-assads-blockadefrom-tel-zaatar-to-yarmouk

La Nuova Missione di Hezbollah

25 Mar
Manifestanti sunniti protestano la settimana scorsa contro l'assedio di Arsal.

Manifestanti sunniti protestano la settimana scorsa contro l’assedio di Arsal.

Il nuovo ruolo del Partito di Dio va oltre il Libano

SCRITTO DA HANIN GHADDAR, tradotto da Fiore Haneen Tafesh Sarti

Quando Yabroud cadde, Hezbollah celebrò la sua vittoria sui “takfiri” della Siria, rassicurando il suo collegio elettorale che il suo successo avrebbe fermato l’invio di kamikaze di Al-Qaeda in aree sciite abitate del Libano.

Spari di festa risuonarono per le strade libanesi, e una diffusa campagna di propaganda nei media affiliati alla fazione hanno cercato di convincere i libanesi che la caduta di Yabroud era a loro vantaggio. Hezbollah ha investito molto in questa vittoria, ma il costo ricadrà pesantemente su entrambi, sunniti e sciiti.

L’intimidazione dei sunniti

Le sole notizie della vittoria non erano sufficienti: Hezbollah aveva bisogno di dimostrare che la sua conquista di Yabroud avrebbe dato i suoi frutti in Libano. Il popolo libanese, soprattutto la comunità sciita, avevano smesso di dare credito alla propaganda teatrale dopo che i corpi dei loro amici, fratelli e bambini, cominciarono a ritornare dalla Siria.

Così il Partito di Dio ha usato i suoi alleati e bande – le Brigate della Resistenza – a terrorizzare diversi quartieri e città, descritti dalla macchina della propaganda di Hezbollah come centri operativi dei terroristi che “minacciano la sicurezza libanese” sunnita.

Con la caduta di Yabroud, Arsal è stata immediatamente assediata, per poi essere sottoposta ad una campagna di “controllo” per la sicurezza. Simultaneamente a Tripoli c’è stato un altro round di scontri che hanno preso più di 25 vite. E, ultimo ma non meno importante, lo scontro di Beirut, in zona Tariq al- Jadideh, con uno scoppio di violenza tra residenti locali e gli alleati di Hezbollah.

Intenzionalmente o no, questi recenti incidenti indicano due cose: primo, la vittoria a Yabroud – e le successive vittorie di Hezbollah in Siria – finiranno per portare ad una guerra settaria in Libano; e in secondo luogo, Hezbollah si è trasformato negli ultimi due anni da gruppo di resistenza libanese in milizia settaria sciita che potrebbe essere schierato ovunque nella regione a servire gli interessi iraniani.

Nuova missione di Hezbollah

Nel momento in cui è entrato in Siria a combattere accanto a Bashar al-Assad, Hezbollah ha effettivamente accettato una nuova posizione come forza regionale. Sembra che il ruolo del “Partito di Dio” con l’obiettivo di “resistere ad Israele” sia diventato demodè.

La prova di questo sono le rassicurazioni trapelate inviate da Hassan Nasrallah a Israele l’anno scorso, dove si diceva che il confine meridionale del Libano è “il posto più sicuro del mondo”, secondo un documento siriano ottenuto da Asharq Al-Awsat.

Ecco perché Hezbollah non ha reagitoì quando Israele ha colpito una delle sue basi al confine siro-libanese il mese scorso, rilasciando invece una dichiarazione secondo cui la Resistenza “sceglierà il tempo e il luogo e il modo corretto di rispondere ad esso.”

Dopo aver ripetutamente visto adottare questa linea dal regime siriano ogni volta che un attacco aereo israeliano ha colpito obiettivi siriani, tutti sappiamo cosa significa: il tentativo di evitare abilmente di rispondere, ed Hezbollah non ha reagito e non reagirà, e non solo perché è troppo occupato in Siria o perché non può permettersi di aprire un fronte con Israele. Hezbollah non fa ritorsioni perché non vuole. Le dinamiche regionali sono cambiate, e con loro la missione di Hezbollah.

Il coinvolgimento di Hezbollah in Siria non è una campagna temporanea e il successo non si tradurrà nel ritorno del partito al suo antico ruolo in Libano. Invece, si tratta di una nuova missione che pone il partito a un bivio quanto lo è la Siria, come lo stesso Iran alla luce del suo programma nucleare e le trattative con l’Occidente.

L’Iran ha bisogno della Siria come merce di scambio in questi negoziati, e insiste nell’usarlo per guadagnare potenza regionale in cambio di concessioni sul suo programma nucleare. La Repubblica islamica sta investendo in Siria adesso per guadagnare una posizione negoziale migliore, ma non esiterà a impegnarsi in qualsiasi altro luogo in Medio Oriente in cerca di dominio regionale. Hezbollah servirà a questo scopo in caso di necessità, sia in Libano, Siria, o in qualsiasi altra regione.

Rischi e conseguenze

Quando l’Iran ha creato Hezbollah, poco dopo la rivoluzione islamica del 1979, il suo obiettivo era quello di diffondere lo sciismo politico nella regione. Non è mai stata “resistenza”; anzi, la resistenza era uno strumento per raggiungere tale obiettivo.

La nuova missione di Hezbollah è semplicemente raggiungere gli stessi obiettivi.

Ma per adempiere al suo nuovo ruolo Hezbollah ha bisogno di un nemico da combattere per mantenere il sostegno della comunità sciita, in quanto ha perso l’aura di resistenza eroica che aveva guadagnato nel 2000 e nel 2006. Per combattere questo nuovo nemico con tale violenza e ferocia, Hezbollah è diventato la principale milizia settaria sciita, lavorando con altri gruppi sciiti regionali a uccidere e terrorizzare i sunniti, islamisti o non-islamisti, militanti o civili.

Oggi, l’unico modo in cui Hezbollah può vantare la vittoria finale è vincere contro “i sunniti”, non solo in Siria, ma nella regione nel suo complesso. Ma nel lungo periodo, questa è una missione impossibile. Il partito può vivere trionfi temporanei a Qusayr e a Yabroud, ma alla fine perderà la guerra. Più a lungo continua la loro campagna in Siria, e più Hezbollah si troverà trascinato costantemente e ulteriormente nel fango settario. Vittorie più piccole potranno solo portare ad una maggiore ostilità, rabbia, e alla radicalizzarsi dei sunniti in Siria e Libano, mettendo in moto una guerra settaria regionale, prefigurata a Beirut la scorsa settimana.

Originale: https://now.mmedia.me/lb/en/commentaryanalysis/540560-resistance-no-more